Nel maggio del 2021, l’artista italiano Salvatore Garau ha venduto all’asta un’opera d’arte per 18.000 dollari. L’arte contemporanea, si sa, raggiunge cifre vertiginose.
Fin qui, nulla di sorprendente, dove sta dunque la notizia?
L’opera in questione, intitolata Io Sono, non esiste.
Almeno in senso materiale: è composta da “aria e spirito”. Lo spazio è vuoto, il piedistallo resta vuoto, eppure il collezionista ha pagato per possedere un’idea, un’intenzione, un vuoto pieno di significato. Questa si può definire arte? Qual è il confine su cosa è arte e cosa no? Cosa ci dice sul tempo che viviamo?
Per comprendere Io Sono, non possiamo ignorare il punto di svolta radicale che fu Marcel Duchamp agli inizi del Novecento. Quando nel 1917 presentò un orinatoio rovesciato, firmato R. Mutt, con il titolo Fountain, il mondo dell’arte fu scosso da un gesto che ridefiniva completamente i confini tra oggetto comune e oggetto artistico. Duchamp non scolpiva, non dipingeva: sceglieva. L’atto creativo diventava l’atto di dichiarare: “Questo è arte perché io, artista, lo decido.”
Con Duchamp, nasce il concetto di ready-made, e con esso un’arte concettuale dove l’idea supera la materia. Non serve “fare” per “creare”. La provocazione è diventata poetica, e poi teoria. Oggi siamo figli (o orfani) di quella rivoluzione.
Garau, ex musicista e pittore astratto, ha portato alle estreme conseguenze quella lezione: non solo l’artista non deve più plasmare, ma può perfino eliminare del tutto la presenza fisica dell’opera. In un’intervista, Garau ha dichiarato:
“L’arte è immateriale. Quello che si compra è uno spazio di pensiero. Come con Dio: non lo vedi, ma lo senti.”
È una frase che accende polemiche e riflessioni. Io Sono è accompagnata da un certificato di autenticità, e l’acquirente deve esporla in uno spazio libero da oggetti, seguendo precise istruzioni. Un’installazione mentale, una “scultura immateriale”.
Ma se non c’è nulla da vedere, chi decide che si tratti d’arte?
Critici e spettatori si dividono. Alcuni definiscono Garau un ciarlatano di lusso, altri un visionario coerente con l’evoluzione dell’arte contemporanea. In un mondo dove le NFT (non-fungible tokens) vendono immagini digitali per milioni di dollari, è davvero così folle immaginare un’arte totalmente immateriale?
La questione allora non è più solo estetica, ma filosofica ed economica. L’arte non è ciò che si vede, ma ciò che si crede. E questo la rende merce, ma anche esperienza metafisica. La “vendita del nulla” è solo l’ultima tappa di un’arte che da decenni esplora il senso, la presenza, l’identità.
Siamo ormai lontani dalla bellezza tangibile di un Botticelli, dal mondo intimo ed emotivo di un van Gogh. Ma ogni epoca ha la sua estetica, e l’arte contemporanea riflette un mondo dove l’informazione conta più della materia, dove l’intangibile (il digitale, il concettuale, il virtuale) domina. Nel gesto di Garau c’è forse un eccesso, o forse una profonda coerenza. L’artista crea — e la sua scelta crea valore. Salvatore Garau non ci offre un oggetto, ma un’essenza che l’artista riesce a plasmare e che, anche se astratta, ci fa riflettere e diventa tangibile nella nostra mente.
In una società dove tutto è visibile, tracciabile, esibito, forse l’invisibile è l’ultima frontiera della creatività. E il vuoto, oggi più che mai, ha un peso specifico.


