Nel 1935 Jose “Pepe” Mujica viene al mondo nella città di Montevideo, esattamente nella periferia rurale di Paso de la Arena, all’interno di una famiglia di contadini, imparando da subito ad indossare i panni dei più umili. Nonostante fosse chiara la classe sociale a cui appartenesse, il giovane “Pepe” non sentiva il peso delle differenze, sarà stato per il fatto che molti dei suoi cari lo avevano incoraggiato a studiare, ad informarsi, restava comunque il fatto che in quel quartiere, ai margini della capitale, non c’era distanza tra chi maneggiava un libro e chi un piccone.
Proprio in questi primissimi anni comincia ad osservare il suo Paese, che per la democrazia che aveva costruito e le politiche d’avanguardia che aveva rilanciato era stato battezzato come la “Svizzera dell’America latina”. Nutre, dal principio, simpatie peroniste, tendenzialmente “di sinistra” che vengono confermate dall’incontro con Luis Berres, esponente del partito “colorado”, rosso, dell’Uruguay, nonché presidente della Repubblica di quegli anni, il quale, da sempre vicino alle classi lavoratrici, era deciso ad aiutare con sussidi statali la classe operaia. Seppur con inclinazioni socialiste, Mujica, viene sedotto dall’altro volto del peronismo, il Nazionalismo. Così a 21 anni entra a far parte del partito conservatore, quello nazionalista.
Tramite la figura di sua madre entra nelle grazie del politico Enrique Erro, con cui riesce a comprendere gli assetti politico-culturali dei paesi in cui approda: con la Russia entra in collisione, in Cina conosce Mao Zeitung e con Cuba è amore a prima vista. Travolto dal sentimento anti-imperialista che scaldava gli animi dei cubani nel 1959, impara il significato di comunismo ispanico e lo individua nelle fattezze di Ernesto Guevara, El Che. Fa tesoro delle lezioni imparate, ma intanto la sua patria versa in uno stato di crisi assoluta. A causa delle misure di Austerity che vengono impiegate, le tasse e le diseguaglianze aumentano, le rivolte e le repressioni sembrano incontenibili. I conflitti si registrano maggiormente nelle aree più interne del paese. Infatti nel 1962 nella periferia di Paysandu, un esponente del PS, il partito socialista, Raùl Sendìc, avendo preso a cuore la causa dei cañeros, i coltivatori di canne da zucchero che vertevano in condizioni lavorative estenuanti, organizza una marcia come protesta, camminando per 600km, dall’estremo nord fino alla capitale, Montevideo. A 26 anni, il giovane di Paso de la Arena, come destatosi da un lungo sonno, lascia il partito nazionalista, per inseguire la sua naturale propensione: abbattere le disuguaglianze, capendo, memore del Guevarismo, che per cambiare le cose non serve la politica, così si schiera dalla parte dei cañeros.
Tra la fine del 1962 e l’inizio del 1963 Mujica insieme a Sendic e ad altri amici fidati fondano il Movimento di liberazione nazionale, noto come il partito dei “Tupamaros”, in onore di Tupac Amaru II, un indigeno peruviano che nel 1780 si ribellò ai dominatori spagnoli. Il partito appena nato raccoglieva di tutto: comunisti, socialisti, cristiani progressisti e filocinesi. All’inizio la guerriglia dei tupamaros viene condotta in sordina, ma poi risulta impellente il desiderio di farsi conoscere dal popolo. Si sviluppano così piccoli furti di armi e denaro che, gli esponenti del movimento, toglievano alle grandi aziende per devolverli ai più bisognosi, i contadini, cavalcando l’onda di un “Robin Hood alla sudamericana”. Il loro impegno era profondo, impregnato di quegli obiettivi comuni che si erano prefissati di conseguire. Si rifugiano in case sicure, che lo stesso Mujica si preoccupa di procurare, e con l’arrivo di Jorge Pacheco Areco come governatore, il partito dei ribelli si amplia e nuove reclute vengono ammesse. Il potere della destra, salita nel 1965, segnerà l’inizio della dittatura uruguaiana, che si alternerà tra repressioni e oppressioni scolorendo nell’immediato l’immagine di quella “svizzera” che si era sudato l’Uruguay nei primi anni del novecento. L’intenzione principale della dittatura era catturare i tupamaros, dal momento che con il Minigolpe di Pando, Mujica e i suoi, avendo messo sotto assedio le banche della cittadina stessa, si erano guadagnati l’inimicizia del governo. Si da luogo ad una vera e propria rappresaglia, così nel 1969, mentre gli studenti scendono nelle piazze di tutto il mondo, le squadriglie di Areco catturano in un bar il Comandante Facundo, il nome in codice di Pepe Mujica. Da questo momento in poi il futuro presidente dell’Uruguay diventa uno dei rehenes, ostaggi in spagnolo. Gli anni di prigionia dureranno tutto il tempo della dittatura, e sarà dura vivere isolato, in pochi metri quadri. In una intervista successiva Mujica dichiarerà che durante il tempo trascorso a Punta Carretas, il carcere di Montevideo, per cercare di non impazzire si era concentrato a studiare la vita degli esseri più insignificanti come le formiche, i topolini, ammettendo che ognuno di loro se li si osserva da vicino custodiscono un piccolo mondo approfondire. L’attenzione e la sensibilità verso orizzonti che fino a quel momento nessuno si era impegnato ad ammirare.
Nel 1985, con il governo Sanguinetti e il ritorno della tanto agognata democrazia, arriva l’amnistia verso i detenuti accusati di crimini di guerra. Mujica riassapora la libertà e riabbraccia i suoi compagni di partito, trovandoli più invecchiati e dimagriti. Passerà qualche anno prima di diventare deputato, sarà nel 1994, quando il Movimento di partecipazione popolare, MPP, una corrente ideata dallo stesso Mujica all’interno del Fronte Ampio, otterrà il 30 per cento delle preferenze. Bisognerà aspettare 10 anni, però, prima che il partito maggioritario del Fronte Ampio trionfi e Mujica acquisisca il titolo di ministro dell’agricoltura e dell’allevamento, guidato dal leader Tabaré Vazquez. Durante il suo incarico di ministro si mette subito al lavoro per dimostrare l’attenzione naturale che mostrava nei confronti dei più poveri, i contadini, la sua classe. Dà vita a un fondo, che intitola proprio al suo defunto amico Raul Sendic, grazie al quale si mette al servizio di piccole e medie imprese e sostiene cooperative di contadini e allevatori. Il denaro di questo fondo viene estrapolato direttamente dal salario dei politici del suo partito, che ammontava a circa 1300 euro. Ma questo è solo l’inizio.
Il primo marzo del 2010 viene eletto presidente. Subito l’opinione pubblica viene colpita dal suo stile di vita sobrio e campestre, con una macchina modesta e uno stipendio di 800 euro mensili, calcolando che il 90 per cento del ricavato veniva donato ai più bisognosi. Non a caso i media lo definirono come il “presidente più povero del mondo”, ma questo era solo il contorno di una grande personalità come quella di Pepe. Ha reso politica la sua filosofia di vita, incentrata su valori inflessibili: accontentarsi del necessario, evitare il superfluo e condividere le proprie fortune e conoscenze. Senza pretese ha elaborato la formula della felicità, in un mondo divorato dal consumismo le sue parole ci svegliano da un coma sociale: “Stiamo governando la globalizzazione o è la globalizzazione che governa noi? Non siamo forse venuti al mondo per essere felici?”. Nel 2012 si è anche distinto per aver emanato alcune leggi riformiste, come la legalizzazione dell’aborto, quella della cannabis nelle farmacie e la conferma della validità dei matrimoni gay. Ciò non ha impedito il flusso di alcune critiche che lo hanno pervaso, c’è chi lo ha tacciato di ipocrisia, anche tra i suoi stessi tupamaros. Nello stesso anno la scrittrice Alma Balon lo ha accusato di essere un traidor, traditore, e lo ha definito come il “regalo” inaspettato della destra uruguaiana. L’accusa era in merito all’accesso di numerose multinazionali che avrebbero fatto crescere i consumi e l’inquinamento del paese. Ma in merito a tutte queste accuse Mujica ha sempre risposto con grande educazione e schiettezza, ammettendo che la scelta di non opporsi alla fame di consumo risulta circoscritta a un vincolo del quale lui stesso ne era prigioniero, altrimenti l’economia non sarebbe cresciuta, poiché se avesse imposto il suo stile di vita alla sua popolazione, probabilmente lo avrebbero eliminato. Nonostante queste critiche nel quinquennio in cui è stato il protagonista, 2010-2015, i consensi da parte del popolo sono sempre stati altissimi e non sono mai scesi al di sotto del 70 per cento. Pepe Mujica non avrà cambiato il mondo, probabilmente sarà stato solo una goccia in mezzo all’oceano, ma sicuramente di acqua limpida, perché è stato l’esempio di una bella politica, fatta di coerenza intellettuale, di umiltà sociale e di lucido raziocinio, riuscendo ad essere il primo cittadino dell’Uruguay e rendere prioritario il bene comune.


