martedì 22 Settembre, 2026
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Nuova ondata di polemiche: no-vax contro l’istituto “Spallanzani”. 

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Numerosi commenti su Facebook criticano duramente le iniziative dell’ente, accusandolo di promuovere un “progetto di eliminazione di massa”.

Il mondo no-vax è composto da gruppi eterogenei: da una parte ci sono i complottisti, dall’altra coloro che agiscono spinti dalla paura.

L’antivaccinismo rappresenta l’atteggiamento di chi si oppone all’uso dei vaccini, specialmente per quanto riguarda le vaccinazioni infantili. Questa posizione si contrappone nettamente al consenso consolidato nella comunità scientifica, che evidenzia l’efficacia e la sicurezza dei vaccini.

Le motivazioni dietro l’antivaccinismo sono varie. Alcuni temono seriamente gli effetti collaterali del vaccino, come la presunta sterilità, una voce infondata che tuttavia trova dei credenti. Altri aderiscono a teorie fantascientifiche secondo cui il vaccino conterrebbe un microchip per il controllo delle persone da parte di poteri occulti. Alcuni sono preoccupati per rischi come infarto e trombosi, sebbene tali timori siano giustificati solo in una minoranza di casi. C’è anche chi vede nei vaccini un complotto internazionale per arricchire le industrie farmaceutiche o ridurre la popolazione mondiale. Le teorie complottiste prosperano particolarmente quando sono condivise, poiché la condivisione le fa apparire più credibili.

“La condivisione fornisce la prova”

I Il movimento no-vax spesso cita enti e medici sconosciuti per supportare le proprie idee. Questa pratica si basa su diverse tattiche che possono indurre in errore l’opinione pubblica.

Per esempio fanno uso di pseudoscienza citando studi che non hanno superato la revisione paritaria o che sono stati pubblicati su riviste di bassa qualità; in secondo luogo vengono citati medici o scienziati che non sono esperti nel campo delle malattie infettive o dell’immunologia; spesso vengono selezionati studi o casi isolati che sembrano supportare la loro posizione, ignorando la stragrande maggioranza delle evidenze scientifiche 

Ma quali sono le origini dell’antivaccinismo? 

Già alla fine del XVIII secolo, quando il medico britannico Edward Jenner testò il primo vaccino contro il vaiolo, queste resistenze erano presenti. Jenner, oggi riconosciuto come il padre dei vaccini, utilizzò del materiale prelevato da lesioni di vaiolo bovino per immunizzare un bambino di 8 anni, il figlio del suo giardiniere. Questa innovativa pratica, sebbene dimostratasi efficace, suscitò immediatamente critiche di vario genere, basate su preoccupazioni sanitarie, religiose, politiche e scientifiche.

Per alcune persone e membri del clero locale, la questione principale riguardava l’origine animale del vaccino, ritenuto “non cristiano”. Altri, invece, manifestavano una più ampia sfiducia nella medicina e nelle teorie di Jenner. Un ulteriore gruppo di oppositori era preoccupato per la limitazione della libertà personale, un sentimento che si intensificò quando, nei decenni successivi, il governo britannico cominciò a implementare politiche di vaccinazione obbligatoria.

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, una serie di leggi rese obbligatorio il vaccino contro il vaiolo per i bambini in Inghilterra, prevedendo sanzioni per i genitori che rifiutavano di far vaccinare i propri figli. Queste misure governative portarono alla nascita dei primi movimenti anti-vaccinazione, tra cui la Anti Vaccination League e la Anti-Compulsory Vaccination League. Questi gruppi organizzarono frequenti e affollate proteste.

Le crescenti proteste portarono alla creazione, nel 1896, di una commissione governativa per valutare la pratica vaccinale. Le indagini confermarono l’efficacia del vaccino contro il vaiolo ma portarono anche all’abolizione delle sanzioni per chi rifiutava la vaccinazione. Infatti, una legge del 1898 introdusse una clausola di “obiezione di coscienza”, permettendo ai genitori di rifiutare la vaccinazione per i propri figli senza incorrere in sanzioni.

I no-vax rappresentano un movimento fondato su convinzioni prive di solide fondamenta medico-scientifiche. È statisticamente dimostrato che l’antivaccinismo contribuisce significativamente all’aumento delle infezioni. Ignorare l’importanza dei vaccini non solo mette a rischio la salute individuale, ma compromette la sicurezza collettiva. Di fronte a questi dati, è cruciale riconoscere che la scienza non è una questione di opinioni, ma di prove concrete: i vaccini salvano vite.

La Gioconda tornerà mai in Italia?

Magari nel tardo pomeriggio, davanti a una birra, in compagnia del nostro gruppo di amici.

O vaghe reminiscenze dei mondiali del 2006, quando battemmo la Francia nella finale dei mondiali di calcio.

Sono affermazioni che racchiudono in sé il rapporto tra Italia e Francia. Una relazione storica, tormentata, fatto di amore e di odio, di rispetto e di invidia. La rivalità tra Francia e Italia pervade ogni ambito, dal vino alla moda, dalla gastronomia al design, fino ad arrivare all’arte.

Il quadro più famoso del mondo è il simbolo di questa rivalità, l’oggetto di rivalsa contro i nostri cugini francesi, accusati di avercelo rubato e di sfoggiarlo immeritatamente davanti ai quasi 10 milioni di turisti che ogni anno si recano al Museo del Louvre. Il più noto portavoce di questa credenza è sicuramente Vincenzo Peruggia, l’imbianchino che nel 1911 rubò la tela dal Louvre con un (presunto) intento patriottico di riportarla in Italia, credendo erroneamente che Napoleone l’avesse rubata. Fu arrestato due anni dopo a Firenze, nel tentativo di venderla ad un antiquario locale. Sicuramente il furto di Peruggia contribuì a rendere la Gioconda il quadro più famoso del mondo.

Diversamente da quanto Peruggia o qualche suo moderno ammiratore possa pensare, la storia non si siederebbe a difesa dell’Italia in un eventuale processo contro i francesi per la restituzione della Gioconda. Leonardo da Vinci spese i suoi ultimi anni di vita in Francia. A seguito dei suoi scarsi successi in Italia si rifugiò da Francesco I, che lo accolse come primo pittore del re. Si potrebbe definire uno dei primi cervelli in fuga, costretto a lasciare la propria patria e cercare fortuna all’estero; un precursore vittima di una piaga ancora tristemente attuale, quella della fuga dei cervelli, che cinquecento anni dopo colpisce ancora il nostro paese.

Leonardo aveva dei quadri con lui, tra cui la Monna Lisa, che venne successivamente acquistata da Francesco I. L’opera non è stata vittima di alcun furto e in Francia rimarrà fino ai giorni nostri (anzi, paradossalmente l’unico furto subìto porta la firma di un italiano, che ha anche rotto la continua permanenza del quadro in terra francese). L’artista è nato nella Repubblica di Firenze, in un’Italia che non esisteva ancora come stato, ma era un territorio in cui si estendeva un mosaico di diversi stati, ognuno con la propria identità ed indipendenza. È assodato che la sua arte è espressione del Rinascimento, e che rappresenta l’Italia agli occhi del mondo insieme a Raffaello, Michelangelo, ed altri grandi artisti. Ma l’Italia è già densa di capolavori “autoctoni”, e nonostante ciò non riusciamo comunque a valorizzarli abbastanza. I dati dimostrano una scarsa partecipazione culturale, e i depositi dei luoghi culturali strabordano di opere interdette alla fruizione. La famosa “italianità” della Monna Lisa non è una ragione sufficiente e neanche ragionevole per richiederla indietro. Bisogna considerare che la Gioconda è diventata parte integrante della storia e dell’identità francese, l’icona del Museo del Louvre e della Francia; entrerebbe in gioco il rischio di causare non pochi problemi diplomatici con uno dei più importanti paesi europei.

Quindi alla domanda “La Gioconda tornerà mai in Italia?” la risposta è sicuramente no.

Le vere domande che dovremmo porci sono, invece, “Perché mai la Gioconda dovrebbe tornare in Italia?”, “C’è un bisogno reale che l’opera ritorni in Italia?”

Trump Vs. Biden: è questo il meglio che può offrire l’Occidente?

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I due, entrambi candidati per ricoprire il proprio secondo mandato presidenziale, sono probabilmente alla loro ultima chance, almeno dal punto di vista anagrafico, con il Presidente uscente che, nel 2028, avrebbe 86 anni, mentre Trump arriverebbe ad averne 81, età tuttavia in linea con quella attuale del suo competitor. 

I problemi per Trump sarebbero da ricercare effettivamente altrove, dato che ha monopolizzato le ultime tre campagne elettorali del Partito Repubblicano, e difficilmente potrebbe ricevere un endorsement dopo due tentativi consecutivi fallimentari. Inoltre, il Tycoon sta affrontando tre diversi processi, sebbene la corte suprema abbia riconosciuto agli ex Presidenti l’immunità parziale.

Ciò che sta tenendo banco nel dibattito elettorale, è più che altro legato alla persona del Presidente uscente: dopo una serie di problemi riscontrati durante il suo mandato, lo stato psicofisico di Biden è apparso peggiorato in maniera evidente rispetto al passato, ed il brillante Segretario di Stato del 44° Presidente degli Stati Uniti, poi 46° Presidente della Superpotenza Occidentale, sembra aver perso lo smalto. Numerose le voci che hanno chiesto al candidato Democratico di ritirarsi e lasciare spazio ad altri, soprattutto da firme eccellenti della stampa più vicina al suo stesso partito, come da personaggi di spicco. 

Ciò che preoccupa gli osservatori stranieri, oltre all’ombra di Trump, è che il faro che guida la NATO e l’Occidente non riesca a trovare un candidato credibile e senza scheletri nell’armadio. Ma come siamo arrivati a questo punto?

È ormai passata una decade da quando, in occasione del secondo e ultimo mandato di Obama, si è riaccesa l’attenzione sulle elezioni americane. Un doppio mandato presidenziale ci ha consegnato il primo presidente di origini afroamericane della storia della più grande Superpotenza del mondo, otto anni di politiche progressiste che rispondevano ad un periodo di crisi per le economie occidentali, partita proprio da Wall Street. Non fu sorprendente vedere vincere i Repubblicani nel 2016, dato che la storia ci ha spesso insegnato che, in politica, periodi di stress portino ad una voglia di cambiamento con la loro fine. Ne è stato un esempio Attlee, che subentrò a Churchill non appena finì la Seconda Guerra Mondiale, andando lui alla Conferenza di Potsdam del 1945. Peculiare in quel caso fu la foto di rito dei vincitori, che aveva visto due elementi di novità accanto al leader sovietico, Stalin, unico a restare al comando del proprio paese con la fine della guerra; tuttavia, è doveroso ricordare che Roosevelt venne a mancare poche settimane prima, venendo sostituito da Harry Truman alla guida degli Stati Uniti.

Nel caso delle elezioni del 2016, la scelta di Hillary Clinton come candidata alla Casa Bianca fece storcere il naso a moltissimi esponenti del partito Democratico, e questo portò ad una vittoria seppur sofferta del Tycoon. I voti decisivi dei Grandi Elettori furono motivo di polemiche, con una profonda spaccatura che emerse tra  città e campagne, e l’impressione che lasciò la tornata elettorale fu quella di una controversia rimandata solo di pochi anni, con l’auspicio per i Democratici di trovare un candidato con un appeal maggiore della First Lady più discussa di sempre. 

I quattro anni di mandato di Donald Trump hanno visto un personaggio totalmente fuori dagli schemi guidare Washington, lasciando il segno sia in politica interna che estera. Le relazioni incrinate con la Cina, l’apertura verso Kim Jong-Un e Vladimir Putin, che stride sicuramente con il fallimento a cui è andato in contro il rinnovo dei trattati contro la proliferazione nucleare tra Russia e Stati Uniti. Infine, gli scandali, i processi, le problematiche attorno alla famiglia di Trump, eventi che hanno portato alle elezioni del 2020 un candidato forte internamente, disastrato fuori dai confini, ma ancora in partita. I Democratici, preso il tempo per riorganizzarsi dopo il 2016, hanno fatto affidamento su Joe Biden, già personaggio di spicco degli otto anni di Obama, il quale ottenne anche un largo supporto nel Partito. 

Anche in questo caso, il risultato non fu scontato, e ciò che forse pesò maggiormente per il Presidente uscente fu il Coronavirus, che tra contrazione dei mercati, aumento sia dell’inflazione che della disoccupazione, fece buon gioco del competitor Democratico. Anche qui, come in altri casi tra cui il già ricordato 1945, la politica è stata soggetta alla voglia di cambiamento dell’elettorato.

Bisogna però ricordare un po’ di timide voci che risuonavano già quattro anni fa, le quali vennero però prese poco in considerazione: si guardava con preoccupazione all’età dei due candidati, ormai ben oltre i 70 anni, età che in ogni paese sviluppato dà diritto alla pensione, e soprattutto a quello che sarebbe successo nel 2024. 

Quando altri paesi vedevano eletti leader giovani in rampa di lancio, come Macron e Trudeau, o lo stesso Xi Jinping in Cina, gli Stati Uniti avevano presentato due alternative in età avanzata, espressione di una generazione forse superata. Mentre la presenza del Tycoon era comprensibile, essendo un Presidente alla ricerca del suo secondo mandato, Joe Biden portava con sé una domanda: possibile che non ci fosse un’alternativa più accattivante anagraficamente? 

Gli avvenimenti di questi ultimi quattro anni, partendo dall’assalto a Capitol Hill, passando per la Guerra in Ucraina e il conflitto Israelo-Palestinese, non hanno fatto dimenticare questo fattore, o almeno, non come avrebbero potuto, anche con la complicità dello stesso Presidente, spesso apparso in difficoltà, tra un inciampo salendo sulle scale dell’Air Force One ed un discorso poco lineare in cui veniva perso il filo.

Eccoci quindi giunti all’argomento eclatante: il primo confronto elettorale tra Donald Trump e Joe Biden, che mai come in questo caso potrebbe essere uno spartiacque storico.

Ciò che forse in Occidente non si riesce a replicare è lo spettacolo scenografico dei confronti elettorali tra i candidati presidenziali. Probabilmente, le possibilità offerte da un bipartitismo come quello statunitense sono migliori di quelle che abbiamo ad esempio in Italia, ma anche l’importanza nello scacchiere geopolitico crea un divario di per sé incolmabile tra Washington e qualsivoglia Paese occidentale. 

Accendendo la televisione una sera di fine giugno, si è potuto vedere da ogni parte del mondo il confronto più importante dell’anno, un vero spettacolo che porta anche chi è disinteressato a seguire con attenzione i botta e risposta che poco hanno di politico e tanto di show Hollywoodiano. E qui sono cominciati i problemi per il Presidente uscente. Già salendo sul palco, Biden appare claudicante, limitato nei movimenti, con accanto un Trump dal passo più sicuro, dalle movenze misurate e ben più fluide.

Sul tema inflazione, vedere passato e presente confrontarsi ha sicuramente reso possibile pensare a molte variabili entrate in gioco, e sicuramente la parentesi Covid ha avuto un ruolo fondamentale. Si torna però velocemente a notare la differenza nel portamento tra i due: Trump parla con un ritmo molto incalzante, sfrutta i minuti concessi dai moderatori in modo rapido e mettendo nel suo discorso risposte dirette alle domande degli Anchor Men, parole per il pubblico, e attacchi alla controparte. 

Biden prova a fare lo stesso, andando però spesso a prendersi più tempo per rispondere, con una voce meno sicura e sempre in affanno. La sua balbuzie è abbastanza famosa, sin dai confronti della scorsa tornata elettorale. Tuttavia, è evidente che vi sia un peggioramento delle sue capacità rispetto a quattro anni fa. 

Trump in questo scenario agisce da Tycoon, prendendo la sua preda – il Presidente della più longeva superpotenza del mondo – in contropiede più volte. Per fare un esempio, a seguito di una risposta di Biden sul tema dell’immigrazione e la sicurezza dei confini, un Presidente molto confuso e dalle frasi apparentemente inconcludenti ha concesso il fianco debole ad un Trump energico che ha aperto il suo intervento ironizzando sull’incertezza delle espressioni del candidato democratico, sostenendo che non aveva compreso la fine dell’intervento di Biden, e che probabilmente nemmeno lui stesso sapesse cosa avesse detto veramente. 

Facciamo adesso un passo indietro al primo confronto del 2020: ad un osservatore qualsiasi, sembra che il Biden del 2024 sia il padre di quello visto in occasione delle scorse elezioni. Guardando all’altro podio, per Trump sembra sia passata una settimana. La voce vuota e preoccupante di Biden solamente quattro anni prima era piena, sebbene resti una leggera balbuzie a ricordarci che siamo spettatori della stessa persona nei due confronti. 

Nell’ora e mezza di querelle di giugno 2024, traspare benissimo come gli Stati Uniti siano di fronte ad un voto che non è un’elezione presidenziale, quanto un referendum sulla fiducia che il Presidente uscente possa andare avanti altri quattro anni. 

Se ci soffermiamo a pensare a come cambia non solo il mondo, ma solo la nostra stessa vita, ci sembra un battito di ciglia in cui andiamo a cambiare moltissimi aspetti delle nostre vite, senza pensare a come ci adattiamo al passare del tempo per il nostro fisico. E questo, osservando Biden, fa sembrare possibile che i prossimi quattro anni possano pesare come se fossero il triplo. 

Il problema dell’età, a onore del vero, non esiste solo per lui, considerando che lo stesso Trump arriverebbe alla fine del suo ultimo mandato avendo compiuto ottantuno anni. Un requisito fondamentale per ricoprire il ruolo del Presidente di uno Stato Federale di tanta importanza è la capacità di apparire forte, presente mentalmente, e questo potrebbe essere il vero problema per Biden, almeno per quanto riguarda gli aspetti critici oggettivi sulla sua persona. Va detto questo perché l’anzianità non deve per forza essere un’onta sull’operato di una persona, ma resta una variabile che guiderà gli indecisi all’interno della cabina elettorale.

Tuttavia, ciò che potrebbe togliere sicurezza al Tycoon non dovrebbe essere relativo alla questione anagrafica, bensì l’altro aspetto con un peso specifico rilevante sulle figure dei candidati, ovvero gli scandali e i numerosi processi che hanno colpito entrambi. Da una parte, Biden è stato colpito dal processo al figlio Hunter per acquisto illegale di un’arma da fuoco, pena che prevede fino a 25 anni di carcere. Trump, dal canto suo, non si è fatto mancare nulla: sebbene la Corte Suprema abbia dichiarato che gli ex Presidenti possono essere protetti da accuse penali negli atti ufficiali, resta ancora in piedi il processo sui pagamenti illeciti all’attrice a luci rosse Stephanie Clifford, per il quale la sentenza finale verrà resa nota il 18 settembre, due mesi più tardi di quanto inizialmente previsto e proprio per effetto della decisione della Corte Suprema. 

Il giudizio sul quale l’organo più alto nel sistema giuridico americano si è espressa, invece, riguardava la pagina più nera della politica americana, l’assalto a Capitol Hill, sede del Congresso, del 6 gennaio 2021. Questo fa pensare che il processo, per quanto possa andare avanti, porterà ad una condanna effettiva solamente a seguito del prossimo eventuale mandato di Trump, qualora la vittoria dovesse arrivare. 

Per concludere, non resta che una considerazione a noi in Europa, che non saremo ovviamente chiamati a nessun altro ruolo che non sia quello di spettatori non paganti. È questo ciò che abbiamo di meglio da offrire, come massima espressione del mondo occidentale? L’alleanza che unisce le due coste dell’Atlantico ci lega a doppio filo con ciò che succederà nei prossimi mesi in America, soprattutto con le partite che abbiamo da affrontare a est, con i conflitti in Ucraina e Medio Oriente che vanno avanti e non vedono una soluzione all’orizzonte, che provenga dalla diplomazia o dal campo di battaglia poco importa. Non possiamo dire noi se una ventata di novità potrà portare risposte che aspettiamo da troppo tempo, né fare affidamento sul fatto che le scelte politiche, secondo la filosofia dell’Antica Grecia, debbano essere prese dai più saggi, gli anziani. 

La politica americana è attesa da una sfida importante, e non stiamo parlando di novembre, ma di affrontare al meglio ciò che verrà da gennaio 2025 a novembre 2028. E sarebbe il caso che ci si presentasse con le dovute energie, per non collassare sotto il suo stesso peso. 

Lo scenario politico resta quindi imponderabile. Le questioni giudiziarie di Trump si intrecciano con i limiti fisici di Biden in un binomio di forti preoccupazioni per l’elettorato. C’è però da raccontare che i democratici spingano il presidente a fare un passo indietro: lo farà?

La Camorra è Donna!

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La mafia non si preoccupa di conferire potere ai “maschi”, bensì di eliminare l’umanità alle persone, uomini o donne che siano.

In un primo momento i concetti di donna e di mafia sembrano dissonanti, quasi a creare un ossimoro. La donna, stereotipata come “l’angelo del focolare” dall’animo buono e gentile, nel tempo è stata giustapposta all’inaudita violenza e alla spietata vendetta che sono le fondamenta su cui si innalza l’impero mafioso.  Due mondi questi che stentano ad essere legati, quasi come se fossero una forzatura. In realtà si scopre che nel mondo della criminalità organizzata le donne non sono circoscritte all’unico ruolo di madri, mogli/amanti e sorelle di criminali, anzi risultano essere delle vere e proprie cape, al pari dei loro uomini. Infatti esse vengono rispettate all’interno dei clan, proprio perché legate alla figura del boss.

Roberto Saviano, celebre giornalista e scrittore, sostiene che se le donne scomparissero dal radar mafioso, la mafia non avrebbe più motivo di esistere: il ruolo delle donne è centrale. Esse oltre ad assicurare la successione generazionale, hanno la capacità di mantenere i segreti dei clan e di imporre le regole all’interno. La loro presa di potere consiste nel fatto che, una volta che il boss esce di scena, l’impero passa sotto il loro comando. Contemporaneamente però, non sono sempre le protagoniste della storia, molte infatti si affacciano al mondo della criminalità prima come vittime, dal momento che, soprattutto nel passato, erano sottoposte ai matrimoni combinati. È evidente, però, che quella che nasce come una costrizione diviene poi una scelta. Sono loro stesse strumenti di potere. Questo processo non è sempre matematico, poiché esistono molte altre donne che decidono di sposarsi per amore, nonostante il mondo a cui appartenga il loro uomo, o ancora che ricercano il malavitoso per assicurarsi il futuro.

Nel mondo della Camorra questo fenomeno è frequentissimo. Uno degli esempi più emblematici è quello di Assunta Maresca, detta Pupetta, la quale nel 1955 si sposa con Pasquale Simonetti, un camorrista che gestisce il mercato ortofrutticolo del quartiere, detto Pascalone ‘e Nola. A pochi mesi dal matrimonio, il Simonetti viene ucciso. Pupetta, che all’epoca era incinta di otto mesi, si vendica dell’omicidio del marito, uccidendo a sangue freddo un certo Esposito, considerato il mandante dell’uccisione. Quando poi uscirà dal carcere 10 anni dopo, si legherà ad Umberto Ammaturo, con il quale negli anni ‘80 costruirà uno dei principali circoli di narcotraffico dell’epoca. 

Nell’elenco della criminalità partenopea, compare inoltre il nome di Teresa De Luca Bossa, detta Donna Teresa, la madre del noto boss del Lotto 0 di Ponticelli, Antonio De Luca Bossa, detto Tonino o’ sicc. Essa, nel momento in cui il figlio viene arrestato, eredita tutto il potere nelle sue mani e lo accoglie nella maniera più naturale possibile, divenendo una vera e propria “lady camorra”. Una figura sanguinaria, che ha dimostrato di possedere una spietatezza pari a quella che idealmente appartiene agli uomini. Donna Teresa è stata la prima donna detenuta al regime di  41 bis, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.

E’ intuibile che nel momento in cui le donne abbracciano le armi e assaggiano il potere, difficilmente riescono ad allontanarsene. E’ vero che il mondo mafioso è un’esaltazione della virilità e dei valori definiti “maschili”, ma la donna dimostra di esserne all’altezza. In particolar modo nel mondo della Camorra questo fenomeno è sempre stato più frequente, a differenza di Cosa Nostra e dell’Andrangheta, dove la prevalenza è maschile. Basti pensare che nei vicoli di Napoli, già a partire dal secondo dopoguerra, le donne praticavano il contrabbando di sigarette o la borsa nera. Eduardo De Filippo nella sua Napoli Milionaria ce ne fa un ritratto cristallino, descrivendo una donna con una personalità così forte da schiacciare il marito e in grado di costruirsi una fortuna tramite i suoi malaffari. Non a caso il termine Camorra ha molta similarità con Gomorra, che nell’immaginario collettivo è l’antica città palestinese, intrisa di corruzione e peccato dove la promiscuità conduce al fatto che non esistono vizi prettamente limitati al genere. Infatti Saviano ha intitolato il suo best-seller Gomorra.

Le donne mafiose legate al pentimento sono veramente poche, inoltre rientrano nella categoria dei “testimoni di giustizia”, che sono coloro che non hanno compiuto direttamente i crimini ma hanno agito da spettatori. Le donne di mafia, in particolar modo le camorriste, sono dunque donne emancipate, libere, moderne, ma pur sempre legate alla criminalità, non sono da considerarsi delle eroine, ma semplicemente come la testimonianza che la violenza non ha genere.

Perché la guerra israelo-palestinese è una guerra infinita

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Non c’è tiranno impietoso come il dolore, non c’è despota crudele come la confusione, scriveva nel 2008 Stephen King in Duma Key. Il dolore e la confusione, ancora oggi, sembrerebbero essere infatti gli unici vincitori incontrastati dell’intricata faccenda bellica israelo-palestinese.

Il dolore delle popolazioni colpite dalla guerra, e la conseguente confusione causata dalla parzialità e dalla solita infodemia alle quali siamo stati abituati da parte delle variegate fonti e forme di informazione contemporanee.

Premettendo che questo articolo non vuole costituire una cronistoria completa della guerra israelo-palestinese (impresa di per sé ardita, se non addirittura impossibile), ma un tentativo di fare un po’ di chiarezza e di mettere in ordine la sequenza degli eventi più importanti e delle cause storiche, per quanto possibile. 

Un’altra premessa più che doverosa vede da vicino la natura delle motivazioni del conflitto bellico in Palestina e la fase di stallo internazionale conseguita. Entrambe articolano al proprio interno ragioni di natura storica, religiosa, politico-ideologica e economica, che non permettono di rintracciare una lettura univoca e lineare, difficili da esporre in poche righe.

Il continuo della fine

Da nove mesi sono stati riaccesi i riflettori sulle vicende geopolitiche del Vicino Oriente. In particolare, i due maggiori protagonisti sono i territori palestinesi della Striscia di Gaza e lo Stato di Israele. Perché questi due Paesi sono in guerra? Partiremo da alcune date-chiave per scoprirlo:

La data che ha segnato il ritorno della grande attenzione mediatica sulla Palestina risale al 7 ottobre del 2023, giorno in cui è stata messa in atto da Hamas, principale partito politico islamista della Striscia di Gaza, l’operazione a sorpresa Alluvione Al-Aqsa (al-Aqsa flood). L’offensiva è avvenuta per via aerea con una potenza di fuoco di migliaia di missili, ondeggiante tra i 2500 e i 5000 (la maggior parte intercettata dall’avanzato sistema antimissilistico Iron Dome); via mare tramite motoscafi e barche nella parte costiera di Zikim; e via terra con la penetrazione di moto e autoveicoli nel territorio israeliano per mano delle Brigate di al-Qassam (ramificazione armata più o meno facente capo ad Hamas). Il piano è stato escogitato da Mohammed Deif, comandante del gruppo.

Nelle prime ore del mattino di quel giorno è stato inflitto un duro colpo allo stato israeliano: sono stati bersagliati 27 obiettivi civili e militari di alcune località a sud dello Stato di Israele, e a nord del confine. Il bilancio dell’attacco di quel giorno si aggira attorno ai 1400 morti e a più di 245 rapimenti (dopo mesi di distanza sono ancora discordanti le fonti in capitolo sul numero preciso).

La risposta dello stato ebraico non si è fatta attendere: nella tarda mattinata dello stesso 7 ottobre, dopo aver espresso in termini durissimi e discriminatori la propria avversità verso gli autori del misfatto, promettendone la totale distruzione, è stata proclamata dal primo ministro Benjamin Netanyahu la dichiarazione di guerra contro lo stato palestinese, ufficialmente intrapresa per scopi “antiterroristici”. Lo stato ebraico è passato subito al contrattacco bombardando decine di obiettivi di Hamas a Gaza City, senza avvisare la popolazione civile, causandone la morte in aree abitative densamente popolate, campi profughi, non risparmiando nemmeno luoghi di culto e abitazioni residenziali, creando migliaia di sfollati impossibilitati ad uscire dai confini. Non a caso, a seguito dei primi bombardamenti è arrivata la condanna dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk.

Sono stati inoltre richiamati 360.000 riservisti nell’esercito, dando così inizio all’operazione Spade di ferro (Iron Swords) sulla Striscia di Gaza, messa in atto dall’esercito israeliano (negli ultimi mesi meglio noto con la sigla di Idf, acronimo di Israel defence forces) tramite forza aeree e droni.

La guerra infinita del Novecento

Ma come si è giunti fino a questo punto? Per capirlo bisogna ripercorrere gli eventi che videro coinvolti quell’area da più di un secolo fa:

Tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX, nell’Europa geografica governava un generale sentimento di antisemitismo. La discriminazione verso la popolazione ebraica costrinse alle prime migrazioni nell’area del Vicino Oriente, in quella che per l’ebraismo è la “terra promessa” da Dio agli israeliti, e che corrisponde all’area di mondo della Palestina. Le migrazioni videro coinvolti principalmente gli ebrei della Russia zarista e dei paesi dell’Europa centrale. Gli spostamenti presero il nome di Prima e Seconda Aliyah (dall’ebraico “salita”), comprese tra il 1880 e il 1914, ponendo una possibile soluzione alla diaspora plurisecolare del popolo semita. 

Nel 1917, durante le fasi decisive della Grande Guerra, fu inserito un altro tassello fondamentale: la storica Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro degli Esteri inglese dal quale fu redatta, nella quale si dichiarava come il Regno di Sua Maestà vedesse con accondiscendenza la creazione di una stabile permanenza ebraica in Palestina, senza “però pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina”. La missiva è sorta nonostante i precedenti rapporti diplomatici e militari, seppur vaghi e infruttuosi, con i nazionalisti arabi scontenti dell’autorità imperiale, ai quali era stata fatta assaporare l’ipotesi della creazione di uno Stato arabo indipendente a seguito del sostegno necessario per minare le basi dell’Impero musulmano.  

Con l’epilogo del Primo conflitto mondiale, come ampiamente noto, fu drasticamente ridimensionata l’estensione dell’Impero ottomano di durata plurisecolare con il Trattato di Losanna nel 1923, e che comprendeva anche l’attuale territorio palestinese. La zona a maggioranza popolativa araba della Palestina fu compresa nel protettorato dello UK per volontà del Mandato della Società delle Nazioni (SDN) dal 1920. 

Tra il 1919 e il 1947, la Palestina fu soggetta a ingenti migrazioni della popolazione ebraica guidata dall’ideologia del sionismo, che mirava alla costruzione di uno Stato ebraico indipendente e riconosciuto a livello internazionale. In quegli anni si conta l’arrivo di più di 350mila persone nella zona del Levante.

A causa della sempre maggiore colonizzazione agricola, territoriale e demografica sionista, gli arabi portarono avanti numerose azioni di protesta per rivendicare la propria autorità, già a partire dal 1920 e dal 1929. Il conflitto in terra palestinese assunse una prima sistematicità e un’approvazione diffusa nella popolazione araba, con la Grande Rivolta araba compresa tra il 1936 e il 1939, sollevazione popolare e para-miliatare avente lo scopo di porre un argine al protettorato inglese e al progetto sionista, sedato dalla lotta armati degli stessi. 

La situazione sembrò cambiare dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando la giurisdizione della Palestina passò in mano all’Onu, che creò il comitato speciale per la Palestina (Unscop). Nel novembre del 1947 venne formulato da quest’ultimo il Piano di spartizione della Palestina (conosciuto anche con il nome Risoluzione 181), il quale prevedeva la suddivisione del territorio palestinese in due Stati, rispettivamente arabo ed ebraico e Gerusalemme come territorio neutrale ed internazionale. 

La risoluzione fu approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dalla popolazione ebraica. Furono contrarie invece, le comunità palestinesi e gli altri Paesi arabi, a causa del forte ridimensionamento rispetto alla conformazione territoriale iniziale (Israele avrebbe ottenuto il 56% dell’area totale, a discapito del 34% palestinese e il restante 10% di zona internazionale) in barba alla maggiore presenza araba, pari al 55% della popolazione, nei territori destinati ai coloni. Due terzi della popolazione totale, infatti, era araba con più di 1milione di abitanti, contro un terzo di ebrei, rappresentanti da poco più di 600.000 unità.

Inoltre, agli arabi erano portati via i territori più fertili, la maggior parte degli sbocchi costieri sul mar Rosso e sul Mar di Galilea, e solo un terzo di costa affacciato sul mar Mediterraneo.

L’approvazione causò, invece, altre lotte inizialmente civili, a partire dal novembre del 1947, poi divenute internazionali quando la comunità ebraica dichiarò la nascita dello Stato di Israele il 14 maggio del 1948. 

Da questa data in avanti, furono numerose le guerre, che videro gli eserciti arabi della Palestina e dei paesi confinanti contrapposti allo Stato israeliano. 

La prima avvenne il giorno seguente alla fine del mandato britannico e alla proclamazione d’indipendenza, vedendo l’Egitto, la Transgiordania, la Siria e il Libano, uniti nella Lega Araba, schierati in prima linea contro il neonato Stato di Israele. Dal conflitto uscì vincitore quest’ultimo nel 1949, che vide ampliati i propri confini fino al 78% del totale del territorio palestinese. Da questa vicenda nasce la famosa Linea Verde. L’Egitto assunse il controllo rispettivamente della Striscia di Gaza, mentre la Transgiordania quello della Cisgiordania e della parte est di Gerusalemme

La guerra arabo-israeliana del 1948 è importante per aver causato l’esodo di più di 700 mila palestinesi, dovuto a più cause interne al mondo arabo e alla risposta militare israeliana. Questo avvenimento è ricordato con l’espressione di Nakba (“catastrofe”). Ancora oggi lo spostamento di tale numero di persone non è stato ancora risolto e ha costituito uno dei punti più controversi dei successivi tentativi di accordo.

Le guerre non cessarono di manifestarsi nei diversi anni, come racconta, per esempio, la Crisi di Suez nel 1956, fino all’importante cambiamento per gli assetti territoriali con la Guerra dei Sei Giorni nel giugno del 1967. A seguito di quest’ennesimo conflitto Israele scardinò del tutto il potere delle altre potenze arabe nei territori circostanti. Anche in quest’occasione, infatti, l’Egitto, la Siria e la Cisgiordania tentarono di intaccare il suo potere. 

Lo Stato ebraico riportò un’altra vittoria e annesse la Striscia di Gaza, la pensiola del Sinai dall’Egitto, tutta Gerusalemme, la Cisgiordania, le alture del Golan dalla Siria. Infine, aderì alla seconda famosa risoluzione, la 242, del novembre dello stesso anno, che prevedeva il ritiro delle truppe dai territori occupati da Israele a seguito di un reciproco riconoscimento e della cessazione delle rivendicazioni armate. Il provvedimento fu approvato anche dall’Egitto e dalla Giordania, oltre che da Israele. Solo i palestinesi e la Siria si rifiutarono.

La vicenda, per come la conosciamo, subisce un ulteriore punto di svolta con gli Accordi di Oslo del 1993. Prima di quell’evento, furono quasi nulli tutti i tentativi di trovare una soluzione. Solo nel 1987, con la cosiddetta Prima Intifada (“rivolta” in arabo), durata fino al 1993 e che vide interessata tutta la popolazione civile della Cisgiordania e della Striscia in tentativi di boicottaggio della presenza sionista, si giunse alla volontà di entrambe le parti nel trovare una soluzione. Gli accordi tra l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina nata nel ‘64) e le istituzioni israeliane riconfermavano le risoluzioni 181 e 242, e  prevedevano il reciproco riconoscimento, l’interruzione delle rivendicazioni armate insieme alla graduale demilitarizzazione e all’abbandono della Striscia di Gaza e della Cisgiordania da parte delle forze sioniste unitamente all’istituzione dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) per il governo di quelle aree.

La ritirata delle truppe israeliane avvenne per la porzione della Striscia, seppur mantenendo il controllo degli spazi aerei e marittimi, delle frontiere commerciali e migratorie, e del sistema fiscale. Non fu mai attuata seriamente, invece, per il territorio cisgiordano. Rimaneva ancora da discutere lo status giuridico di Gerusalemme e il futuro delle colonie nel Gerico, nonché delle masse sfollate sin dal ‘48.

Le ambizioni degli accordi deflagrarono ufficialmente nel 1995, con l’uccisione del primo ministro israeliano Rabin, fautore dell’intesa, e la vittoria alla tornata elettorale del ‘96 di Bibi (nomignolo del primo ministro Netanyahu) con il partito del Likud, di “destra” nazionalista e filo-sionista, da sempre contrario alla stipulazione degli accordi di Oslo. La politica del nuovo ministro fu caratterizzata dal perseguimento degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Si è giunti alla situazione attuale dopo i nulla di fatto del memorandum di Sharm el-Sheikh nel 1999 (quando si ribadì l’importanza di attuare i precedenti accordi) e del vertice di pace di Camp David nel 2000, con al comando dello Stato ebraico il laburista “moderato” Ehud Barak. Fecero seguito la morte nel 2004 del primo presidente dell’ANP, Yasser Arafat, impegnato dal 1974 anche come leader dell’OLP per il passaggio dall’uso della lotta armata alla diplomazia.       

Solo nel 2005, con l’attuazione del piano di disimpegno unilaterale israeliano proposto nell’anno precedente dal primo ministro ebraico Ariel Sharon appartenente al Likud, Israele ha ritirato totalmente la propria popolazione e forza militare dalla Striscia di Gaza e da alcuni insediamenti della Cisgiordania settentrionale, pur mantenendo tutti i controlli sopra ricordati e isolando la sua posizione geografica, spostando gli 8500 coloni in Cisgiordania.

Con l’uscita dalla scena politica di Sharon e l’indebolirsi delle posizioni dell’OLP e delle associazioni che ne fanno parte, prima fra tutte quella di Fatah (tutt’ora al “comando” solo in Cisgiordania), crebbero ancora i consensi per le fazioni meno propense a scendere a compromessi avvilenti per la dignità palestinese. Dal 2006 il potere nella Striscia di Gaza è detenuto dal partito di Hamas, Movimento di Resistenza Islamica, nato nel 1987 a Gaza da Ahmed Yassin, che da anni combatte Israele e il suo esercito.

 Nel suo statuto del 2017, accetta solo “temporaneamente” i confini dettati dalla Linea Verde del ‘48, seppur non riconoscendo l’autorità di Israele, e ribadendo, anzi, la sua completa opposizione e l’intento di sostituire allo stato sionista uno Palestinese. Seguirono inoltre altre invasioni della Striscia da parte del Paese ebraico nel 2008 e nel 2014. 

Ritorno al presente

Contrariamente alla narrazione ufficiale, quello che potrebbe apparire a primo impatto come un atto ingiustificato e provocatorio da parte di Hamas, in realtà nasconde delle motivazioni ben precise e non ha in nessun modo determinato la ripresa del conflitto. Quest’ultimo, infatti, non solo non ha mai subito una battuta d’arresto, ma è stato condotto a più riprese dalle forze israeliane, che ne hanno determinato l’incremento e l’inasprirsi, soprattutto nei mesi precedenti all’operazione militare palestinese.

Dall’attacco del 7 ottobre sono stati perpetrati ingenti danni alla popolazione civile. Israele, durante i giorni immediatamente successivi alla risposta di Hamas, ha comandato un arresto totale delle forniture di servizi, garantiti per lo più proprio dalle aziende israeliane, come la corrente elettrica (basti pensare che la Israel electric corporation forniva tra il 50% e l’80% dell’apporto elettrico ai territori della Striscia) o il gasolio necessario per alimentare la sola centrale elettrica. Così come anche i rifornimenti idrici, alimentari, energetici, medici, di connessione internet-satellitare e umanitari. L’interruzione è stata definita “un crimine di guerra” da Omar Shakir, direttore di Israele e Palestina di Human Rights Watch.

Il tutto era reso più difficile dal giugno del 2007, quando Israele, insieme all’Egitto, ha colpito l’enclave di Gaza con un embargo sull’acqua potabile, le medicine, il carburante, così come sono interdette le importazioni di materiali edili ed elettrici, creando una percentuale di disoccupazione intorno al 50% e un malfunzionamento generale dei servizi pubblici. Per non parlare del confinamento subito dal fazzoletto di terra palestinese che ha visto serrare i propri confini con gli altri Stati da mura di cemento, per un tratto, e filo spinato dall’altro.Tra Israele e Gaza ci sono solo sei punti di passaggio lungo tutto il confine di 41 km sul confine est e di 10 km sul versante nord.

Hamas non gode dei finanziamenti di Usa e Ue, al contrario di Fatah e dell’OLP in Cisgiordania, ricevendo sostegno solo dall’Iran, da parte della politica egiziana e della Turchia.

Tornando al presente, dal 26 ottobre 2023 la Striscia di Gaza è completamente occupata da nord a sud. A quasi 9 mesi di distanza la Palestina ha subito un attacco su tutti i fronti: dall’inizio del conflitto si contano quasi 38.000 vittime palestinesi, secondo i dati forniti dal ministero della Sanità di Gaza City; sono state annientate e bloccate le vie di comunicazione, come la strategica Salah al-Din Road (principale autostrada del Paese) o come racconta il caso del valico di Rafah e di Kerem Shalom (a confine con l’Egitto, fondamentale per gli apporti umanitari, per la fuga della popolazione e l’ingresso di merci e armi); distrutte anche università e ospedali (come per i casi di al-Ahli e al-Shifa).

livello internazionale, gli schieramenti sono stati subito chiari a cominciare dalla condanna dell’attacco: in pole position gli Stati Uniti (storici alleati di Israele), seguiti dall’Ue (e dai paesi facentine parte), dalla Gran Bretagna, dall’Ucraina e dall’Onu, sporadicamente pronunciatisi sui bombardamenti messi in atto sulla Striscia (fatta eccezione per l’ultimo). Dall’altra parte della barricata si sono schierati l’Iran, il partito di Hezbollah nel Libano (entrambi alleati di Hamas) ed il Qatar. Hanno sposato una posizione più intermedia e umanitaria gli altri paesi arabi come l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti.

Solo il 29 dicembre del 2023, quando già si contavano più di 20mila morti, è giunta l’accusa di genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja da parte del governo del Sudafrica sulla base della Convenzione sul genocidio del 1948. Nella denuncia sono state richieste misure cautelari, un cessate il fuoco immediato. All’accusa è seguita la richiesta di archiviazione dell’avvocatura di Israele, respinta, però, nel gennaio del 2024, quando la presidente della Corte, Joan Donoghue, riteneva che “almeno alcuni atti sembrano in grado di rientrare nella convenzione sul genocidio”.

Tra le misure approvate dalla corte contro Israele, oltre ad assicurarsi che le sue forze militari non commettano atti in violazione della Convenzione sul genocidio del 1948, rientra anche la  punizione dei cittadini che si macchiano di incitamento al genocidio e l’autorizzazione all’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, senza limitazioni. Non è stata invece accolta la richiesta del Sudafrica per un immediato cessate il fuoco. 

Come noto nella conoscenza di ognuno, la guerra è andata avanti e continua sotto gli occhi di tutto il mondo. A morire, più del 60%, sono donne e bambini. I rifugi approntati da Onu e Mezzaluna rossa, circa 120, ospitano profughi in misura maggiore alla loro capienza. Almeno 200 funzionari delle Nazioni Unite sono morti nei bombardamenti. Tre quarti degli ospedali sono distrutti o inservibili. Il 70 per cento delle case è cancellato o inagibile. Sigrid Kaag, coordinatrice umanitaria dell’Onu per Gaza, afferma al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che tra l’80 e l’85 per cento della popolazione è stata costretta a sfollare verso sud: «Più di un milione di persone sono state sfollate ancora una volta, cercando disperatamente rifugio e sicurezza, e 1,9 milioni di persone sono ora sfollate in tutta Gaza.”

Il conflitto si muove lungo tutto il territorio e nessuna località al suo interno è sicura. Israele non ha mostrato interesse nel rispettare le norme del diritto internazionale con i bombardamenti continui e l’invasione via terra avvenuta dal 27 ottobre scorso, così come le richieste della Corte di Giustizia Internazionale, scavalcando continuamente la legge e tirando avanti. Nelle ultime ore sembrerebbe essersi aperto uno spiraglio per un nuovo cessate il fuoco, ma il bilancio della guerra rimane tragico.

Clima e società tra passato, presente e futuro. Intervista a Riccardo Luna.

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L’umanità traccheggia di fronte alla scatola cinese della questione ambientale da decenni. I Grandi della Terra – anzi per correttezza, della Società – riferiscono la stessa risposta di un adolescente al genitore che insiste affinché metta in ordine la propria camera: “Domani lo faccio, promesso”. Con l’aggravante dell’illusione di fedeltà, che è dinamica ben assodata nella storia del rapporto governo-cittadino, al pari di quello parentale. Il problema a monte è questa inversione dei ruoli: i genitori dovrebbero essere loro. 

Se il maltrattamento del pianeta affonda le radici nella seconda metà dell’Ottocento, in coincidenza con la seconda rivoluzione industriale, la realizzazione del problema e la comparsa di una consistente opposizione alla prospettiva ottimistico-progressista, risale agli anni Settanta del secolo scorso. La crisi petrolifera del ‘73 apre gli occhi sul carattere limitato delle risorse, l’uomo si desta dall’illusione di aver trovato la chiave di un Eden economico. In questi anni alzano la voce i movimenti ambientalisti, sovrapposti all’onda della critica alla civiltà consumista che aveva toccato il suo apice nel Sessantotto. Negli anni successivi la questione ambientale scala posizioni nelle agende dei governi, cominciano e si intensificano i dibattiti sulla riduzione dei consumi e sulla ricerca di fonti alternative, provocando divisioni come nel caso dell’energia nucleare. Verso la fine degli anni ‘80 si consolida il bipolarismo nel dibattito sull’ambiente, che vede in un angolo la mobilitazione ambientalista, e nell’altro i paesi produttori di petrolio guidati da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il sentimento ambientalista è in ascesa, tanto che in Italia nel 1987 i Verdi entrano per la prima volta a fare parte del Parlamento, portando la causa a livello politico. Nel corso del decennio successivo vengono scoperti nuovi giacimenti petroliferi (come il Canale d’Otranto nel 1993), e le grandi potenze ne approfittano per alleviare il timore nell’opinione pubblica riguardo l’esaurimento delle risorse, evitando perdite ingenti. Esemplare la non adesione degli Stati Uniti al Protocollo di Kyoto (1997), che obbliga i paesi firmatari ad una riduzione delle emissioni di gas serra. Subisce gli effetti di questa situazione la ricerca delle fonti alternative, su tutte la transizione delle automobili all’energia elettrica. Il processo evolutivo e l’affermazione di questa nuova proposta scientifica vengono dilatati nel tempo, tanto che solo con il nuovo millennio si intravedono i primi risultati, fino ai giorni d’oggi nei quali si assiste ad una crescente diffusione. Nel 2015 una tappa fondamentale la segna l’accordo di Parigi, con il quale si stabilisce l’obiettivo del mantenimento del riscaldamento globale al di sotto degli 1.5°C in più rispetto ai livelli pre-industriali. Il coinvolgimento di massa cresce a dismisura quando, nel 2018, Greta Thunberg riesce ad ottenere l’attenzione dell’opinione pubblica globale grazie alle sue azioni dimostrative che restituiscono l’idea di catastrofe “imminente” in cui si sta riversando il pianeta. Il fenomeno è scemato negli ultimi anni, e ad oggi l’interesse degli Stati e delle organizzazioni internazionali per la questione rimane circoscritto a pochi interventi, non determinanti per invertire la rotta drammatica che l’essere umano ha intrapreso. 

Dopo questa breve sintesi della storia della questione climatica, puntiamo insieme gli occhi sul presente e sul futuro. Ho avuto il piacere di confrontarmi con Riccardo Luna, giornalista di Repubblica e direttore del sito Green&Blue, indagando il rapporto tra le generazioni che si scontrano, le ragioni retrostanti le rappresaglie dell’attivismo ambientale e le difficoltà che incontra chi sposa una causa che avvolge tutta la popolazione mondiale, ma riscontra paradossalmente poco interesse.  

Per iniziare gli chiedo degli interventi da parte dei leader mondiali, sottolineando come ad ogni occasione vengano rinnovati gli impegni senza però poi darne un’applicazione pratica: “Il termometro dell’interesse per la questione ambientale è l’accordo che è stato preso alla scorsa COP28 a Dubai, dove il centro del documento finale, lodato e votato da quasi tutti i paesi, era l’impegno al transition away dai combustibili fossili. Il problema è che questa transizione non solo non è avvenuta, non è neanche cominciata. Produciamo più combustibili fossili di quanti ne abbiamo mai prodotti, continuiamo ad aprire nuovi giacimenti e investire in nuove infrastrutture. Si tratta di un accordo che non prevede alcuna sanzione e nessun vero impegno di tempo. È un accordo di princìpi: dicono di volere il transition away, ma in questo senso lo vogliono anche i petrolieri, i quali – quando il petrolio sarà esaurito – investiranno in energie rinnovabili, come già stanno facendo gli Emirati Arabi”. Eppure, in quanto ad alternative energetiche rinnovabili la situazione è florida: “Non abbiamo mai avuto tante energie rinnovabili come in questo momento. Stanno crescendo e sono competitive con i combustibili fossili, dal punto di vista del costo. Sicuramente c’è una fortissima resistenza da parte delle aziende del petrolio, del carbone e del gas, come anche dagli stessi governi, che in gran parte sono in combutta con queste. Pensa al rapporto strettissimo che c’è nei paesi produttori tra chi governa e chi investe in questo settore. Perché dovrebbero rinunciare alla ricchezza? Perché il mondo va in malora? Non lo vedono, non se ne curano. Qualche giorno fa è venuto a Roma Al Gore (ex vicepresidente USA sotto Clinton, ndr) il quale ci ha ribadito che i dati sono significativi. Per dirti, in California l’energia che viene usata è rinnovabile. Si comincia a vedere la transizione in certi posti, e bisogna spingere perché questo processo acceleri politicamente. L’anno prossimo si terrà una COP molto importante in Brasile, un paese che con Lula spinge moltissimo sulla transizione, nonostante abbia interessi petroliferi. Si celebreranno anche i dieci anni dell’accordo di Parigi del 2015. È lì che si spera potremo ottenere l’accelerazione alla quale tutti puntiamo”. 

A questo punto gli propongo un paragone tra l’attivismo ambientale odierno e il movimento del Sessantotto, entrambi manifestazioni di una cesura generazionale, della volontà di mutare i connotati della società. Luna mi fa notare una differenza sostanziale: “Nel ‘68 i giovani erano la maggioranza e la rivolta era maggioritaria, in grado di spostare gli equilibri politici. I giovani avevano un enorme peso. Oggi per ragioni demografiche i giovani sono in minoranza, la popolazione delle democrazie occidentali è costituita per lo più da over 65. Sono paesi fondamentalmente di pensionati e anziani, e questo ha un impatto non banale. In secondo luogo, il fenomeno dell’attivismo ambientale è rinato con Greta Thunberg che ha portato milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo. Quel fenomeno oggi è in calo, come se ci fosse la bassa marea. Lo indicano tutti i sondaggi, le piazze, gli scioperi del clima. Ci sono gli attivisti climatici, ma non si portano più i ragazzi nelle piazze. Tanto che una parte del movimento si è radicalizzata. Per risolvere il cambiamento climatico devi contrastare il capitalismo, quindi devi cambiare la società, il modo di produrre beni e servizi, adottare un’economia circolare. Ridurre le emissioni comporta un mutamento di vita. Il cambio di società di cui si parlava nel Sessantotto è esattamente quello che ci sarebbe dentro la questione ambientale, perché essa è una questione sociale, di ingiustizia sociale. Sono i poveri ad essere colpiti di più dalla situazione. Finché il cambiamento climatico non verrà percepito come una questione economica e sociale, non riuscirà ad appassionare i giovani come dovrebbe. Una volta, in un’udienza, Papa Francesco mi disse che si parla sempre della fatica di questa sfida che abbiamo davanti, mai della sua bellezza”. Mi intrometto: forse è proprio la complessità del problema che scoraggia la maggior parte dei giovani? “A me interessa quello che arriva dai ragazzi, perché non si è mai visto uno che cambia il mondo a ottant’anni. Rifuggo dallo stereotipo dell’espressione “i giovani”, perché ne esistono diversi tipi. Qualche tempo fa ho richiesto un’indagine di mercato per capire chi sono i giovani e che consumi culturali hanno. L’azienda a cui mi sono affidato ha diviso il campione dei giovani in quattro cluster: i NEET, quelli indifferenti e depressi; i superficiali, che pensano solo a divertirsi; quelli che vogliono solo fare soldi; infine, quelli che si impegnano, di qualunque cosa si tratti, e che vogliono cambiare il mondo in meglio. Queste classi sono di dimensioni analoghe, intorno al 25% con delle differenze minime. Per questo quando si parla di “giovani” io mentalmente mi figuro queste categorie e cerco di capire chi ho davanti”. 

La frattura fra gli attivisti e i governanti trova la sua principale manifestazione nelle azioni dimostrative che hanno per obiettivi opere d’arte e monumenti. Queste operazioni hanno dato luogo alla nuova – rispetto alla storia della lingua italiana, s’intende – definizione di “ecovandalo”. Sulla Treccani, vandalo è chi “senza alcuna motivazione […], per gusto perverso o per ignoranza, devasta e rovina beni e oggetti di valore, e soprattutto monumenti, opere d’arte.  La motivazione c’è, sacrosanta e che riguarda tutti. Manca invece la devastazione, in quanto – mi fa notare Luna – essi “utilizzano vernici lavabili e naturali, quando imbrattano i dipinti lo fanno perché questi sono protetti da una lastra di vetro”. Allora, che profilo hanno questi “temibili” attivisti? “Non sono vandali, in primis. Non sono terroristi, non provocano terrore. Manifestano un disagio. Lo manifestano nella maniera giusta? Non lo so, ma so che il disagio è giusto, viene da cause giuste. È tutta la scienza che dichiara l’esistenza di un problema enorme. Sono persone che reagiscono a quello che dice la scienza, dunque leggono, si informano e le danno credito. Già solo per questo io li ascolterei. Dopodiché, potrebbe non essere la strada migliore per convincere l’opinione pubblica che dobbiamo cambiare strada, però non sono né vandali, né terroristi. Tra l’altro io scrissi al Ministro della Cultura Sangiuliano (Repubblica, 5 marzo 2024) che tra i grandi danni del cambiamento climatico ci sono quelli che procura ai monumenti. Tutte le volte che si verifica un’alluvione, grande caldo o inquinamento, il patrimonio artistico e culturale viene danneggiato. Il Ministro della Cultura dovrebbe essere il primo ad entrare in campo per difendere il nostro patrimonio, non schierarsi contro gli attivisti chiedendo “pene esemplari”, che non significa nulla. Probabilmente questi ragazzi non trovano una società ricettiva. Ripeto, forse è sbagliato (enfatizza forse, ndr). Ma stanno provando ad avvisarci che c’è un pericolo imminente”.