Non c’è tiranno impietoso come il dolore, non c’è despota crudele come la confusione, scriveva nel 2008 Stephen King in Duma Key. Il dolore e la confusione, ancora oggi, sembrerebbero essere infatti gli unici vincitori incontrastati dell’intricata faccenda bellica israelo-palestinese.
Il dolore delle popolazioni colpite dalla guerra, e la conseguente confusione causata dalla parzialità e dalla solita infodemia alle quali siamo stati abituati da parte delle variegate fonti e forme di informazione contemporanee.
Premettendo che questo articolo non vuole costituire una cronistoria completa della guerra israelo-palestinese (impresa di per sé ardita, se non addirittura impossibile), ma un tentativo di fare un po’ di chiarezza e di mettere in ordine la sequenza degli eventi più importanti e delle cause storiche, per quanto possibile.
Un’altra premessa più che doverosa vede da vicino la natura delle motivazioni del conflitto bellico in Palestina e la fase di stallo internazionale conseguita. Entrambe articolano al proprio interno ragioni di natura storica, religiosa, politico-ideologica e economica, che non permettono di rintracciare una lettura univoca e lineare, difficili da esporre in poche righe.
Il continuo della fine
Da nove mesi sono stati riaccesi i riflettori sulle vicende geopolitiche del Vicino Oriente. In particolare, i due maggiori protagonisti sono i territori palestinesi della Striscia di Gaza e lo Stato di Israele. Perché questi due Paesi sono in guerra? Partiremo da alcune date-chiave per scoprirlo:
La data che ha segnato il ritorno della grande attenzione mediatica sulla Palestina risale al 7 ottobre del 2023, giorno in cui è stata messa in atto da Hamas, principale partito politico islamista della Striscia di Gaza, l’operazione a sorpresa Alluvione Al-Aqsa (al-Aqsa flood). L’offensiva è avvenuta per via aerea con una potenza di fuoco di migliaia di missili, ondeggiante tra i 2500 e i 5000 (la maggior parte intercettata dall’avanzato sistema antimissilistico Iron Dome); via mare tramite motoscafi e barche nella parte costiera di Zikim; e via terra con la penetrazione di moto e autoveicoli nel territorio israeliano per mano delle Brigate di al-Qassam (ramificazione armata più o meno facente capo ad Hamas). Il piano è stato escogitato da Mohammed Deif, comandante del gruppo.
Nelle prime ore del mattino di quel giorno è stato inflitto un duro colpo allo stato israeliano: sono stati bersagliati 27 obiettivi civili e militari di alcune località a sud dello Stato di Israele, e a nord del confine. Il bilancio dell’attacco di quel giorno si aggira attorno ai 1400 morti e a più di 245 rapimenti (dopo mesi di distanza sono ancora discordanti le fonti in capitolo sul numero preciso).
La risposta dello stato ebraico non si è fatta attendere: nella tarda mattinata dello stesso 7 ottobre, dopo aver espresso in termini durissimi e discriminatori la propria avversità verso gli autori del misfatto, promettendone la totale distruzione, è stata proclamata dal primo ministro Benjamin Netanyahu la dichiarazione di guerra contro lo stato palestinese, ufficialmente intrapresa per scopi “antiterroristici”. Lo stato ebraico è passato subito al contrattacco bombardando decine di obiettivi di Hamas a Gaza City, senza avvisare la popolazione civile, causandone la morte in aree abitative densamente popolate, campi profughi, non risparmiando nemmeno luoghi di culto e abitazioni residenziali, creando migliaia di sfollati impossibilitati ad uscire dai confini. Non a caso, a seguito dei primi bombardamenti è arrivata la condanna dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk.
Sono stati inoltre richiamati 360.000 riservisti nell’esercito, dando così inizio all’operazione Spade di ferro (Iron Swords) sulla Striscia di Gaza, messa in atto dall’esercito israeliano (negli ultimi mesi meglio noto con la sigla di Idf, acronimo di Israel defence forces) tramite forza aeree e droni.
La guerra infinita del Novecento
Ma come si è giunti fino a questo punto? Per capirlo bisogna ripercorrere gli eventi che videro coinvolti quell’area da più di un secolo fa:
Tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX, nell’Europa geografica governava un generale sentimento di antisemitismo. La discriminazione verso la popolazione ebraica costrinse alle prime migrazioni nell’area del Vicino Oriente, in quella che per l’ebraismo è la “terra promessa” da Dio agli israeliti, e che corrisponde all’area di mondo della Palestina. Le migrazioni videro coinvolti principalmente gli ebrei della Russia zarista e dei paesi dell’Europa centrale. Gli spostamenti presero il nome di Prima e Seconda Aliyah (dall’ebraico “salita”), comprese tra il 1880 e il 1914, ponendo una possibile soluzione alla diaspora plurisecolare del popolo semita.
Nel 1917, durante le fasi decisive della Grande Guerra, fu inserito un altro tassello fondamentale: la storica Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro degli Esteri inglese dal quale fu redatta, nella quale si dichiarava come il Regno di Sua Maestà vedesse con accondiscendenza la creazione di una stabile permanenza ebraica in Palestina, senza “però pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina”. La missiva è sorta nonostante i precedenti rapporti diplomatici e militari, seppur vaghi e infruttuosi, con i nazionalisti arabi scontenti dell’autorità imperiale, ai quali era stata fatta assaporare l’ipotesi della creazione di uno Stato arabo indipendente a seguito del sostegno necessario per minare le basi dell’Impero musulmano.
Con l’epilogo del Primo conflitto mondiale, come ampiamente noto, fu drasticamente ridimensionata l’estensione dell’Impero ottomano di durata plurisecolare con il Trattato di Losanna nel 1923, e che comprendeva anche l’attuale territorio palestinese. La zona a maggioranza popolativa araba della Palestina fu compresa nel protettorato dello UK per volontà del Mandato della Società delle Nazioni (SDN) dal 1920.
Tra il 1919 e il 1947, la Palestina fu soggetta a ingenti migrazioni della popolazione ebraica guidata dall’ideologia del sionismo, che mirava alla costruzione di uno Stato ebraico indipendente e riconosciuto a livello internazionale. In quegli anni si conta l’arrivo di più di 350mila persone nella zona del Levante.
A causa della sempre maggiore colonizzazione agricola, territoriale e demografica sionista, gli arabi portarono avanti numerose azioni di protesta per rivendicare la propria autorità, già a partire dal 1920 e dal 1929. Il conflitto in terra palestinese assunse una prima sistematicità e un’approvazione diffusa nella popolazione araba, con la Grande Rivolta araba compresa tra il 1936 e il 1939, sollevazione popolare e para-miliatare avente lo scopo di porre un argine al protettorato inglese e al progetto sionista, sedato dalla lotta armati degli stessi.
La situazione sembrò cambiare dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando la giurisdizione della Palestina passò in mano all’Onu, che creò il comitato speciale per la Palestina (Unscop). Nel novembre del 1947 venne formulato da quest’ultimo il Piano di spartizione della Palestina (conosciuto anche con il nome Risoluzione 181), il quale prevedeva la suddivisione del territorio palestinese in due Stati, rispettivamente arabo ed ebraico e Gerusalemme come territorio neutrale ed internazionale.
La risoluzione fu approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dalla popolazione ebraica. Furono contrarie invece, le comunità palestinesi e gli altri Paesi arabi, a causa del forte ridimensionamento rispetto alla conformazione territoriale iniziale (Israele avrebbe ottenuto il 56% dell’area totale, a discapito del 34% palestinese e il restante 10% di zona internazionale) in barba alla maggiore presenza araba, pari al 55% della popolazione, nei territori destinati ai coloni. Due terzi della popolazione totale, infatti, era araba con più di 1milione di abitanti, contro un terzo di ebrei, rappresentanti da poco più di 600.000 unità.
Inoltre, agli arabi erano portati via i territori più fertili, la maggior parte degli sbocchi costieri sul mar Rosso e sul Mar di Galilea, e solo un terzo di costa affacciato sul mar Mediterraneo.
L’approvazione causò, invece, altre lotte inizialmente civili, a partire dal novembre del 1947, poi divenute internazionali quando la comunità ebraica dichiarò la nascita dello Stato di Israele il 14 maggio del 1948.
Da questa data in avanti, furono numerose le guerre, che videro gli eserciti arabi della Palestina e dei paesi confinanti contrapposti allo Stato israeliano.
La prima avvenne il giorno seguente alla fine del mandato britannico e alla proclamazione d’indipendenza, vedendo l’Egitto, la Transgiordania, la Siria e il Libano, uniti nella Lega Araba, schierati in prima linea contro il neonato Stato di Israele. Dal conflitto uscì vincitore quest’ultimo nel 1949, che vide ampliati i propri confini fino al 78% del totale del territorio palestinese. Da questa vicenda nasce la famosa Linea Verde. L’Egitto assunse il controllo rispettivamente della Striscia di Gaza, mentre la Transgiordania quello della Cisgiordania e della parte est di Gerusalemme
La guerra arabo-israeliana del 1948 è importante per aver causato l’esodo di più di 700 mila palestinesi, dovuto a più cause interne al mondo arabo e alla risposta militare israeliana. Questo avvenimento è ricordato con l’espressione di Nakba (“catastrofe”). Ancora oggi lo spostamento di tale numero di persone non è stato ancora risolto e ha costituito uno dei punti più controversi dei successivi tentativi di accordo.
Le guerre non cessarono di manifestarsi nei diversi anni, come racconta, per esempio, la Crisi di Suez nel 1956, fino all’importante cambiamento per gli assetti territoriali con la Guerra dei Sei Giorni nel giugno del 1967. A seguito di quest’ennesimo conflitto Israele scardinò del tutto il potere delle altre potenze arabe nei territori circostanti. Anche in quest’occasione, infatti, l’Egitto, la Siria e la Cisgiordania tentarono di intaccare il suo potere.
Lo Stato ebraico riportò un’altra vittoria e annesse la Striscia di Gaza, la pensiola del Sinai dall’Egitto, tutta Gerusalemme, la Cisgiordania, le alture del Golan dalla Siria. Infine, aderì alla seconda famosa risoluzione, la 242, del novembre dello stesso anno, che prevedeva il ritiro delle truppe dai territori occupati da Israele a seguito di un reciproco riconoscimento e della cessazione delle rivendicazioni armate. Il provvedimento fu approvato anche dall’Egitto e dalla Giordania, oltre che da Israele. Solo i palestinesi e la Siria si rifiutarono.
La vicenda, per come la conosciamo, subisce un ulteriore punto di svolta con gli Accordi di Oslo del 1993. Prima di quell’evento, furono quasi nulli tutti i tentativi di trovare una soluzione. Solo nel 1987, con la cosiddetta Prima Intifada (“rivolta” in arabo), durata fino al 1993 e che vide interessata tutta la popolazione civile della Cisgiordania e della Striscia in tentativi di boicottaggio della presenza sionista, si giunse alla volontà di entrambe le parti nel trovare una soluzione. Gli accordi tra l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina nata nel ‘64) e le istituzioni israeliane riconfermavano le risoluzioni 181 e 242, e prevedevano il reciproco riconoscimento, l’interruzione delle rivendicazioni armate insieme alla graduale demilitarizzazione e all’abbandono della Striscia di Gaza e della Cisgiordania da parte delle forze sioniste unitamente all’istituzione dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) per il governo di quelle aree.
La ritirata delle truppe israeliane avvenne per la porzione della Striscia, seppur mantenendo il controllo degli spazi aerei e marittimi, delle frontiere commerciali e migratorie, e del sistema fiscale. Non fu mai attuata seriamente, invece, per il territorio cisgiordano. Rimaneva ancora da discutere lo status giuridico di Gerusalemme e il futuro delle colonie nel Gerico, nonché delle masse sfollate sin dal ‘48.
Le ambizioni degli accordi deflagrarono ufficialmente nel 1995, con l’uccisione del primo ministro israeliano Rabin, fautore dell’intesa, e la vittoria alla tornata elettorale del ‘96 di Bibi (nomignolo del primo ministro Netanyahu) con il partito del Likud, di “destra” nazionalista e filo-sionista, da sempre contrario alla stipulazione degli accordi di Oslo. La politica del nuovo ministro fu caratterizzata dal perseguimento degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme.
Si è giunti alla situazione attuale dopo i nulla di fatto del memorandum di Sharm el-Sheikh nel 1999 (quando si ribadì l’importanza di attuare i precedenti accordi) e del vertice di pace di Camp David nel 2000, con al comando dello Stato ebraico il laburista “moderato” Ehud Barak. Fecero seguito la morte nel 2004 del primo presidente dell’ANP, Yasser Arafat, impegnato dal 1974 anche come leader dell’OLP per il passaggio dall’uso della lotta armata alla diplomazia.
Solo nel 2005, con l’attuazione del piano di disimpegno unilaterale israeliano proposto nell’anno precedente dal primo ministro ebraico Ariel Sharon appartenente al Likud, Israele ha ritirato totalmente la propria popolazione e forza militare dalla Striscia di Gaza e da alcuni insediamenti della Cisgiordania settentrionale, pur mantenendo tutti i controlli sopra ricordati e isolando la sua posizione geografica, spostando gli 8500 coloni in Cisgiordania.
Con l’uscita dalla scena politica di Sharon e l’indebolirsi delle posizioni dell’OLP e delle associazioni che ne fanno parte, prima fra tutte quella di Fatah (tutt’ora al “comando” solo in Cisgiordania), crebbero ancora i consensi per le fazioni meno propense a scendere a compromessi avvilenti per la dignità palestinese. Dal 2006 il potere nella Striscia di Gaza è detenuto dal partito di Hamas, Movimento di Resistenza Islamica, nato nel 1987 a Gaza da Ahmed Yassin, che da anni combatte Israele e il suo esercito.
Nel suo statuto del 2017, accetta solo “temporaneamente” i confini dettati dalla Linea Verde del ‘48, seppur non riconoscendo l’autorità di Israele, e ribadendo, anzi, la sua completa opposizione e l’intento di sostituire allo stato sionista uno Palestinese. Seguirono inoltre altre invasioni della Striscia da parte del Paese ebraico nel 2008 e nel 2014.
Ritorno al presente
Contrariamente alla narrazione ufficiale, quello che potrebbe apparire a primo impatto come un atto ingiustificato e provocatorio da parte di Hamas, in realtà nasconde delle motivazioni ben precise e non ha in nessun modo determinato la ripresa del conflitto. Quest’ultimo, infatti, non solo non ha mai subito una battuta d’arresto, ma è stato condotto a più riprese dalle forze israeliane, che ne hanno determinato l’incremento e l’inasprirsi, soprattutto nei mesi precedenti all’operazione militare palestinese.
Dall’attacco del 7 ottobre sono stati perpetrati ingenti danni alla popolazione civile. Israele, durante i giorni immediatamente successivi alla risposta di Hamas, ha comandato un arresto totale delle forniture di servizi, garantiti per lo più proprio dalle aziende israeliane, come la corrente elettrica (basti pensare che la Israel electric corporation forniva tra il 50% e l’80% dell’apporto elettrico ai territori della Striscia) o il gasolio necessario per alimentare la sola centrale elettrica. Così come anche i rifornimenti idrici, alimentari, energetici, medici, di connessione internet-satellitare e umanitari. L’interruzione è stata definita “un crimine di guerra” da Omar Shakir, direttore di Israele e Palestina di Human Rights Watch.
Il tutto era reso più difficile dal giugno del 2007, quando Israele, insieme all’Egitto, ha colpito l’enclave di Gaza con un embargo sull’acqua potabile, le medicine, il carburante, così come sono interdette le importazioni di materiali edili ed elettrici, creando una percentuale di disoccupazione intorno al 50% e un malfunzionamento generale dei servizi pubblici. Per non parlare del confinamento subito dal fazzoletto di terra palestinese che ha visto serrare i propri confini con gli altri Stati da mura di cemento, per un tratto, e filo spinato dall’altro.Tra Israele e Gaza ci sono solo sei punti di passaggio lungo tutto il confine di 41 km sul confine est e di 10 km sul versante nord.
Hamas non gode dei finanziamenti di Usa e Ue, al contrario di Fatah e dell’OLP in Cisgiordania, ricevendo sostegno solo dall’Iran, da parte della politica egiziana e della Turchia.
Tornando al presente, dal 26 ottobre 2023 la Striscia di Gaza è completamente occupata da nord a sud. A quasi 9 mesi di distanza la Palestina ha subito un attacco su tutti i fronti: dall’inizio del conflitto si contano quasi 38.000 vittime palestinesi, secondo i dati forniti dal ministero della Sanità di Gaza City; sono state annientate e bloccate le vie di comunicazione, come la strategica Salah al-Din Road (principale autostrada del Paese) o come racconta il caso del valico di Rafah e di Kerem Shalom (a confine con l’Egitto, fondamentale per gli apporti umanitari, per la fuga della popolazione e l’ingresso di merci e armi); distrutte anche università e ospedali (come per i casi di al-Ahli e al-Shifa).
A livello internazionale, gli schieramenti sono stati subito chiari a cominciare dalla condanna dell’attacco: in pole position gli Stati Uniti (storici alleati di Israele), seguiti dall’Ue (e dai paesi facentine parte), dalla Gran Bretagna, dall’Ucraina e dall’Onu, sporadicamente pronunciatisi sui bombardamenti messi in atto sulla Striscia (fatta eccezione per l’ultimo). Dall’altra parte della barricata si sono schierati l’Iran, il partito di Hezbollah nel Libano (entrambi alleati di Hamas) ed il Qatar. Hanno sposato una posizione più intermedia e umanitaria gli altri paesi arabi come l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti.
Solo il 29 dicembre del 2023, quando già si contavano più di 20mila morti, è giunta l’accusa di genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja da parte del governo del Sudafrica sulla base della Convenzione sul genocidio del 1948. Nella denuncia sono state richieste misure cautelari, un cessate il fuoco immediato. All’accusa è seguita la richiesta di archiviazione dell’avvocatura di Israele, respinta, però, nel gennaio del 2024, quando la presidente della Corte, Joan Donoghue, riteneva che “almeno alcuni atti sembrano in grado di rientrare nella convenzione sul genocidio”.
Tra le misure approvate dalla corte contro Israele, oltre ad assicurarsi che le sue forze militari non commettano atti in violazione della Convenzione sul genocidio del 1948, rientra anche la punizione dei cittadini che si macchiano di incitamento al genocidio e l’autorizzazione all’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, senza limitazioni. Non è stata invece accolta la richiesta del Sudafrica per un immediato cessate il fuoco.
Come noto nella conoscenza di ognuno, la guerra è andata avanti e continua sotto gli occhi di tutto il mondo. A morire, più del 60%, sono donne e bambini. I rifugi approntati da Onu e Mezzaluna rossa, circa 120, ospitano profughi in misura maggiore alla loro capienza. Almeno 200 funzionari delle Nazioni Unite sono morti nei bombardamenti. Tre quarti degli ospedali sono distrutti o inservibili. Il 70 per cento delle case è cancellato o inagibile. Sigrid Kaag, coordinatrice umanitaria dell’Onu per Gaza, afferma al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che tra l’80 e l’85 per cento della popolazione è stata costretta a sfollare verso sud: «Più di un milione di persone sono state sfollate ancora una volta, cercando disperatamente rifugio e sicurezza, e 1,9 milioni di persone sono ora sfollate in tutta Gaza.”.
Il conflitto si muove lungo tutto il territorio e nessuna località al suo interno è sicura. Israele non ha mostrato interesse nel rispettare le norme del diritto internazionale con i bombardamenti continui e l’invasione via terra avvenuta dal 27 ottobre scorso, così come le richieste della Corte di Giustizia Internazionale, scavalcando continuamente la legge e tirando avanti. Nelle ultime ore sembrerebbe essersi aperto uno spiraglio per un nuovo cessate il fuoco, ma il bilancio della guerra rimane tragico.

