martedì 19 Maggio, 2026
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INDIGESTIONE OLIMPICA

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Ogni Olimpiade possiede la madre di tutte le polemiche. Sommate fanno una bandiera punteggiata di schizzi di fango. Eppure, l’intento iniziale sembrava un festival delle buone intenzioni. Si correva e si vinceva per l’alloro, ma le tensioni politiche e gli interessi economici dei paperoni finanziari hanno rimesso in discussione la cultura dello sport, l’orologio della polemica si è messo in moto nelle prime olimpiadi con l’esclusione delle donne. Le inglesi si erano già riversate sulle strade di Londra per rivendicare il diritto di voto e i giochi olimpici diventarono l’occasione per una battaglia sociale che ebbe nel tempo una crescita esponenziale. Lo sport divenne un diritto universale che riversò su diverse manifestazioni i malumori del popolo dei miserabili che colsero nelle olimpiadi l’occasione per partecipare alla mensa collettiva del benessere. Ma la presenza del colore dell’arcobaleno, delle fedi religiose e delle diversità culturali scatenarono le bande del razzismo contro l’inclusione dei diversi. E pensare che Roma divenne eterna per l’accettazione di ogni colore, di ogni divinità e di ogni cultura.
Molti non capirono quel testamento storico lasciato dai romani alle generazioni future, tantomeno i fautori del fascismo e del nazismo che esclusero ebrei, zingari, gay e neri da ogni istituzione pubblica. Del resto nelle Olimpiadi di Berlino, Hitler non strinse la mano al più grande atleta di ogni tempo solo per il colore della pelle
e fece di tutto per espellere dal pugilato uno zingaro diventato campione di Germania prima che il nazismo prendesse il potere. Ma anche in Italia i pugili neri finirono ai margini dello sport per la pelle annerita dal sole e dal tempo.
I nostalgici del dominio bianco ebbero però uno smacco doloroso durante le Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. La rivoluzione globale partita dalle università americane contro la guerra in Vietnam si era estesa in Europa con gli epicentri in Italia, in Francia e in Germania e coinvolse i giochi olimpici messicani. Le proteste degli studenti eredi dei Maja vennero stroncate nel sangue. Non si è mai saputo quanti ragazzi e ragazze caddero falciati dai mitra, ma certamente furono migliaia. Però durante i giochi olimpici si alzò un pugno che cambio la cultura dello sport. I pugni chiusi nel cielo messicano furono il gesto più politico della storia dei giochi. Smith e Carlos, due velocisti americani di colore scuro, chinarono la testa e alzarono il braccio destro con la mano chiusa durante la premiazione per protestare contro la discriminazione razziale sempre presente nelle regioni meridionali degli Stati Uniti. La politica entrò di prepotenza negli stadi. Ogni conflitto divenne l’occasione per boicottare i giochi. Avvenne a Mosca con l’assenza degli atleti americani e si ripropose a Los Angeles senza i sovietici. Il tempo in questo caso non ha sanato le ferite. Un poeta visionario cileno che raccontava in una poesia il dramma delle donne centro americane che si addormentavano spose e si svegliavano vedove, disse che sarebbe venuto il momento in cui una donna presidierà il comitato olimpico internazionale e le Olimpiadi sarebbero diventate una casa sanitaria per curare i guai del mondo con la tregua dei fucili puntati.

Viaggio nel regno delle tenebre

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“Se il mondo finisce, non me ne frega. La mia psiche è una fortezza, ma spero che ancora regga”. Così recita una famosa barra di Guè in Champagne 4 The Pain, brano contenuto nel mixtape Fastlife 4, rilasciato nell’aprile del 2021 dal famoso rapper di Milano. Da parte dei personaggi del mondo dello spettacolo non siamo stati certo abituati ad aperture verso la sensibile tematica della salute mentale, ma nell’esperienza quotidiana sarà certamente capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di dover affrontare una difficoltà di questo tipo, e di venire a conoscenza di situazioni simili da amici o parenti nelle conversazioni più intime.

Ma come può nascere un’allucinazione che ben presto diviene collettiva e che può generare disinformazione in una nazione intera? Uno dei casi più diffusi riguarda il (ri)vivere e il riportare alla mente quello che crediamo essere un vissuto assodato e indelebile, che inspiegabilmente inizia a vacillare e del quale non crediamo di essere più tanto sicuri. Un istante consapevolmente paradossale, ma allo stesso tempo inquietante e da far accapponare la pelle. Quel gelido brivido che trapassa anima e corpo nel momento esatto in cui realizziamo di non avere la certezza assoluta di un ricordo che pur sembra essere così vivido, quasi palpabile di fronte ai nostri occhi. Il frangente in cui una certezza sembrerebbe traballare per far spazio al dubbio e al tentennamento. 

Lo strano caso della famiglia Ingram

Un caso di crollo, di mistero e di manipolazione psichica è avvenuto negli Stati Uniti, e si sta facendo conoscere da poco anche nel nostro Paese. La vicenda, già nota negli States, è stata raccolta nel libro Remembering Satan: A Tragic Case of Recovered del 1994, tradotto solo dallo scorso giugno in italiano con il titolo di Inferno americano: Storia di una famiglia (trad. it. Paola Peduzzi, Nr edizioni, 2024 [1994], pp. 210, euro 20). L’autore è il giornalista investigativo americano Lawrence Wright, classe 1947, vincitore del premio Pulitzer per la saggistica nel 2007 con il libro Le altissime torri: come Al-Qaeda giunse all’11 settembre (nella versione originale The Looming Tower: Al-Qaeda and the Road to 9/11).

La pubblicazione segue le vicende dell’inchiesta giornalistica condotta dallo stesso Wright nel 1994 a seguito di una notizia di cronaca realmente avvenuta sei anni prima, il 28 novembre del 1988 a Olympia, capoluogo della contea di Thurston, nello stato di Washington, del quale è capitale.

In quell’anno le due sorelle Ericka e Julie Ingram, di 22 e 18 anni, denunciano il proprio padre, Paul Ingram, per abusi sessuali e stupri subiti per anni tramite torture, avvenuti nel corso di celebrazioni di gruppi satanici, di cui l’uomo avrebbe fatto parte. Secondo le stesse testimoni, nel corso dei cerimoniali sarebbero inoltre avvenuti reati di ogni tipo, dagli aborti forzati fino agli infanticidi.

Fino ad allora l’uomo era conosciuto in città per essere il vice capo civile dello sceriffo, nonché presidente del Partito Repubblicano della contea, padre di cinque figli, membro di una congregazione protestante fondamentalista, la Church of Living Water, garante dell’ordine del quartiere. Insomma, il classico ritratto del cittadino americano medio, bianco, credente, incarnazione della legge patriarcale, pronto per la grigliata domenicale in giardino.

A riportare l’accaduto e a suscitare l’attenzione del cronista, come lui stesso racconta in un’intervista per La Repubblica, fu il suo analista, tramite il quale venne a conoscenza di un vero e proprio fenomeno di massa nella società americana degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90, che vedeva donne con disturbi della personalità dichiarare di essere state vittime di sequestri e di aver subito violenze sessuali.

L’anomalia nelle testimonianze di Paul

Il caso della famiglia Ingram balza agli occhi dell’opinione pubblica a causa delle controverse confessioni del padre. Nonostante in un primo momento avesse dichiarato di essere del tutto estraneo ai fatti, a seguito di alcuni “suggerimenti” stranamente precisi degli inquisitori,(lo sceriffo, Gary Edwards, e l’altro suo vice, Neil McClanahan, insieme ai detective Joe Vukich e Brian Schoening), della cieca fiducia riposta nelle figlie e dell’aggravarsi delle accuse, l’uomo decise di ritrattare la sua testimonianza, ammettendo non solo di essere colpevole, ma aggiungendo dettagli man mano più efferati e accurati.

La versione definitiva estrapolata dalle testimonianze conduceva ad un ciclo di delitti compiuti in un arco di oltre quindici anni e che allargava i sospetti a gruppi di amici della famiglia e ad ulteriori colleghi del dipartimento.  

All’interno degli interrogatori, ambigui e lacunosi nel loro insieme, viene notato l’emergere delle ammissioni solo in concomitanza di input iniziali, nascosti sotto la falsa veste di “aiuti” per il recupero dei ricordi. In realtà i ricordi erano avanzati dagli inquirenti e da una serie di esperti scelti per tracciare un quadro psichico dei soggetti (psicoanalisti alle prime armi e il pastore evangelico della famiglia, John Bratun). A partire dalle sollecitazioni prendeva avvio la ricostruzione degli eventi da parte dell’imputato, confermata in seconda battuta dalla famiglia, e che valse la condanna a vent’anni di carcere, scontata fino al 2003. Solo nel 2014 ci fu una revisione del processo che sancì l’innocenza di Ingram, anche grazie alla testimonianza di Wright. Dei delitti di sangue e di interruzione violenta di gravidanza, inoltre, non furono mai rinvenute tracce o indizi tali da comprovare i reati. 

Il mosaico da ricomporre

Il caso Ingram ha avuto il merito di aver portato all’attenzione di tutti due questioni con le quali la società nord-americana fu costretta a fare i conti. La prima, di natura prevalentemente psicologica, intreccia a doppio filo la memoria recuperata e la sindrome della falsa memoria, ulteriormente correlate al loro utilizzo nelle risoluzioni di vicende giudiziarie. Nel caso preso in considerazione, solo in un secondo momento è stato possibile appurare come sia le “vittime” che il “carnefice” fossero stati assistiti da consulenti seguaci della Terapia della memoria recuperata (in inglese Recovered-memory therapy, RMT), consistente in una serie di tecniche messe in atto, secondo i suoi sostenitori, per permettere il recupero di eventi traumatici depositati nel subconscio e riportabili alla memoria. La teoria della memoria recuperata è fortemente osteggiata dalla comunità scientifica ed è stata dimostrata la sua complicità nella creazione di falsi ricordi, come anche la sua pericolosità per la salute mentale dei pazienti e per la vita delle persone a loro care. Lo stesso Wright offre una definizione di ricordo falso, spiegando che si tratta di “ricostruzioni elaborate fatte in buona fede di fatti mai avvenuti”, aggregazioni di stimoli esterni associate dalla mente a elementi propri. Altri studiosi di rilevanza internazionale, come Elizabeth Loftus e Richard Ofshe, sono stati schierati in prima linea a favore di quest’ultima spiegazione.      

Durante lo svolgimento delle indagini, insieme a Wright, solo un altro tra gli esperti nominati giunse a dichiarare l’inattendibilità delle testimonianze, causate dall’influenza di ricordi creati ad hoc da terzi (e nei fatti mai avvenuti), instaurando avvenimenti negativi anche nella mente del soggetto incriminato, e riconosciuti dalle figlie. La creazione di “falsi ricordi” fu causata, almeno per quanto ricostruito dalle indagini, dalle suggestioni di libri e di alcuni talk show, in una bieca caccia al satanismo scatenatasi soprattutto nelle zone rurali degli Stati.

Il secondo spunto di riflessione è conseguenza del primo e apre uno scorcio sul fenomeno storico conosciuto negli Usa come Satanic panic, “panico satanico”. Si contestualizza in un periodo di isteria collettiva, radicata in particolar modo nelle realtà politicamente più conservatrici e dalla fede cristiana intransigente, verso il pericolo del culto satanico e dei complotti mondiali contro l’antico schema dei valori tradizionali. I falsi ricordi generarono, in misura maggiore nel periodo compreso tra la metà degli anni ‘80 e gli anni ‘90, un’ondata di oltre 12 mila denunce per il reato di “abuso rituale satanico (SRA)”. Il termine fu coniato proprio in quel periodo, a partire dalla pubblicazione del discusso romanzo Michelle Remembers, basato sul racconto delle violenze subite da Michelle Smith, ricostruita tramite la RMT, e che sembrava confermare le tesi cospirazioniste. In quegli anni, tra le fasce più giovani della popolazione cresceva l’influenza di libri, film, videogiochi, giochi di ruolo e generi musicali come l’heavy metal, che si pensavano creati appositamente per adescare nuovi adepti ai culti satanici. Il libro ebbe l’effetto di scatenare un’ondata di panico generalizzato. 

In realtà si scoprì che la famiglia Ingram era da anni entrata in contatto con il pentecostalismo, tramite la comunità della Church of Living Water, movimento che credeva nella rivelazione diretta di Dio al credente e che la stessa esperienza potesse succedere anche per mano del Diavolo, capace di rimuovere i ricordi dopo aver condotto la persona nel peccato. Secondo quanto scritto da Wright, sarebbe stata proprio una consulente di questa emanazione, Karla Franko, ad infondere l’idea di aver subito degli abusi nella giovane Ericka, sempre ispirata da Dio, scatenando quanto avvenuto in seguito. 

Sulla vicenda sono stati realizzati un film per la televisione, Forgotten Sins, nel 1996 diretto da Dick Lowry e un di un film breve (33 minuti) del 2013, PAUL: The Secret Story of Olympia’s Satanic Sheriff, del regista Nik Nerburn. E’ disponibile anche un sito web dedicato al caso dove seguire e ricostruire, passo per passo, gli avvenimenti delle inchieste.        

Wright sigla l’intervista affermando quanto sia compito dei ”media raccontare le cose come stanno. Dire la verità è l’unico modo per permettere a tutti di prendere le decisioni migliori”. Aggiungiamo noi che, nonostante oggi si abbiano a disposizione tutti i mezzi per poter accedere anche in forma autonoma ad una conoscenza scientificamente comprovata e in grado di motivare i fenomeni di ogni tipo, c’è ancora chi preferisce rifugiarsi in consolazioni dal gusto folkloristico e dalle spiegazioni bizzarre. L’ignoranza è una brutta bestia (di Satana).

L’autunno di fuoco della Germania

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Solingen è una città della Renania Settentrionale-Vestfalia, fondata 650 anni fa, occasione per cui erano stati organizzati vari eventi pubblici, tra cui concerti dal vivo e altre manifestazioni culturali. L’attacco è avvenuto nel cuore delle celebrazioni, precisamente nella piazza principale della città, il Fronhof, dove erano presenti numerosi cittadini e turisti. Alle 21:45, l’aggressore ha iniziato a colpire a caso i presenti con un coltello, mirando deliberatamente al collo delle sue vittime. Le vittime, una donna e due uomini, erano originarie di Solingen e Düsseldorf, e non sembra ci fosse alcuna connessione personale tra loro e l’assalitore, come sarebbe poi stato confermato sia dall’identità delle persone fermate – due complici – sia dalla rivendicazione dell’ISIS, che già aveva provato a colpire il cuore dell’Europa qualche settimana prima, in occasione del tour della Pop Star americana Taylor Swift.

Le indagini hanno condotto ad un ragazzo di 15 anni ospite di un centro per richiedenti asilo a poche centinaia di metri dal Fronhof, il quale è stato riconosciuto come un interlocutore dell’attentatore da alcuni testimoni. Un altro arresto, sempre di un cittadino ritenuto vicino all’ISIS, ha contribuito ad infiammare il dibattito. A livello politico, l’attacco ha già avuto ripercussioni sulle politiche di sicurezza interna e sulle relazioni internazionali della Germania. Innanzitutto, è bene citare la Ministra dell’Interno tedesca, Nancy Faeser, che aveva da poco annunciato un innasprimento delle leggi volto a vietare il trasporto in pubblico di coltelli con lame oltre i 6 centimetri di lunghezza, oltre che l’uso di coltelli a serramanico.

A questo si unisce il problema della percezione dei richiedenti asilo, i quali hanno sempre cercato in Germania un porto sicuro, spinti dalle condizioni di vita particolarmente positive, anche a confronto con il resto d’Europa. È doveroso ricordare che, sin dall’inizio della guerra in Siria, centinaia di migliaia di rifugiati siano arrivati dai Balcani in Germania, avviando un processo di integrazione che, purtroppo, non è riuscito fino in fondo, nonostante vi siano sicuramente storie molto positive.

Eppure, la tendenza degli ultimi anni è stata di una repulsione da parte dei cittadini tedeschi, accelerata ed inasprita dal difficilissimo momento che l’economia di Berlino sta vivendo. Infatti, tra una ripresa economica post-Covid che non decolla, resa peggiore dalla crisi dell’industria interna, e la zavorra economica che il sostegno all’Ucraina porta sulle casse dello Stato, il problema della migrazione sembra sia sempre più sentito. Non a caso, le elezioni che ha coinvolto i Lander di Turingia e Sassonia hanno prodotto un risultato storico: non solo i socialdemocratici di Olaf Scholz, l’attuale cancelliere, ha raccolto il 10% delle preferenze con i suoi alleati, ma Alternative für Deutschland (AfD) ha segnato una crescita impensabile anche solo pochi mesi fa. I due Lander, che ironia della sorte vengono dalla Germania Est Comunista, hanno scelto in massa di votare per un partito di estrema destra, anti-immigrazione e anche euroscettico. E se in Sassonia la maggioranza è stata comunque conquistata dalla CdU, esponente pur sempre moderata della destra, in Turingia la vittoria è arrivata, sfiorando il 33%. A peggiorare il quadro, in entrambi i casi il podio ha visto una sola forza di sinistra, quella del BSW, anch’esso contrario alle attuali leggi sull’asilo e al sostegno all’Ucraina. E mentre sulla questione immigrazione il governo ha risposto, dopo gli attacchi, con una legge più stringente e anche rimpatriando 28 siriani, sulla questione della Guerra in Ucraina, il dibattito resta. Se da un lato gli esponenti di AfD hanno più volte parlato di un avvicinamento della Germania e di Mosca, dall’altro lato BSW ha chiesto di cessare il sostegno a Kiev e aprire negoziati con Putin.

La Germania è stata sin dal primo momento un importante sostenitore dell’Ucraina, portando a più riprese la questione sul tavolo in Europa, e mettendo spesso quote più alte rispetto agli altri Stati dell’Unione. Al momento, però, pare che il popolo tedesco veda quantomeno altre priorità davanti a sé, e queste elezioni ne sono la prova. A poco serviranno le dichiarazioni di Scholz, che ha parlato di AfD come i responsabili dell’indebolimento del Paese. In un momento in cui il governo si trova ai ferri corti con sindacati, preoccupati da una recessione ormai certa e dall’impoverimento dell’industria, con Volkswagen sempre più vicina al licenziamento di molti dipendenti in barba agli accordi che garantivano uno stop agli esuberi fino al 2029, le questioni scottanti sul tavolo sono diventate troppe.

Allo stesso tempo, viene da chiedersi cosa succeda alla Germania, un paese che circa novant’anni fa dava inizio ad uno dei periodi più bui della storia del mondo. Sebbene il disegno totalitario di Hitler sia naufragato, e nonostante siano state dedicate moltissime energie ad arginare un rigurgito di quegli ideali durante i decenni passati, la fiamma del nazionalismo più estremo parrebbe non essersi spenta del tutto.

Arendt, così come molti altri volti illustri nel panorama accademico, hanno sempre riconosciuto come l’arma più potente del nazismo il carisma del Leader, la sua forza, l’immagine a cui aggrapparsi per uscire dalla crisi. Le pesanti riparazioni di guerra che hanno tenuto la Germania sotto il controllo dei paesi vincitori della Grande Guerra hanno portato alla ricerca di questa forza, trovandola nel dittatore più temuto d’Occidente, che seppe tirare fuori dal baratro un paese allo sbando, con un’inflazione che farebbe raggelare il sangue a confronto con quella attuale. Eppure la storia può diventare ciclica in un attimo, e sebbene sembri alquanto improbabile che si torni ad un regime tanto forte e ostile alla Democrazia, un nazionalismo spinto sarebbe comunque in grado di portare la Germania a mettere in discussione moltissime cose, a partire dal sostegno all’Ucraina, ma anche alla sua partecipazione all’Unione Europea, la quale andrebbe a perdere, dal lato suo, il motore economico principale.

Per quanto tutto questo sia fantapolitica, o anche distopia, sarebbe opportuno iniziare anche a prepararsi ad un’importante spaccatura nell’Unione, quantomeno sui temi legati alla guerra e all’immigrazione. Poco importa se vi sono state le elezioni europee due mesi fa, se pensiamo al sentimento emerso in Germania dopo gli avvenimenti di Solingen e le elezioni: il Governo guidato da Scholz, ad oggi, si trova a dover fare i conti con se stesso, e dovrà scegliere se continuare a seguire la sua agenda politica, oppure se ridiscutere gli accordi sull’immigrazione e il sostegno all’Ucraina.

La Germania post-Merkel, suo malgrado, ha perso la capacità di mantenere l’indirizzo politico con forza ed equilibrio impeccabili, e probabilmente questo non è dovuto nemmeno ad incapacità della classe politica, che ha sicuramente ereditato una situazione solida. I conti amari, purtroppo per Scholz, arrivano tutti da fuori, e sono probabilmente il frutto di uno scenario geopolitico in cui Berlino aveva poche altre possibilità da prendere in considerazione.

Resta da scoprire solamente se adesso il governo tedesco deciderà di andare contro la sua natura e abbracciare almeno alcune delle richieste delle forze di opposizione, oppure di affrontare questa crisi di petto e sperare che la tempesta termini al più presto. 

Velo sì o velo no? Questo è il vero dilemma

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Il Femminismo è un movimento sociale che ha come punto cardine il conseguimento dei diritti civili e politici della donna, mettendola in una situazione paritaria rispetto al ruolo dell’uomo all’interno della vita pubblica di una società. 

Dal momento che il mondo è vario, esistono donne diverse e proprio per questo succede, a volte, che i motivi per cui lottano alcune non sono gli stessi per cui lottano altre. Di conseguenza questo macro-movimento si segmenta, dando origine a molteplici punti di vista. Una delle cause principali di questa spaccatura nasce dall’eterno scontro tra Occidente ed Oriente, che per motivi storico-politici ben definiti ha scaturito un divario culturale, molto spesso sfociato nei rapporti di genere.

Quando l’Occidente occupò alcuni paesi del Medio-Oriente avvenne una profonda laicizzazione, che offrì una visione completamente nuova alla componente femminile orientale, introducendo quella che poi verrà chiamata “occidentalizzazione forzata“ della società, poiché lo scopo dei colonizzatori era quello di livellare le differenze culturali. 

Questo appiattimento culturale, che avvenne conseguentemente al termine della seconda guerra mondiale, non era altro che un gioco di potere che alimentava i due schieramenti politici dell’epoca. I due blocchi che per decenni hanno dominato il mondo: USA e URSS. In piena guerra fredda occorreva identificarsi e scegliere da che parte stare, non tanto per motivi culturali quanto per quelli politici e per le dinamiche commerciali. Nel Medio-Oriente il ruolo da protagonista era quello interpretato dagli USA, che andavano a sfruttare le risorse petrolifere di quei territori con lo scopo di infastidire il blocco sovietico, cercando così di arrivare primi in questa corsa senza sosta verso la supremazia. 

Nel Femminismo avvenne esattamente lo stesso sistema. Si cercava di annientare un’identità, tramite l’Occidentalizzazione forzata, il cosiddetto Femminismo di Stato. Ma in seguito alla rivoluzione islamica del 1979, molte donne decisero di contrastare questo mutamento e omologazione in atto, chiedendo di riprendere i valori dell’Islam, quelli che permettevano di riconoscersi all’interno di un’identità nazionale. Combatterono questo processo incrementando l’uso del velo. Le donne islamiche ammettono così che l’uso del velo non è sempre frutto di un’imposizione, bensì di una libera scelta che la donna compie, aderendo così ai principi dell’Islam, con lo scopo di riconoscersi nella sua tradizione e cultura. Proprio da qui nasce l’attivismo femminile islamico. Il loro obiettivo è lottare contro il patriarcato islamico e rileggere le loro sacre scritture, il Corano, in chiave femminile.

Inoltre scelgono di eliminare i modelli esterni non affini alla loro identità, poiché non li reputano un arricchimento o dei possibili esempi da emulare, bensì un’inneggiare all’anti-islamismo. A volte quindi, si parla sempre di Femminismo? Non si rischia di cadere in quel circolo vizioso legato alla politica? 

La realtà, a questo punto, è che non esiste  un femminismo universale che metta d’accordo tutte le donne, poiché ognuna di esse per motivi sociali, politici e culturali ha ragioni e lotte diverse che spesso nascono dall’ambiente culturale che le circonda. Però nel suo essere discordante, risulta contemporaneamente unitario su un punto: ottenere il libero arbitrio, quindi scegliere che donna essere, e decidere quale religione e stile di vita seguire senza alcun tipo di costrizione, solo con il privilegio di sentirsi libere di identificarsi nella donna che si vuole essere nel rispetto di tutti.

Alla fine le aspettative del Femminismo islamico sono state trasformate dal potere in un’inferriata impenetrabile.

“La medaglia – Ai piedi del tempo si muore”

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Un suono si abbatte sul tempo e lo inchioda. Sono quasi le ventidue. Avviato verso una serata che non prospetta alcunché di entusiasmante, vengo braccato dalla curiosità per un rumore insolito e sospetto. Lo sderenante guaito è l’elemento da cui dipende un bioma che si è innestato in una via del centro città, parte del mio tragitto per arrivare dove ne avevo l’intenzione. Persone, insegne, asfalto, tutto sembra muoversi in funzione di quel verso che aveva all’improvviso cominciato a prosciugarmi l’anima, come un canto di Sirena che lascia presentire l’orrore, e per ciò stesso ti attrae. Sento crescere il coro di questionanti: “Chi è, o cosa?” “Dove sta?” “Esiste?”. In tutti i modi si cerca uno spiraglio verso la verità, che ne plachi la sete. I più fortunati che sono riusciti ad avvicinarsi tentano, nel massimo delle loro capacità, di spiegare a chi è rimasto dietro e non può guadagnare neanche un mezzo passo. Il tempo è fermo, muto, ogni attimo denota un inusuale attaccamento alla vita. Mi è bastato essere sfiorato dal suono per venirne completamente assorbito. Dimentico la mia strada, il pub che mi aspetta… Potrei dire di aver perso qualunque traccia di memoria recente. Mi aggrappo al primo corista che incontro affinché chiarisca ogni mio dubbio, per potere uscire dal disagio di non sapere nulla di quanto stia accadendo e riuscire a livellarmi ai miei compari spettatori. Forse non sto neanche cercando la verità, piuttosto un brivido o, ancora meglio, un’emozione a cui non sono mai stato così vicino. Mi rendo conto che chiunque in quel frangente sta segretamente covando un desiderio di inferno. Quante cose si avrebbero poi da raccontare… Altro che quelle quattro nuvolette pacifiste che se ne svolazzano lì in alto! Stanno troppo lontane dalla Terra per capire come realmente funziona. “Qua ognuno ha da pensare ai fatti suoi. Ognuno deve sorbirsi le proprie fatiche e le proprie pene. A parte a quei pochi che ci fanno stare bene e non è giusto che godiamo per i loro mali, quelli degli altri li dobbiamo sfruttare per smorzare i nostri. Lo sai quanto valgono quindici minuti?”. Aleggio perturbato tra i corpi drogati. Nei pochi sprazzi di lucidità mi sembra d’essere uno Scrooge che assiste terrorizzato alle rivelazioni sul suo presente. Sento una voce che mi ridesta, “È un pazzo, lo stanno bloccando in attesa dei rinforzi!”. Ora distinguo le forme, due uomini vestiti uguali che sommergono un corpo di cui si intravedono soltanto un paio di gambe irrequiete. Da quel mucchio si elevano grida dal carattere incerto: dolore, paura, rabbia, forse una pozione delirante dei tre insieme. Sono sassi e coltelli che frantumano lo specchio celeste, il coro sta lì e si gode la pioggia di vetri sperando in una ferita che porti respiro all’anima. Tutti sentono che può esserci una svolta da un momento all’altro, lo stallo è destinato a terminare. Tensione e fervore aleggiano tra i coristi assorti. Ogni grido può segnare l’inizio di un nuovo capitolo, ogni scatto delle gambe può sconvolgere l’ordine di quel piccolo universo. Sono tante piccole speranze d’inferno. Proprio nel momento cruciale il mio incanto si rompe. Forse devo ringraziare un’intercessione celeste ad hoc, ma a posteriori penso che tutti nella via si credessero protagonisti della storia che si stava scrivendo sul Papiro Universale. In un amen vengo espulso dalla bolla così come ne ero entrato, senza accorgermene. Mi sovviene la mia strada, il pub che mi aspetta, l’orologio che ormai segna poco più delle ventidue, e abbandono di punto in bianco quel cinema improvvisato. Il tempo riprende conoscenza, il mondo torna ad essere un tachicardico correre e un insolvibile passare. Accesa la macchina, il turbine di sensazioni, emozioni, pensieri, scola via come da una grondaia, in un rivolo che si allontana piano piano. Con la stessa andatura, vado via di lì. Una volta arrivato e aggregatomi al gruppo, non esito a sfruttare l’accaduto per animare sin da subito la serata, accogliendo tra le braccia il velo di compiacimento che ne deriva. Non sono diverso da tutti gli altri, desidero anch’io qualche medaglia per alleviare la gravità dell’attesa. Prima, quando ancora non conoscevo nulla, ogni cosa sembrava tutto. Oggi tutto è nulla. Allora è giusto aggrapparsi ai momenti d’estasi, giusto per ricordare di esserci di tanto in tanto. Ché ad aspettare l’amore per un fremito di cuore, si rischia di vedere sé stessi scivolare tra le proprie stesse mani. L’amore non è cosa che tutti sanno, e anche a chi lo sa spesso non gli basta, e ripiega sulla contemplazione pietosa dei mali altrui. L’argomento fa presto ad esaurirsi, si avanza con balzi fluidi nella conversazione e allo stesso modo arriviamo a congedarci. Il rivolo si è perso nel mare e ha spento la sorgente. A dire il vero, ha dato un paio di sgoccioli ancora quando il mio occhio è cascato sulle immagini del telegiornale. Una pena dopo l’altra hanno riaperto un poco la fonte, rinumidendomi le sinapsi. Sui miei passi verso la macchina ricapito per quella via. Ora è tutto chiuso, nessuno passeggia se non un mezzo silenzio cittadino. Mi volto, sospiro. Penso che ho sonno e voglio andare a dormire. Ho ancora tanto da aspettare.

Pop Art: un mito tradito

Chi non riconosce l’iconico e seducente volto di Marilyn Monroe, o quello del simpatico Mickey Mouse. Sono miti universali, figure che tutti conoscono indistintamente. Sono popolari, e chi non poteva immortalare i loro volti, rendendoli opere d’arte immortali, se non la Pop Art.

I nomi di artisti come Andy Warhol, il più noto, ma anche Roy Lichtenstein, George Segal, Robert Rauschenberg – giusto per citarne alcuni – risuonano ancora forte nell’immaginario collettivo. Intorno agli anni ’60 hanno trasformato la cultura pop in arte, un successo intramontabile: sessant’anni dopo le loro opere sono ancora tra le più vendute all’asta e si organizzano mostre tematiche. Per il suo 30° anniversario, l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, la città natale del padre della pop art, ha inaugurato una mostra retrospettiva Kaws + Warhol, aperta fino al 20 gennaio 2025.

Cosa si cela dietro questo enorme successo?

Gli Stati Uniti d’America del dopoguerra diventano il paese dell’“American Dream”, il nirvana delle possibilità, delle occasioni, della ricchezza. Il capitalismo prende piede, la società si proietta verso un boom economico e un benessere all’insegna del consumismo. Cinema, cartoni animati, fumetti, ma anche prodotti come la Coca Cola o le zuppe Campbell si insinuano nelle case di tutti in modo indistinto, dal modesto lavoratore al ricco borghese. Nascono nuove celebrità e nuovi miti universali, come Elvis Presley ed Elizabeth Taylor.

In questo contesto, artisti come Andy Warhol colgono il vento di novità che l’America sta respirando (e lentamente esportando oltreoceano). Forti dell’insegnamento lasciato dal Dadaismo, secondo cui anche oggetti di uso comune possono diventare arte se scelti e modificati dalla mano dell’artista, Warhol, Lichtenstein e altri colleghi cominciano a immortalare i nuovi miti e prodotti dell’America, ma non su un’unica tela. Grazie alla stampa e alle nuove tecnologie, la riproduzione diventa in serie, rompendo l’unicità dell’opera d’arte che ha sempre caratterizzato il passato. E così nasce la Pop Art.

Per Warhol, inizialmente doveva essere l’arte del popolo, appannaggio soprattutto delle classi sociali meno abbienti. Si sfornano copie e copie di ritratti di Topolino, di Marylin Monroe e di altri che, pur essendo riproduzioni, rimangono comunque autentiche. Tantissime zuppe Campbell ricoprono le superfici delle tele, inondandole con i loro colori sgargianti, e così anche le numerose lattine di Coca Cola. Warhol riesce a materializzare su tela il crescente capitalismo americano, l’industria, la pubblicità: migliaia di zuppe o coca cola consumate ogni giorno, i volti delle celebrità che appaiono sugli innumerevoli schermi dei cinema o delle televisioni private. Tutte cose che, volenti o nolenti, entrano nella quotidianità e nelle vite di tutti.

Tuttavia, i buoni propositi iniziali di Warhol di fare della Pop Art l’arte di tutti verranno poi traditi dalle ineluttabili leggi di mercato. Le sue creazioni diventeranno sempre più famose, attraendo sempre più estimatori. Anche i più ricchi cominciano a contendersele. La domanda aumenta, così come il valore delle opere, che raggiunge prima le migliaia e poi i milioni di dollari. Un esempio recente: il 9 maggio 2022 il celebre volto di Marylin Monroe viene venduto dalla casa d’aste Christie’s per 195 milioni di dollari. Non più l’arte del popolo, insomma, bensì l’arte delle élite.

In ogni caso, la Pop Art continua a stupire con l’universalità delle sue immagini, la loro riproducibilità su larga scala, il fascino di icone che trascendono le dimensioni del tempo e dello spazio. Questi tratti denotano un successo intramontabile che ancora oggi continua ad attrarre l’immaginario collettivo, a suscitare la nostalgia delle stelle della cultura americana (poi diventate del mondo occidentale in generale). La genialità che si cela dietro la Pop Art la ritroviamo nelle parole dello stesso Warhol, quando negli anni ’60 venne intervistato dal direttore della nostra rivista Sergio Pretto, che fece una forte affermazione: “la Pop Art non è arte”, a cui l’artista brillantemente rispose “ha ragione, non è arte, è un atto rivoluzionario”. E forse l’aspetto più rivoluzionario della Pop Art è la sua universalità. Parla veramente a tutti, e non bisogna essere esperti d’arte o laureati in storia dell’arte per poterla apprezzare. 

Girotondo

Tanti bambini si tengono per mano

saltano giocano e fanno baccano

girano in tondo stretti in catena

se cade uno, cadono tutti, che pena

Ma nessuno si fa male,

ogni bimbo resta sano

perché porta fortuna tenersi per mano

Bialetti: il prezzo di essere storici

Bialetti, simbolo del caffè italiano nel mondo sin dagli anni Trenta, ha conquistato generazioni con la Moka, un oggetto semplice e geniale che ha portato nelle case italiane il rito del caffè domestico. L’azienda nata dall’intuizione di Alfonso Bialetti è stata l’ideatrice non solo di uno strumento, ma un emblema di design e cultura che ha incarnato, per decenni, l’identità produttiva e affettiva del Made in Italy. Un simbolo che ha portato tutto il mondo a immaginare l’Italia anche attraverso le sue iconiche forme, un fortissimo richiamo alla tradizione dell’espresso che in ogni casa italiana trovava posto su una mensola in cucina o su un fornello, pronta all’uso se non già piena di caffè nero e bollente. 

Eppure, come accaduto a molte imprese storiche, l’evoluzione dei consumi ha posto Bialetti davanti a sfide inedite, perché la tradizione non è niente di fronte alla vita frenetica e alla moda. Negli ultimi tre lustri il mercato ha premiato la rapidità e la tecnologia, spingendo i consumatori verso le macchine da caffè a capsule. Marchi come Nespresso, Lavazza e altre multinazionali hanno intercettato questa domanda, producendo un prodotto ben più personalizzabile grazie a gusti diversi e che fino a poco tempo prima avrebbero scatenato quantomeno stupore. Chi mai avrebbe pensato di bere un caffè aromatizzato al cocco, ad esempio? A questo, aggiungiamoci la grande trovata di un prodotto che prometteva, in una manciata di secondi, un’esperienza da bar a prezzo più basso, con la “cremina” che nessuno avrebbe ottenuto ovviamente con la moka. Il tutto – e da pigro di prima categoria penso possa essere stato il motore delle decisioni di milioni di utenti – senza nemmeno rischiare di sporcare mezza cucina riempiendo il serbatoio di polvere di caffè.

Bialetti, dal canto suo, ha faticato a tenere il passo. L’azienda è entrata tardi nel settore, senza riuscire a imporre un proprio sistema competitivo. La dipendenza quasi esclusiva dalla moka tradizionale, pur ancora amata da una parte del pubblico, ha limitato la capacità di adattamento. Parallelamente, l’indebitamento crescente e la crisi della distribuzione hanno eroso le fondamenta economiche del gruppo, portandolo a un passo dalla paralisi. La pandemia ha aggravato il quadro, con la chiusura temporanea dei punti vendita e forti ritardi nella catena logistica.

Il 2024 ha però segnato una prima inversione di tendenza. I ricavi sono saliti a 149,5 milioni di euro, con un incremento del 5,9% rispetto all’anno precedente. L’EBITDA ha segnato una crescita del 20% dei margini, mentre il risultato operativo si è attestato a 18,1 milioni. Il bilancio, pur ancora negativo, ha registrato una perdita contenuta a 1,1 milioni di euro, dimezzandosi rispetto al 2023. Alcuni segmenti si sono distinti per la crescita: le vendite di moka e coffee maker hanno segnato un +8,5%, mentre il comparto caffè e capsule ha registrato un +5,1%, segnale che le strategie di ampliamento del prodotto iniziano a dare frutti. E finalmente, l’icona pop del rituale italiano per antonomasia ha ricominciato a volare oltre confine, con una crescita del 12 per cento dovuta a buoni riscontri in Europa e Nord America, quando tuttavia anche il mercato italiano ha mantenuto una crescita moderata.

Nonostante i segnali positivi, resta il nodo strutturale dell’indebitamento. A fine 2024, il debito finanziario netto si attestava a 114,6 milioni di euro, il patrimonio netto consolidato rimane negativo per circa 20 milioni, e anche dal punto di vista della revisione contabile non vi sono state ottime notizie, con Kpmg che ha deciso di non esprimersi sull’analisi del bilancio del gruppo a inizio maggio, preoccupati dalla continuità aziendale. Infatti, prima del 31 luglio, la Società dovrà ripianare una larga parte dei debiti ridiscussi nel 2021, quando è cominciato il processo di ristrutturazione del debito. 

La domanda a questo punto sorge spontanea: come può la società arrivare, dopo due rinvii occorsi tra novembre e aprile, a risanare questo debito? La risposta è a Est, precisamente a Hong Kong.

In questo contesto incerto, infatti, sull’azienda bresciana si è concentrata l’attenzione di NUO Capital, fondo d’investimento controllato dalla famiglia Pao Cheng di Hong Kong. Ad aprile, infatti, NUO ha presentato un’offerta per l’acquisizione del 78,6% delle azioni per un controvalore di 53 milioni di euro, accompagnata da un’offerta pubblica d’acquisto per il delisting da Borsa Italiana. NUO ha annunciato un investimento complessivo di 49,5 milioni di euro in aumento di capitale, oltre a nuove linee di credito fino a 75 milioni per il rifinanziamento del debito. 

Tutte mosse che sanno di rinascita, almeno sulla carta, ma che hanno portato molti a storcere il naso, anche perché l’ingresso di un nuovo azionista straniero dall’Asia solitamente non fa gioire, anche a causa di esperienze negative come quella di Arcelor Mittal e l’acquisizione dell’Ilva di Taranto. Nonostante ciò, buone speranze sono date sia dal fatto che il CEO Egidio Cozzi resterà in carica, a garanzia della continuità operativa, sia da quei numeri in crescita all’estero, che danno una buona idea del potenziale che potrebbe esprimere un marchio così iconico. E quindi il dibattito apertosi si sposta tra chi sostiene che sarà un’occasione per salvare e rilanciare un brand storico, dopo anni di difficoltà, mentre altri parlano dell’ennesimo capitolo di una narrazione già vista: marchi italiani ceduti a investitori esteri, con il rischio di delocalizzazioni, perdita di know-how e snaturamento dell’identità industriale. 

Da Pirelli a Candy, da Indesit a Ferretti, la lista delle imprese italiane acquisite da capitali stranieri si allunga ogni anno, con conseguenze ancora incerte sull’equilibrio tra globalizzazione e tutela del Made in Italy. E se alcune di queste società continuano a crescere e a farsi spazio nel proprio settore, altre vedono imponenti cambiamenti nella loro struttura e nel posizionamento sul mercato. 

Tornando a Bialetti, nel piano industriale 2024–2027 presentato da NUO Capital si prevede una razionalizzazione della struttura produttiva e il rafforzamento del marchio a livello internazionale, condizione necessaria perché non si vive di solo mercato interno. L’obiettivo dichiarato è quello di espandere la presenza nei mercati asiatici e nordamericani, sviluppare nuovi prodotti, investimenti importanti nell’e-commerce e riposizionare il marchio su fasce di consumo più elevate. Resta centrale il mantenimento del sito produttivo di Omegna, ma il linguaggio usato lascia aperte ipotesi di riorganizzazione che potrebbero avere effetti anche occupazionali. La volontà di conservare l’“italianità” del marchio è stata ribadita da NUO, ma sarà la gestione concreta a dimostrare quanto peseranno davvero identità e territorio nelle scelte future.

Il caso Bialetti offre uno spunto per riflettere su cosa significhi oggi Made in Italy. È solo una questione di origine geografica o riguarda anche filiere, cultura del prodotto, capitale umano e continuità storica? E quanto possono coesistere le esigenze del mercato globale con la salvaguardia di valori locali? La sfida per Bialetti sarà quella di reinventarsi, rimanendo fedele a sé stessa. La moka, simbolo di una tradizione lenta e domestica, sopravvive oggi in un mondo veloce e iperconnesso. La domanda è se riuscirà a farsi ancora interprete del tempo che cambia, senza diventare solo un ricordo lucidato da nostalgie e operazioni di marketing.

Nel caffè, come nel business, ciò che conta è l’equilibrio: tra passato e futuro, tra identità e innovazione, tra radici e ambizioni globali. Bialetti ha l’occasione di dimostrare che si può rinascere senza dimenticare da dove si è partiti, o quantomeno restare in vita e dire la propria nel settore che ti ha visto riformarlo in maniera impensabile. 

E nella speranza che questo sia un nuovo capitolo di una storia ancora lunga, costellata di prodotti di qualità, mi godo un espresso della loro nuova macchina a cialde, arrivata in casa mia da un paio di settimane. Non so se sono stato ottimista e se magari avrò un prodotto di un marchio che sparirà presto, ma so che di certo la loro moka – adesso confinata al rituale del caffè della domenica – non mi abbandonerà mai.

Gaza. La morte degli innocenti e il risveglio delle coscienze

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La tragedia palestinese ad opera di Israele e del suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha raggiunto livelli sempre più spaventosi di atrocità. Si è andati ben oltre ogni più feroce logica di guerra. Del resto quella sul territorio palestinese non è una guerra, poiché non c’è guerra quando c’è un solo esercito che combatte ed invade. Le ragioni dello Stato aggredito che sta “solo” reagendo, ormai non regge più.

Che lo si chiami massacro, sterminio, carneficina o genocidio, non ha importanza. Non è certo la parola che importa e non è con la terminologia più o meno calzante o mainstream, che la sostanza dei fatti cambia.

Gaza di fatto non esiste più. È stata irrimediabilmente rasa al suolo, ridotta prima in macerie e adesso in polvere. La sua popolazione, quello che ne rimane, è stremata. Tutti hanno perso tutto. Nessuno ha più una casa, una scuola, un posto di lavoro, un ospedale, un paio di mutante, un pezzo di pane. L’esercito israeliano non dà tregua. Bombarda incessantemente dall’8 ottobre 2023. E ciò che non fa con i bombardamenti, procede a farlo capillarmente, con le truppe che marciano sul territorio palestinese, addestrate a colpire civili inermi e a dare fuoco a qualunque manufatto superi i 50cm di altezza.

In questi diciannove mesi le morti accertate hanno superato le 50.000 persone, di cui la maggior parte civili e di questi oltre 17.000 sono o meglio erano bambini.

Questo sedicente conflitto vanta alcuni record inquietanti: 230 giornalisti uccisi, tutti palestinesi, più di quelli delle due guerre mondiali messe insieme. Altro record macabro è quello del maggior numero di civili uccisi rispetto ai militari, primato che apparteneva fino ad oggi alla Siria.

Tutto ciò è andato avanti nel silenzio complice del resto del mondo. Il Presidente Israeliano Netanyahu ha mantenuto l’amicizia e l’appoggio di tutti i capi di Stato e di Governo dell’occidente, nonostante la Corte Penale Internazionale dell’Aia avesse emesso un mandato di cattura contro di lui ed il suo ex-ministro della difesa Gallant, per crimini di guerra e contro l’umanità.

La maggior parte dei Governi si sono fatti tutti, più o meno apertamente, garantisti di Netanyahu e del suo progetto di invasione totale e deportazione del popolo palestinese, spesso anche con l’appoggio delle opposizioni. E soprattutto hanno continuato a fare affari con Israele.

Donald Trump prima ancora di insediarsi alla Casa Bianca, aveva già dichiarato a Tel Aviv il suo completo ed incondizionato appoggio all’attacco reiterato contro la Palestina. La UE ha fatto altrettanto e il Governo italiano non è stato da meno.

Intanto la strage o genocidio che dir si voglia, continuava, tra l’ambiguità dell’informazione e l’indifferenza generale. Sul web si mescolavano le immagini patinate di sorrisi e strette di mano dei politici, in eleganti abiti d’occasione, tra poltrone dorate e tappeti rossi, con quelle di bambini mutila, salme ammonticchiate e macerie. Ma la crudeltà militare non si è più limitata a bombardamenti e azioni di guerriglia da terra. Hanno cominciato a bloccare ogni aiuto umanitario, negando le cure mediche e affamando un intero popolo. Hanno distrutto tutti gli ospedali compresi quelli da campo. Hanno sparato contro le ambulanze e sulle persone che vanno a prendere le poche provviste alimentari che, dopo mesi di attesa, l’esercito israeliano ha deciso di far entrare, fino ad arrivare a giorni recenti, quando hanno sparato persino contro una delegazione diplomatica di 32 rappresentanti.

Quei pochi che fin qui avevano fatto denuncia, provato a parlarne in pubblico, a fare controinformazione, o a manifestare, erano stati ignorati, isolati, messi a tacere in malo modo, quando non ridicolizzati. Il buon senso portava a chiedersi quando e come la società civile si sarebbe rivoltata in massa, contro tutto questo.

Così dal basso, un corteo dopo l’altro, un presidio dopo l’altro, da Amsterdam all’Irlanda, da Londra alla Spagna, dal sud America a tutta l’Italia, si è levato un grido unitario “Free Palestine” che si è alzato sempre più forte. La bandiera palestinese è diventata in pochi mesi la più conosciuta e sventolata della storia. I movimenti ProPal si sono moltiplicati anche grazie al web, ma la risposta della politica tardava ad arrivare, cosa che non meraviglia ma che ha fatto crescere l’indignazione.

Contestualmente pochi rari personaggi pubblici, come la cantante romana Fiorella Mannoia, l’attore e autore Moni Ovadia di origini ebree e rock star storiche come Roger Waters, si erano esposti, con ripetute dichiarazioni pubbliche, cercando di scuotere le coscienze. A Milano il 4 settembre 2024 si era tenuta una manifestazione musicale “Nessundorma” che aveva coinvolto una quindicina di artisti tra i più giovani e amati, come Francesca MichelinWillie PeyoteCormo djset, Queen of Saba, per sensibilizzare il pubblico soprattutto dei giovani, sulla tragedia del popolo palestinese, raccogliendo circa 40.000 euro da mandare alle associazioni onlus per Gaza. L’evento aveva riscosso un insperato riscontro di pubblico, tanto da farla replicare qualche settimana dopo anche a Bologna.

Ed ecco che il risveglio ha cominciato a propagarsi. Le manifestazioni e le proteste degli studenti universitari da Bologna ad Harvard, per la Palestina e contro la politica occidentale compiacente con Israele, si fanno sentire, ma vengono severamente punite.

Le tifoserie di calcio negli stadi di tutto il mondo, hanno cominciato ad esibire bandiere palestinesi e striscioni per Gaza. In Italia purtroppo un po’ meno, poiché il clima pesante creato da questo Governo e lo spettro del DL Sicurezza, che è ormai legge dello Stato, col voto in Senato del 4 giugno scorso, ha frenato gli entusiasmi, anche perché in più di un’occasione sono state sequestrate bandiere palestinesi all’ingresso degli stadi. D’altronde gli “accertamenti” della PS per chiunque manifestasse o anche solo esibisse un fazzoletto, in difesa della Palestina, si sono moltiplicati. Infatti quando una ristoratrice napoletana subisce l’aggressione verbale di quattro turisti sionisti nel suo locale, che per altro vanno via senza neanche pagare il conto, la condanna ufficiale è quasi unanime. Però la reazione dal basso è che l’intera città di Napoli si solleva a sostegno della ristoratrice e di Gaza e con loro, via via, tutta l’Italia. I tifosi del Pisa festeggiano la promozione in serie A sventolando anche la bandiera palestinese.

Le geometrie cominciano a cambiare. Non si può controllare sempre tutto e tutti e c’è un limite anche alle bugie e alle omissioni di Stato e dei media. Il mondo è connesso e se questo sta bene quando vogliono vendere i loro prodotti, deve stare bene anche quando il prodotto in vendita è un principio di umanità e giustizia, condiviso dal basso.

La sollevazione popolare è commovente, ma all’appello manca la voce per definizione più vicina al popolo, quella del mondo dello spettacolo. Quell’universo che vive di consenso “pop-olare” e che della gente comune e dei grandi temi sociali si fa spesso paladino, dal pulpito di schermi, canzoni e palcoscenici. Del resto è pur sempre un mondo privilegiato e strettamente connesso con il mondo degli affari e talvolta con la politica.

È stato un silenzio assordante rotto solo a strappi e che nessuno aveva il coraggio e la coerenza di rompere. Ma poi qualcosa è cambiato.

Roger Waters, leader dei Pink Floyd, la più grande band rock di tutti i tempi, rilascia una lunga intervista, spiegando l’importanza di stare dalla parte della Palestina, di condanna del genocidio, della lotta contro la censura e del ruolo significativo che l’arte gioca nel mettere in discussione le strutture di potere. Erik Clapton, chitarrista statunitense, icona del rock, fa i suoi concerti con una chitarra dipinta della bandiera palestinese. Annie Lennox cantautrice scozzese, chiede il cessate il fuoco a Gaza dal palco di un concerto in memoria di Sinèad O’Connors e dona 100.000 sterline per aiuti umanitari alla Palestina, ricavati dai diritti della sua hit “Sweet dreams”. Ben 300 cantanti, attori e sportivi britannici scrivono una lettera congiunta al Governo nazionale, per porre fine alla complicità del Regno Unito negli orrori di Gaza.

Il primo Maggio un gruppo rock emergente italiano, i Patagarri grida e fa gridare ai più di 100.000 di piazza San Giovanni, a Roma, “Free Palestine”, alzando il solito polverone di ipocrisia e di tutti contro tutti all’italiana. Gli Imagin Dragons, gruppo pop statunitense, amatissimo dai giovani, lanciano il grido per Gaza dal palco dei loro concerti. Piero Pelù leader dei Litfiba, canta “Onda araba” per il popolo palestinese al grido di: “Questa è per Gaza. Due popoli, due Stati. Palestina libera!”.

La delusione di pubblico e colleghi, arriva dall’alto cantautorato italiano, da sempre così vicino e sensibile ai temi sociali e ai valori umani, almeno a sentire le loro canzoni e dai quali ci si aspettava una reazione. Artisti come Vasco Rossi, De Gregori, Renato Zero, Cristicchi, Ligabue, Jovanotti, che hanno sempre fatto del “rumore” la loro cifra artistica, sono improvvisamente diventati silenti e distanti.

Arriva il David di Donatello, il premio cinematografico più importante d’Italia e c’è chi teme e chi spera nelle parole che potrebbero arrivare da quel palco. Ma i vincitori del David parlano e non puoi fermarli dal vivo e in diretta tv. Così l’attore romano Elio Germano, appena premiato come miglior attore protagonista per il film “Berlinguer – la grande ambizione” fa un forte appello a favore della parità di dignità tra tutti gli esseri umani, specificando che: “un palestinese deve avere la stessa dignità di un israeliano”. E ancora dallo stesso microfono Francesca Mannocchia vincitrice per il miglior Documentario dedica il premio “ai 20.000 bambini della striscia di Gaza e a tutti quelli che continuano a morire in guerra, mentre noi festeggiamo questo premio”. Margherita Vicario, premiata come miglior regista esordiente, esorta il Governo ad investire di più in arte, cultura, sanità e servizi e non nelle armi.

E ancora dal mondo della musica i britannici Massive Attak incolpano il loro governo di non agire contro Israelee ancora prima Brian Eno, raccoglie fondi per Emergency a Gaza, con l’evento “Voices from Gaza” e gli italiani Tiromancino si schierano contro il massacro palestinese, con pesanti pubbliche dichiarazioni, in più occasioni.

La gente comune esulta, le manifestazioni si incrementano e la politica d’opposizione nazionale aguzza la vista e comincia a contare i potenziali voti e il proselitismo che si può fare su questo movimento popolare, indipendente e trasversale e si fa finalmente avanti tra la folla, tirando fuori la voce perduta e cavalcando l’onda delle proteste pacifiche, con dichiarazione di condanna, colpevolmente tardive e proponendo una serie di manifestazioni a sostegno della Palestina. Meglio tardi che mai?!

Segue il Festival di Cannes, la kermesse cinematografica più prestigiosa, dove l’attrice francese Juliette Binoche, nell’occasione presidente del Festivalrende omaggio a Fatma Hassouna giornalista palestinese, che a 25 anni è morta a Gaza, assieme a tutta la sua famiglia, uccisa da un bombardamento israeliano, il giorno dopo aver ricevuto la candidatura al festival per il suo documentario.

Nell’occasione del Festival viene anche presentata una lettera aperta di denuncia, firmata da oltre 350 attori, registi e produttori, di tutto il mondo, tra cui Laura Morante, Susan Sarandon, Joaquin Phoenix, Richard Gere, Mark Ruffalo, Viggo Mortensen, Brian Cox, nella quale si legge: “Non possiamo rimanere in silenzio mentre a Gaza si sta consumando un genocidio… Ci vergogniamo di questa passività“.

Anche Nanni Moretti, noto per il suo impegno politico quanto per la sua riservatezza, reduce da un grave e lungo problema cardiaco, esce dalla sua confort-zone e pubblica una breve post, esasperato tanto dai troppi morti quanto dalla connivenza politica. La sua esternazione fa subito il giro di tutto il web.

La ferrea von der Leyen prende nota in silenzio e decide di aprire alla possibilità di rivedere gli accordi commerciali tra Ue e Israele. L’Italia e altri 8 Paesi votano contro.

Il Paris Saint Germain vince la Champions League contro l’Inter, ma i suoi tifosi la vincono prima dei giocatori in campo, sui tifosi avversari, sfilando per le strade di Monaco a sostegno della Palestina e così anche sugli spalti, cancellando la tifoseria interista.

Ora gli argini sono definitivamente rotti. Nel muro di omertà che conteneva le proteste, adulterava l’informazione e alimentava l’indifferenza, si è aperta una breccia più grossa del muro e sempre più sono quelli che vogliono passare dall’altra parte.

L’8 giugno scade e si rinnova automaticamente, come ogni cinque anni, il Memorandum tra Italia e Israele, sugli accordi economici e bellici. Il Governo Meloni ha già annunciato che non lo revocherà. Intanto sotto Montecitorio la cattiva coscienza del padrone, come la chiamerebbe Cornacchia/Manfredi, nel film “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, la fanno un gruppo sempre più folto di cittadini comuni, con interventi spot di giornalisti e attori, che presidiano la piazza, per protestare contro questa decisione del Governo, gridando alla loro complicità nelle morti di oltre 20.000 bambini.

Un gruppo di dieci giuristi italiani il 21 maggio scorso ha firmato una diffida formale al Governo, affinché revochi il suddetto Memorandum d’intesa, in materia di cooperazione militare e della difesa con Israele. 

Sarà dunque non solo il tribunale della Storia ma anche quelli Penali nel mondo, a giudicare chi ha ragione e chi è colpevole in questa penosa vicenda. Ma da tanto male si può sperare che stia rinascendo qualcosa di buono: l’umanità dell’umanità.

Pepe Mujica: l’uruguaiano che sfidò il capitalismo

Nel 1935 Jose “Pepe” Mujica viene al mondo nella città di Montevideo, esattamente nella periferia rurale di Paso de la Arena, all’interno di una famiglia di contadini, imparando da subito ad indossare i panni dei più umili. Nonostante fosse chiara la classe sociale a cui appartenesse, il giovane “Pepe” non sentiva il peso delle differenze, sarà stato per il fatto che molti dei suoi cari lo avevano incoraggiato a studiare, ad informarsi, restava comunque il fatto che in quel quartiere, ai margini della capitale, non c’era distanza tra chi maneggiava un libro e chi un piccone

Proprio in questi primissimi anni comincia ad osservare il suo Paese, che per la democrazia che aveva costruito e le politiche d’avanguardia che aveva rilanciato era stato battezzato come la “Svizzera dell’America latina”. Nutre, dal principio, simpatie peroniste, tendenzialmente “di sinistra” che vengono confermate dall’incontro con Luis Berres, esponente del partito “colorado”, rosso, dell’Uruguay, nonché presidente della Repubblica di quegli anni, il quale, da sempre vicino alle classi lavoratrici, era deciso ad aiutare con sussidi statali la classe operaia. Seppur con inclinazioni socialiste, Mujica, viene sedotto dall’altro volto del peronismo, il Nazionalismo. Così a 21 anni entra a far parte del partito conservatore, quello nazionalista. 

Tramite la figura di sua madre entra nelle grazie del politico Enrique Erro, con cui riesce a comprendere gli assetti politico-culturali dei paesi in cui approda: con la Russia entra in collisione, in Cina conosce Mao Zeitung e con Cuba è amore a prima vista. Travolto dal sentimento anti-imperialista che scaldava gli animi dei cubani nel 1959, impara il significato di comunismo ispanico e lo individua nelle fattezze di Ernesto Guevara, El Che. Fa tesoro delle lezioni imparate, ma intanto la sua patria versa in uno stato di crisi assoluta. A causa delle misure di Austerity che vengono impiegate, le tasse e le diseguaglianze aumentano, le rivolte e le repressioni sembrano incontenibili. I conflitti si registrano maggiormente nelle aree più interne del paese. Infatti nel 1962 nella periferia di Paysandu, un esponente del PS, il partito socialista, Raùl Sendìc, avendo preso a cuore la causa dei cañeros, i coltivatori di canne da zucchero che vertevano in condizioni lavorative estenuanti, organizza una marcia come protesta, camminando per 600km, dall’estremo nord fino alla capitale, Montevideo. A 26 anni, il giovane di Paso de la Arena, come destatosi da un lungo sonno, lascia il partito nazionalista, per inseguire la sua naturale propensione: abbattere le disuguaglianze, capendo, memore del Guevarismo, che per cambiare le cose non serve la politica, così si schiera dalla parte dei cañeros.

Tra la fine del 1962 e l’inizio del 1963 Mujica insieme a Sendic e ad altri amici fidati fondano il Movimento di liberazione nazionale, noto come il partito dei “Tupamaros”in onore di Tupac Amaru II, un indigeno peruviano che nel 1780 si ribellò ai dominatori spagnoli. Il partito appena nato raccoglieva di tutto: comunisti, socialisti, cristiani progressisti e filocinesi. All’inizio la guerriglia dei tupamaros viene condotta in sordina, ma poi risulta impellente il desiderio di farsi conoscere dal popolo. Si sviluppano così piccoli furti di armi e denaro che, gli esponenti del movimento, toglievano alle grandi aziende per devolverli ai più bisognosi, i contadini, cavalcando l’onda di un “Robin Hood alla sudamericana”. Il loro impegno era profondo, impregnato di quegli obiettivi comuni che si erano prefissati di conseguire. Si rifugiano in case sicure, che lo stesso Mujica si preoccupa di procurare, e con l’arrivo di Jorge Pacheco Areco come governatore, il partito dei ribelli si amplia e nuove reclute vengono ammesse. Il potere della destra, salita nel 1965, segnerà l’inizio della dittatura uruguaiana, che si alternerà tra  repressioni e oppressioni scolorendo nell’immediato l’immagine di quella “svizzera” che si era sudato l’Uruguay nei primi anni del novecento. L’intenzione principale della dittatura era catturare i tupamaros, dal momento che con il Minigolpe di PandoMujica e i suoi, avendo messo sotto assedio le banche della cittadina stessa, si erano guadagnati l’inimicizia del governo. Si da luogo ad una vera e propria rappresaglia, così nel 1969, mentre gli studenti scendono  nelle piazze di tutto il mondo, le squadriglie di Areco catturano in un bar il Comandante Facundoil nome in codice di Pepe Mujica. Da questo momento in poi il futuro presidente dell’Uruguay diventa uno dei rehenesostaggi in spagnolo.  Gli anni di prigionia dureranno tutto il tempo della dittatura, e sarà dura vivere isolato, in pochi metri quadri. In una intervista successiva Mujica dichiarerà che durante il tempo trascorso a Punta Carretas, il carcere di Montevideo, per cercare di non impazzire si era concentrato a studiare la vita degli esseri più insignificanti come le formiche, i topolini, ammettendo che ognuno di loro se li si osserva da vicino custodiscono un piccolo mondo approfondire. L’attenzione e la sensibilità verso orizzonti che fino a quel momento nessuno si era impegnato ad ammirare. 

Nel 1985, con il governo Sanguinetti e il ritorno della tanto agognata democrazia, arriva l’amnistia verso i detenuti accusati di crimini di guerra. Mujica riassapora la libertà e riabbraccia i suoi compagni di partito, trovandoli più invecchiati e dimagriti. Passerà qualche anno prima di diventare deputato, sarà nel 1994, quando il Movimento di partecipazione popolare, MPP, una corrente ideata dallo stesso Mujica all’interno del Fronte Ampio, otterrà il 30 per cento delle preferenze. Bisognerà aspettare 10 anni, però, prima che il partito maggioritario del Fronte Ampio trionfi e Mujica acquisisca il titolo di ministro dell’agricoltura e dell’allevamento, guidato dal leader Tabaré Vazquez. Durante il suo incarico di ministro si mette subito al lavoro per dimostrare l’attenzione naturale che mostrava nei confronti dei più poveri, i contadini, la sua classe. Dà vita a un fondo, che intitola proprio al suo defunto amico Raul Sendic, grazie al quale si mette al servizio di piccole e medie imprese e sostiene cooperative di contadini e allevatori. Il denaro di questo fondo viene estrapolato direttamente dal salario dei politici del suo partito, che ammontava a circa 1300 euro. Ma questo è solo l’inizio. 

Il primo marzo del 2010 viene eletto presidente. Subito l’opinione pubblica viene colpita dal suo stile di vita sobrio e campestre, con una macchina modesta e uno stipendio di 800 euro mensili, calcolando che il 90 per cento del ricavato veniva donato ai più bisognosi. Non a caso i media lo definirono come il presidente più povero del mondo”, ma questo era solo il contorno di una grande personalità come quella di Pepe. Ha reso politica la sua filosofia di vita, incentrata su valori inflessibili: accontentarsi del necessario, evitare il superfluo e condividere le proprie fortune e conoscenze. Senza pretese ha elaborato la formula della felicità, in un mondo divorato dal consumismo le sue parole ci svegliano da un coma sociale: “Stiamo governando la globalizzazione o è la globalizzazione che governa noi? Non siamo forse venuti al mondo per essere felici?”. Nel 2012 si è anche distinto per aver emanato alcune leggi riformiste, come la legalizzazione dell’aborto, quella della cannabis nelle farmacie e la conferma della validità dei matrimoni gay. Ciò non ha impedito il flusso di alcune critiche che lo hanno pervaso, c’è chi lo ha tacciato di ipocrisia, anche tra i suoi stessi tupamaros. Nello stesso anno la scrittrice Alma Balon lo ha accusato di essere un traidor, traditore, e lo ha definito come il “regalo” inaspettato della destra uruguaiana. L’accusa era in merito all’accesso di numerose multinazionali che avrebbero fatto crescere i consumi e l’inquinamento del paese. Ma in merito a tutte queste accuse Mujica ha sempre risposto con grande educazione e schiettezza, ammettendo che la scelta di non opporsi alla fame di consumo risulta circoscritta a un vincolo del quale lui stesso ne era prigioniero, altrimenti l’economia non sarebbe cresciuta, poiché se avesse imposto il suo stile di vita alla sua  popolazione, probabilmente lo avrebbero eliminato. Nonostante queste critiche nel quinquennio in cui è stato il protagonista, 2010-2015, i consensi da parte del popolo sono sempre stati altissimi e non sono mai scesi al di sotto del 70 per cento. Pepe Mujica non avrà cambiato il mondo, probabilmente sarà stato solo una goccia in mezzo all’oceano, ma sicuramente di acqua limpida, perché è stato l’esempio di una bella politica, fatta di coerenza intellettuale, di umiltà sociale e di lucido raziocinio, riuscendo ad essere il primo cittadino dell’Uruguay  e rendere prioritario il bene comune. 

Arte o non arte? Salvatore Garau e il Valore del Nulla

Nel maggio del 2021, l’artista italiano Salvatore Garau ha venduto all’asta un’opera d’arte per 18.000 dollari. L’arte contemporanea, si sa, raggiunge cifre vertiginose. 

Fin qui, nulla di sorprendente, dove sta dunque la notizia?

L’opera in questione, intitolata Io Sononon esiste.

Almeno in senso materiale: è composta da “aria e spirito”. Lo spazio è vuoto, il piedistallo resta vuoto, eppure il collezionista ha pagato per possedere un’idea, un’intenzione, un vuoto pieno di significato. Questa si può definire arte? Qual è il confine su cosa è arte e cosa no? Cosa ci dice sul tempo che viviamo? 

Per comprendere Io Sono, non possiamo ignorare il punto di svolta radicale che fu Marcel Duchamp agli inizi del Novecento. Quando nel 1917 presentò un orinatoio rovesciato, firmato R. Mutt, con il titolo Fountain, il mondo dell’arte fu scosso da un gesto che ridefiniva completamente i confini tra oggetto comune e oggetto artistico. Duchamp non scolpiva, non dipingeva: sceglieva. L’atto creativo diventava l’atto di dichiarare: “Questo è arte perché io, artista, lo decido.”

Con Duchamp, nasce il concetto di ready-made, e con esso un’arte concettuale dove l’idea supera la materia. Non serve “fare” per “creare”. La provocazione è diventata poetica, e poi teoria. Oggi siamo figli (o orfani) di quella rivoluzione.

Garau, ex musicista e pittore astratto, ha portato alle estreme conseguenze quella lezione: non solo l’artista non deve più plasmare, ma può perfino eliminare del tutto la presenza fisica dell’opera. In un’intervista, Garau ha dichiarato:

“L’arte è immateriale. Quello che si compra è uno spazio di pensiero. Come con Dio: non lo vedi, ma lo senti.”

È una frase che accende polemiche e riflessioni. Io Sono è accompagnata da un certificato di autenticità, e l’acquirente deve esporla in uno spazio libero da oggetti, seguendo precise istruzioni. Un’installazione mentale, una “scultura immateriale”.
Ma se non c’è nulla da vedere, chi decide che si tratti d’arte?

Critici e spettatori si dividono. Alcuni definiscono Garau un ciarlatano di lusso, altri un visionario coerente con l’evoluzione dell’arte contemporanea. In un mondo dove le NFT (non-fungible tokens) vendono immagini digitali per milioni di dollari, è davvero così folle immaginare un’arte totalmente immateriale?

La questione allora non è più solo estetica, ma filosofica ed economica. L’arte non è ciò che si vede, ma ciò che si crede. E questo la rende merce, ma anche esperienza metafisica. La “vendita del nulla” è solo l’ultima tappa di un’arte che da decenni esplora il senso, la presenza, l’identità.

Siamo ormai lontani dalla bellezza tangibile di un Botticelli, dal mondo intimo ed emotivo di un van Gogh. Ma ogni epoca ha la sua estetica, e l’arte contemporanea riflette un mondo dove l’informazione conta più della materia, dove l’intangibile (il digitale, il concettuale, il virtuale) domina. Nel gesto di Garau c’è forse un eccesso, o forse una profonda coerenza. L’artista crea — e la sua scelta crea valore. Salvatore Garau non ci offre un oggetto, ma un’essenza che l’artista riesce a plasmare e che, anche se astratta, ci fa riflettere e diventa tangibile nella nostra mente.

In una società dove tutto è visibile, tracciabile, esibito, forse l’invisibile è l’ultima frontiera della creatività. E il vuoto, oggi più che mai, ha un peso specifico.

Teatro Quirino Vittorio Gassman. La ricetta del teatro tra tradizione e contemporaneità

Dove puoi trovare i classici del teatro di ogni tempo, la tradizione teatrale italiana e tante emozioni, se non al Teatro Quirino Vittorio Gassman?!

Il Teatro Quirino Gassman ha da poco concluso una stagione di grandi successi di pubblico e critica, con un riscontro entusiastico anche da parte del pubblico più giovane. La vocazione di questo teatro, immerso nel cuore della Città Eterna, a due passi da Fontana di Trevi, è quella di portare avanti la più alta tradizione teatrale, sapientemente dosata tra i testi degli autori italiani di ogni epoca, i classici del teatro internazionale e le proposte contemporanee, sempre con compagnie di eccellenza e nomi di grande richiamo, della scena nazionale. Questo è il teatro della tradizione, che si sa rinnovare e aggiornare ad ogni stagione.

Anche quest’anno non si è tralasciato nulla nel cartellone, seguendo un menù teatrale completo, che nel suo insieme, come ogni anno, ha offerto tutte le pietanze più ghiotte ma anche originali della storia del teatro, fino ai piatti del giorno.

La stagione appena conclusa, si era aperta con “Anfitrione” di Plauto, per la regia di Emilio Solfrizzi, grande classico dell’antico teatro romano. Una trama avvincente inscenata in modo magistrale.

C’è stato l’appuntamento col brivido con “Trappola per topi” di Agatha Christie. Una narrazione incalzante, tra thrilling ed ironia, che si è mossa tra creature ambigue, coinvolgendo il pubblico e svecchiando al punto giusto le convenzionali atmosfere inglesi d’epoca. Non è facile portare il giallo sulle tavole del teatro, tanto più nell’epoca delle super-serie tv, eppure questa magia al Quirino Gassman riesce sempre.

Il momento clou della stagione forse è stata la lunga tappa dello spettacolo “Franciscus” di e con Simone Cristicchi, che con la sua capacità narrativa, le sue musiche originali e la semplicità efficace delle scene, ha raccontato Francesco d’Assisi, attraverso le vicende e le parole di Cencio, uno “stracciarolo” contemporaneo di Francesco, che va a collocare il poverello d’assisi proprio in mezzo a noi. Spettacolo altamente toccante.

Spazio anche alla commedia americana del ‘900, con Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia in “La strana Coppia” di Neil Simon, autore acuto ed ironico, che ci ha rappresentato il lato meno “mainstream” e hollywoodiano dell’America degli anni ‘50 e ‘60.

Moni Ovadia invece è stato protagonista dell’efficace e suggestiva rivisitazione di “Moby Dick” il capolavoro di Melville, che da sempre affascina e strascina tra le onde e gli spruzzi, adulti e ragazzi. Scene ed effetti di grande impatto.

Naturalmente non sono mancati gli appuntamenti di rito con Pirandello, Shakespeare e Molière.

Di forte impatto i due eventi speciali fuori abbonamento, entrambi per la regia di Saverio La Ruina, con le musiche originali di Gianfranco De Franco, che hanno portato il programma nel teatro contemporaneo.

Il primo è stato “Polvere – Dialogo tra uomo e donna” cheaffronta il tema della pressoché inevitabile presenza della violenza fisica nel rapporto tra uomo e donna. Una rappresentazione che non vuole entrare nel merito del femminicidio, ma racconta in modo preciso la “naturalezza” di certe dinamiche nei rapporti di potere all’interno della coppia.

A questa pièce ha fatto seguito “Dissonorata – Un delitto d’onore in Calabria”, la drammatica storia, che potrebbe apparire abbastanza scontata, di una donna calabrese, ma che partendo dal profondo sud invita a riflettere sulla condizione femminile più in generale, intrecciando voci di madri, nonne e figlie, in un gioco tra dramma e ironia.

La stagione si è conclusa con “Crisi di nervi”, il celebre lavoro di Anton Čechovin tre atti unici, con l’ottimo adattamento di Peter Stein e Carlo Bellamio. Questo testo importante ci riporta alla svolta artistica dell’autore, che dopo l’insuccesso delle sue prime due opere, giurò di non scrivere mai più per il teatro drammatico e di dedicarsi esclusivamente ai vaudeville.

Questa completezza di programmazione, dove gli ingredienti ci sono tutti e sono ben amalgamati, per un prodotto complessivo gustosissimo, di alta qualità, rispetta le prerogative storiche di questo teatro romano, che non a caso nel suo nome include anche quello dell’indimenticabile Vittorio Gassman, che qui ha dato molto della sua arte.

In perfetta continuità la direzione del Quirino Gassman ha già presentato la nuova stagione 2025-26 il 5 maggio scorso, facendo di questa occasione, un ulteriore evento teatrale. Il direttore del teatro Rosario Coppolino, ha ufficialmente presentato un cartellone ancora una volta pieno di quantità, qualità e varietà di scelta, con grandi nomi e titoli importanti.

Dal 30 settembre il palcoscenico del teatro, sul quale si sono cimentati da Ferruccio Benini a Ettore Petrolini, da Eduardo De Filippo a Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Carlo Giuffrè, Giorgio Strehler, Paolo Stoppa, Paola Borboni, Luca Ronconi, ospiterà una serie di lavori tra i migliori che l’attuale panorama teatrale possa offrire.

La stagione si aprirà con “Titus – Why don’t you stop the show?” di Shakespeare, per la regia di Davide Sacco, con Francesco Montanari e Marianella Bargilli. Per citare ancora, sarà in scena “Indovina chi viene a cena? “di William Arthur Rose, tratto dall’omonimo e celeberrimo film. Ci sarà anche un interessante lavoro di genere poliziesco, “Tenente Colombo, analisi di un omicidio”, tratto dall’amatissimo personaggio dell’altrettanto amato telefilm degli anni ‘70/’80. Tra le pièce più particolari ci sarà un lavoro dell’autore francese Romain Gary, affidato all’interpretazione e alla regia di Silvio Orlando “La vita davanti a sé”, che tratta di un bambino musulmano cresciuto in un ambiente nel quale vengono ospitati i figli di prostitute.

Ci sarà anche un classico del teatro napoletano “Il medico dei pazzi”, commedia di Edoardo Scarpetta e anche “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, un capolavoro della letteratura novecentesca, con Alessandro Haber. Ci sarà il ritorno al teatro di Laura Morante per interpretare la pièce “Insieme”.  E ancora autori come Gilberto Govi, Edoardo De Filippo, Pirandello, Machiavelli e Shakespeare.

Ma tutto questo eccellente lavoro, bel clamore e grandi prospettive, sono stati accompagnati da una dolente nota per il Teatro Quirino Gassman.

Nell’occasione della presentazione è stata infatti illustrata anche la questione della proprietà del teatro, che è in bilico tra il Direttore in carica e quello precedente. Dal 1871 al 2023 la proprietà del teatro è stata del Ministero dell’Economia, il quale ha deciso di mettere in vendita la struttura, nello stesso anno in cui la direzione passava dall’attore napoletano Geppy Glejeses al produttore e attore Rosario Coppolino, che sta tentando di acquistare la proprietà del teatro. Coppolino in conferenza ha annunciato che, esercitando il cosiddetto diritto di prelazione del conduttore dell’immobile, ha versato una caparra per bloccare così l’iter dell’acquisto, già avviato da Glejeses.

A ciò ha fatto seguito un’ulteriore svolta nella questione, per la quale la direzione del teatro ha fatto questo comunicato ufficiale, di cui segue un estratto dei punti salienti:

“In riferimento alla spiacevole questione relativa all’acquisto dell’immobile Teatro Quirino Vittorio Gassman, per evitare la diffusione di notizie tendenziose e pregiudizievoli della nostra reputazione, ci preme comunicare quanto segue: Il giorno 26 maggio 2025 la Quirino srl Impresa sociale non ha potuto procedere all’acquisto del Teatro Quirino, nonostante avesse regolarmente esercitato il diritto di prelazione nei tempi e nei modi corretti… siamo venuti a conoscenza di un contratto di comodato d’uso stipulato in data 5 febbraio 2025 tra la Invimit sgr spa e la United Artists con il quale le veniva concesso in uso il Teatro Quirino, nonostante il nostro regolarissimo contratto di locazione con scadenza 30 settembre 2031… Pertanto, alla luce di quanto sopra, ribadiamo la nostra piena legittimità a continuare la gestione del Teatro Quirino Vittorio Gassman fino alla data di scadenza prevista da contratto, settembre 2031…”.

Questioni sgradevoli delle quali gli spettatori farebbero volentieri a meno, ma che emergono e agitano l’opinione pubblica e gli amanti del teatro, la cui unica speranza e interesse è che “lo spettacolo deve continuare”.

Nel mentre, per l’appunto, l’attività del Teatro Quirino Vittorio Gassman, non si ferma neanche a giugno.

Per celebrare il centenario della nascita del maestro Andrea Camilleri, dal 6 all’8 giugno 2025 si terrà l’evento “Le cucine di Camilleri”, una tre giorni ricca di eventi dedicati alla cultura e all’enogastronomia, ispirata all’universo di Camilleri, che era un noto buongustaio un po’ come il Dottor Pasquano del suo Commissario Montalbano. Un percorso culturale e sensoriale che amalgama letteratura, arte e sapori del territorio ragusano, con il coinvolgimento dell’Antico Circolo di Conversazione, del Teatro di Donnafugata, della centrale Piazza Duomo e della Chiesa San Vincenzo Ferreri all’interno dei Giardini Iblei.

Tutto ciò ricorda che il teatro è una fonte infinita e poliedrica di cultura e svago, nelle forme più varie e che è il più straordinario mezzo di divulgazione di valori umani e socialità

Referendum: un istituto storico di democrazia

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L’8 e il 9 giugno l’Italia è chiamata ad esprimere il proprio parere su cinque quesiti referendari.

Ancora una volta si chiede ai cittadini e alle cittadine italiani un secco “Sì” o “No” su questioni centrali per il prosieguo della vita sociale, culturale ed economica del Paese. Un voto per cambiare le struttura legislativa, là dove non arriva il governo, ma può arrivare la volontà popolare.

Eppure il Paese appare quasi stanco e distante di fronte a queste votazioni e chi le propone e le sostiene, deve farlo a gran voce, coinvolgendo piazze e platee, non per ottenere le firme referendarie, ma per convincere le persone a recarsi alle urne. Pare strano ma una delle difficoltà maggiori che ancora oggi si incontra è quella di far comprendere agli aventi diritto l’importanza del quorum e che il voto referendario è abrogativo, quindi il “Sì” è per cambiare e il “No” è per conservare.

Quattro dei quesiti in questione, riguardano norme importanti per i diritti dei lavoratori, la tutela del lavoro dipendente e della salute sul lavoro e il quinto riguarda il diritto alla cittadinanza italiana per gli stranieri residenti.

Ecco quali sono:

1.Contratto di lavoro a tutele crescenti – Disciplina dei licenziamenti illegittimi: Abrogazione. Questo quesito riguarda alcuni articoli del Jobs Act circa licenziamento e reintegro. Con la vigente legge, ad oggi nelle imprese con più di 15 dipendenti, un lavoratore o una lavoratrice con contratto a tempo indeterminato può essere licenziato/a senza giustificato motivo e gli stessi non possono reclamare il diritto al reintegro con un ricorso giuridico, poiché è facoltà del datore di lavoro di decidere senza spiegazioni di interrompere il rapporto contrattuale col lavoratore. L’abrogazione di questa parte del Jobs Act consentirebbe al lavoratore azioni giuridiche contro il licenziamento e per il reintegro nel suo posto di lavoro, se questo si dimostra illegittimo.

2.Piccole imprese – Licenziamenti e relativa indennità: abrogazione parziale. Ad oggi nelle imprese con meno di 16 lavoratori, in caso di licenziamento illegittimo, il risarcimento per lavoratori e lavoratrici, non può superare le sei mensilità. L’abrogazione, in questo caso parziale, della vigente legislazione, eliminerebbe il tetto massimo di sei mesi e permetterebbe ai ricorrenti di ottenere risarcimenti maggiori dalle imprese.

3.Abrogazione parziale di norme in materia di apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi. Il terzo quesito affronta la questione dei contratti a termine, per il cosiddetto lavoro precario. Attualmente i contratti di lavoro a tempo determinato possono essere prorogati fino a 12 mesi, senza alcuna specifica che giustifichi la necessità del lavoro temporaneo. L’abrogazione delle norme vigenti in materia, porterebbe alla reintroduzione dell’obbligo di causale, nei i contratti di lavoro fino a 12 mesi, per evitare l’abuso di questa modalità contrattuale e dare qualche garanzia in più a chi è sotto contratto temporaneo.

4.Esclusione della responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici: Abrogazione”. Questo quesito è inerente alla sicurezza e alla salute sul lavoro. Attualmente la norma prevede che in caso di infortunio o danni alla salute di lavoratore o lavoratrice, presso ditte appaltatrici, la responsabilità riguarda solo la ditta appaltatrice. Con l’abrogazione di questa norma si estenderebbe la responsabilità anche all’impresa appaltante.

5.Cittadinanza italiana: Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana”. Con questo quesito si passa ad affrontare un tema completamente diverso, che riguarda gli stranieri residenti in Italia. Dal 1992 per i cittadini e le cittadine stranieri è necessaria la residenza legale in Italia, per non meno di dieci anni, per poter ottenere la cittadinanza italiana. L’abrogazione porterebbe la riduzione di questa tempistica da dieci a cinque anni. Tutti gli altri requisiti necessari all’ottenimento della cittadinanza, quali ad esempio la conoscenza della lingua italiana, un congruo reddito dimostrabile, l’essere incensurati, l’essere in regola con il fisco, resterebbero immutati.

Questi temi pongono la cittadinanza davanti a scelte che la coinvolgono direttamente e non dovrebbero lasciare indifferenti. L’esito della votazione può portare a svolte significative o consolidare la situazione già in essere.

Ciò premesso e illustrato molti, da molto tempo si interrogano sulla validità e addirittura sulla necessità di questo storico istituto democratico, che è il referendum. Questa forma di democrazia diretta, dal basso, non sempre è compresa e accettata, per scetticismo, per sfiducia o per convenienza politica. La questione del quorum, ossia la necessità che il 50% più uno si presenti alle urne, complica ulteriormente il cammino dei referendum.

Tralasciando le imbarazzanti dichiarazioni del Presidente del Senato, seconda carica dello Stato, che invitando i cittadini ad astenersi dal voto è incappato in un reato penale, del quale difficilmente subirà le reali conseguenze, è giusto ripercorrere la storia del referendum così strettamente legata alla storia della nostra Repubblica, per comprendere meglio.

L’Italia rinasce come Repubblica democratica, con una sua Costituzione, il 2 giugno 1946 proprio grazie ad un referendum e per la prima volta anche le italiane sono chiamate al voto, dando così inizio al nuovo corso dell’Italia.

Ma molti altri cambiamenti tanto legislativi, quanto culturali e fondamentali nel nostro percorso di aggiornamento socio-politico, che oggi sono parte integrante non solo della nostra legislazione, ma anche della nostra vita quotidiana, sono passati attraverso il referendum.

Nel maggio del 1974 il popolo italiano votò il referendum per ottenere l’istituto del divorzio, con la vittoria del “Sì”, una rivoluzione sociale epocale, ottenuta nonostante le resistenze di derive culturali antiquate, la questione morale e le ingerenze della Chiesa cattolica.

Sempre con un referendum, a maggio del 1978, dopo anni di battaglie ancora una volta culturali, morali e religiose, si ottenne il diritto all’interruzione di gravidanza, o aborto. Tale diritto acquisito, fu difeso e riconfermato proprio con l’esito di un altro referendum abrogativo, voluto dagli anti-abortisti, nel maggio 1981, dove vi fu la vittoria del “No”, che lasciò le cose invariate, come sono ancora oggi, riconfermando la volontà popolare della maggioranza.

Altri referendum importanti hanno segnato altrettante tappe della nostra storia repubblicana: il referendum del giugno 1990 contro la caccia, che vinse portando a forti limitazioni normative sulla caccia, a garanzia della fauna e anche della salute pubblica, considerati i numerosi incidenti di caccia spesso drammatici, che si verificavano annualmente. In questa tornata fu incluso anche il quesito referendario, contro l’uso dei pesticidi, che portò a nuove normative di divieto, a favore della salute pubblica e dell’ambiente, di cui beneficiamo ancora oggi.

Nel giugno del 2011 si votò un altro storico referendum, quello sull’acqua pubblica, per garantire ai cittadini il diritto ad un bene primario e vitale e il voto popolare dette ragione a questa questione di fondamentale valore.

Insomma appare evidente che tra scetticismo, disfattismo e “gite al mare”, molte delle leggi più importanti per l’emancipazione e la tutela dei diritti nel nostro Paese, sono state fatte ed esistono solo grazie all’istituto del referendum, molto più che non ai nostri tanti Governi, e che senza di esso ma soprattutto senza la partecipazione popolare, con il nostro voto, non esisterebbero.

Roma Capitale dell’arte al femminile

La Città Eterna quest’anno rende omaggio all’arte al femminile e ci ricorda il suo ruolo secolare in essa, un ruolo per lo più misconosciuto, con mostre molto interessanti e ben curate. Pittrici, scultrici e architette, di cui molte sono proprio figlie di Roma e altre che a Roma sono cresciute artisticamente.

Roma Pittrice” a Palazzo Braschi, il Museo di Roma, fino a maggio ha presentato una rassegna pittorica, che copre quattro secoli di opere e di artiste, da Artemisia Gentileschi, a Lavinia Fontana, ad Angelika Kauffman e Antonietta Raphael, Maria Felice Tebaldi, Emma Gaggiotti Richards. Più di dodici artiste, tra il XVI e il XIX secolo, che ci osservano dai loro autoritratti, mentre noi osserviamo rapiti le loro opere. Quattro secoli di pittura scultura e progetti architettonici direttamente dalle mani e dal talento di donne straordinarie.

Pittrici romane e di altre regioni dell’Italia frammentata di quei secoli, ma anche pittrici che da diverse parti d’Europa, vennero a Roma per poter imparare le arti figurative ed esprimere al meglio il loro talento.

Roma per quattro secoli è stata scuola, riferimento e sbocco per l’estro “muliebre”, come ha rappresentato con competenza e completezza questa splendida rassegna.

Ciò che rende questa mostra ancora più interessante, oltre alla bellezza delle opere esposte, è la conoscenza della complessa vita artistica di queste donne, talvolta costrette a dare la paternità del proprio lavoro a parenti uomini. 

In alcuni casi invece a queste virtuose della pittura, non fu permesso di imparera nelle botteghe d’arte ed esse dovettero quindi coltivare il loro talento in disparte, spiando e rubando con gli occhi le tecniche, per poi sperimentarle a modo loro. 

A Villa Torlonia, nel Casino dei Principi,  tra aprile e maggio ha avuto luogo la mostra “Titina Maselli dedicata alla geniale pittrice e scenografa romana del novecento. Scopriamo così che la Pop Art non ha un padre, ma una madre, che non è nata con Andy Warhol, ma un po’ prima di lui e che non è “anglofona” ma capitolina.

Modesta Maselli, per tutti Titina, è stata una pittrice, nata a Roma l’11 aprile del 1924 e formatasi artisticamente tra Roma, Parigi e New York, tra gli anni ’40 e ’50, che con le sue opere innovative, l’uso del colore deciso e piatto e le forme decise e definite, anticipò molte correnti e stili dell’arte contemporanea. 

La sua opera più iconica, che di fatto potrebbe essere e forse è il manifesto –  anche se non ufficiale – della Pop Art, è il suo magnifico e gigantesco ritratto di Greta Garbo, nello stile marcato e grafico, poi diventato un classico dei tratti “pop”.

Queste due esposizioni hanno avuto un eccezionale riscontro di pubblico, rompendo con molti cliché delle mostre d’arte. 

Si aggiunge a queste, la mostra dell’artista contemporanea Chiara Lecca, dal titolo “Dall’uovo alla dea”, nelle Stanze Segrete della Galleria Doria Pamphilj, una mostra tutta la femminile dall’organizzazione, alle location, all’artista. La mostra infatti è stata curata da Francesca Romana de Paolis e realizzata con il supporto della Principessa Gesine Pogson Doria Pamphilj. La location è quella suddetta delle “stanze segrete”, ancora parzialmente abitate dalla famiglia Pamphilj e che si aprono al pubblico, per occasioni speciali come questa.

Chiara Lecco è una scultrice molto sensibile che lavora con le resine, che creano effetto di vetro, cristallo o marmi, mescolate a materiali biologici, per produrre forme naturalistiche molto plasticche, assemblate in armoniche composizioni, spesso quasi delle incrostazioni. 

Alcuni lavori di Chiara Lecca sono stati esposti contestualmente nella cappella della Chiesa di Santa Cecilia in Trastevere, complesso che comprende anche il seicentesco Giardino delle Delizie di Donna Olimpia. Insomma anche i contesti dell’esposizione parlano al femminile, citando grandi donne del passato come Santa Cecilia, patrizia romana del III secolo d.c., convertita al cristianesimo, martire e protettrice di musicisti e cantanti, e Donna Olimpia Maidalchini, detta romanamente la Pimpaccia, né santa né artista, ma donna potentissima del XVII secolo, che tenne testa a Cardinali e Papi, esercitando su di loro e sullo Stato Pontificio grande influenza politica.

E così Roma, storicamente dea, regina delle acque e madre lupa, dunque donna, si pone ancora una volta quale “Caput mundi”, con un ennesimo primato importante che non ti aspetti, questa volta come grande fucina nonché ambasciatrice dell’arte al femminile.

Il Decreto Sicurezza non è poi così sicuro, più legge o più fuorilegge?

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Di tutte le promesse mancate di Meloni e Salvini, il Decreto Sicurezza forse è l’unica mantenuta. Volevano la repressione, la limitazione delle libertà minime, fondamentali, garantite dei cittadini in nome di una non meglio definita protezione dei cittadini, messi a riparo, ma da cosa? Dalle pubbliche manifestazioni che potrebbero voler fare? Dalla diffusione delle notizie, alle terapie farmacologiche regolarmente prescritte dai medici, a certi comportamenti alla guida, per lo più già sanzionati e per altri che non hanno riscontro? Missione compiuta ma non proprio.

Il provvedimento legislativo, DL Sicurezza è stato varato dal Governo, nella seduta del Consiglio dei Ministri del 4 aprile 2025. Il suo testo rimane segreto per diversi giorni prima di essere reso noto ai colleghi parlamentari. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e quindi è in vigore dal 12 aprile 2025.

Tutto nasce dalla volontà di Salvini di riuscire a mettere a segno almeno una cosa concreta in questo mandato e forse la più efficace secondo alcuni e la più spaventosa, secondo altri,

A novembre del 2023 il Governo approva un disegno di legge, con lo stesso titolo del decreto legge Sicurezza. Il 22 gennaio 2024 il pacchetto sicurezza viene presentato alla Camera dei deputati. L’esame della Commissione inizia a febbraio 2024 e si conclude ad agosto 2024.

Il 18 settembre la Camera dei Deputati approva il disegno di legge, che passa al Senato che respinge tutti gli emendamenti delle opposizioni e a marzo 2025 rimanda il Dl alla Camera, per l’approvazione definitiva. Il testo approvato dalla Camera è praticamente identico a quello già votato in prima istanza. Il suo cammino sembra inarrestabile.

A questo punto sembra fatta per l’insidioso Dl ma quando il testo approda al Quirinale, dove viene vagliato dal Presidente Mattarella, questi boccia alcune parti del provvedimento e lo rimanda al mittente. Il Governo, dopo non trascurabili attriti, vorrebbe provare ad accogliere le obiezioni del Colle, ma tutto l’iter necessario tra Camera e Senato, avrebbe protratto il Dl all’approvazione definitiva, con un ritardo per loro intollerabile e probabilmente non funzionale per l’imminente Congresso della Lega, dove il suo autore Salvini avrebbe dovuto essere “consacrato”.

Il Governo quindi passa alle maniere forti e si realizza quello che è stato definito “colpo di mano”. Il Governo stralcia il Dl, disegno di legge e lo trasforma in un nuovo DL, Decreto legge, dai contenuti sostanzialmente identici al Dl stralciato, pur con l’accoglimento delle obiezioni della Presidenza della Repubblica, in modo tale da poter essere approvato e reso effettivo in tempi strettissimi. Questo escamotage però è inammissibile, poiché per poter applicare questa trasformazione da Dl in DL, occorrono le cosiddette e costituzionali evidenti ragioni di necessaria e straordinaria urgenza, che non sussistono nel caso di specie.

Ma cosa contiene di fatto questo contestatissimo DL quasi estorto al Parlamento, con un sotterfugio incostituzionale?

In buona sostanza il provvedimento, rispetto alla versione al vaglio delle Camere, è stato ridimensionato dopo il respingimento di diversi punti, da parte Capo dello Stato, poiché palesemente incostituzionali. Sono però rimaste intonse molte delle misure, orgoglio e baluardo del Governo, con la Lega in testa, tra cui il carcere fino a due anni per i blocchi stradali, il divieto di vendita e consumo di cannabis “light”, il nuovo reato contro le occupazioni abusive, l’aumento del tetto al rimborso delle spese legali per i membri delle forze dell’ordine, che devono affrontare processi, l’autorizzazione per gli agenti ai servizi segreti, ad entrare, fin anche a dirigere, organizzazioni terroristiche o mafiose, per motivi di indagine e di deviazione delle stesse.

Ma la gatta presciolosa, si sa fa i gattini ciechi e quindi fin dal suo ingresso nella vita attiva del Paese e nella sua attività legale e giuridica, ha sollevato crescenti problemi e contestazioni, sempre più “altolocate”.

La prima vittima è stato il nuovo Codice della strada, che ha fatto arrabbiare automobilisti, istruttori di scuola guida e tutori dell’ordine e ha aperto la strada al discorso dell’incostituzionalità, che ha già portato a molte contestazioni formali delle sanzioni applicate.

Contestazioni ci sono state poi da parte di molti avvocati, nel corso delle loro cause, tra cui i due avvocati di Milano, che nella difesa di un loro cliente, in fase processuale, hanno sollevato la questione di incostituzionalità del DL Sicurezza, chiedendo al Tribunale di Milano di rinviare alla Consulta il testo. È stato infatti contestano che al Decreto legge manchino le suddette ragioni di “necessaria e straordinaria urgenza” che dovrebbero contraddistinguere i DL e che rendono irricevibili le norme in esso contenute.

Anche i magistrati e le Procure hanno cominciato a contestare la legittimità del DL Sicurezza del Governo Meloni. Infatti la Procura di Foggia, un organo dello Stato, ha deciso di sollevare davanti al proprio Tribunale la questione di legittimità costituzionale, in riferimento alle norme aggravanti introdotte dal Decreto Sicurezza, circa i reati in prossimità di stazioni ferroviarie e per la resistenza a pubblici ufficiali, durante l’esercizio delle loro funzioni, che vengono considerate dai Pubblici Ministeri di Foggia, in contrasto con i principi fondamentali della Costituzione italiana, in particolare in merito agli articoli 3, 25, 27 e 77. I PM ritengono che tali norme non rispondano ai requisiti di ragionevolezza e di coerenza e inoltre anche loro contestano il metodo, poiché l’introduzione di tali aggravanti tramite decreto-legge sarebbe una forzatura, che ha compresso i tempi necessari per l’analisi e l’approvazione del testo da parte del Parlamento, svilendone il suo ruolo democratico, nonché la ricezione e la conoscenza delle norme del DL, da parte dei cittadini.

La protesta monta e giuristi da tutta Italia si sono mobilitati contro il DL Sicurezza, affermando che:”Si vuole governare con la paura” e dichiarandone l’illegittimità.

In una lettera aperta, 257 esperti di Diritto Pubblico, di tutte le Università italiane, compresi presidenti e vice-presidenti della Corte Costituzionale, hanno firmato un appello contro il Decreto Sicurezza, fiore all’occhiello del Governo e di Salvini, prima di tutti e sempre più vergogna nazionale e internazionale. Secondo questi massimi esperti il provvedimento presenta una serie di gravissimi profili di incostituzionalità.

In primis contestano proprio l’ennesima furbesca trasformazione di un disegno di legge, in un decreto legge, senza che vi fosse alcun reale presupposto di necessità e di urgenza, come previsto dalla CostituzioneNella lettera aperta si sottolinea: “Ci sono momenti nei quali accadono forzature istituzionali di particolare gravità, di fronte alle quali non è più possibile tacere ed è anzi doveroso assumere insieme delle pubbliche posizioni. È questo il caso che si è verificato nei giorni scorsi quando il disegno di legge sulla sicurezza, che stava concludendo il suo iter, dopo lunghi mesi di acceso dibattito parlamentare, dati i discutibilissimi contenuti, è stato trasformato dal Governo in un ennesimo decreto-legge, senza che vi fosse alcuna straordinarietà, né alcun reale presupposto di necessità e di urgenza, come la Costituzione impone”.

Gli autori del severo testo che processa di fatto tutto l’operato del DL Sicurezza lo definiscono: l’ultimo anello di un’ormai lunga catena di attacchi volti a comprimere i diritti e accentrare il potere”.

Specificano che esso contiene: “una serie di gravissimi profili di incostituzionalità, il primo dei quali consiste nel vero e proprio vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere”.

La lettera denuncia inoltre: “un disegno estremamente pericoloso di repressione di quelle forme di dissenso che è fondamentale riconoscere in una società democratica”, che si realizza attraverso un irragionevole aumento qualitativo e quantitativo delle sanzioni penali.

Si fa riferimento ai principi costituzionali che “appaiono compromessi”. Si afferma che il daspo urbano che verrebbe disposto dal Questore, equipari condannati e denunciati e sia in contrasto con l’art. 13 della Costituzione e la tutela della libertà personale. È definita preoccupante la norma che autorizza la polizia a portare armi, anche diverse da quelle di ordinanza e anche fuori dal servizio. Sempre secondo i giuristi autori della lettera, alcune disposizioni del Decreto aggravano gli elementi di repressione penale per la responsabilità di singoli o gruppi per gli illeciti in occasione di manifestazioni pubbliche, disposizione assai vaga, che viola la tutela costituzionale alla libertà di riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico.

La “rivolta” più recente è quella delle Regioni, compatte contro il Governo e il DL Sicurezza per la filiera della coltivazione della canapa naturale.

La Commissione Agricoltura della Conferenza delle Regioni, a fine aprile, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che chiede al Governo di apportare radicali modifiche, se non la totale soppressione delle norme del DL che proibiscono la coltivazione, trasformazione e vendita di infiorescenze della canapa light, quella per scopo terapeutico e altri utilizzi di comune utilità. Queste norme mettono in totale fuorigioco un intero settore produttivo, con circa 3000 aziende e 30.000 operatori, che coinvolge agricoltura, industria e commercio. E il danno sarebbe pesantissimo, poiché rappresenta un giro di affari di circa 2 miliardi di euro, che andrebbe in fumo.

Intanto anche le associazioni di settore annunciano ricorsi a livello nazionale ed europeo. Tuttavia, fino alla sospensione o all’annullamento del decreto, chiunque decidesse di proseguire l’attività compirebbe atti di disobbedienza civile, con rischi e conseguenze annessi.

Infine sul fronte politico, si sta già pensando ad un referendum abrogativo di questa norma irragionevole nelle motivazioni e controproducente per l’economia, l’impresa e il lavoro, proprio in un momento storico dove la crisi economica e occupazionale ha aumentato la sua pressione sui cittadini. 

Si prevede un maggio molto caldo per il Governo e il suo DL Sicurezza, tra critiche e ammonimenti internazionali, denunce di avvocati, denunce delle Procure, mobilitazione di magistrati, giuristi e delle Regioni e delle associazioni di cittadini, per le quali non basteranno le norme, i divieti e le punizioni di questo discutibile provvedimento, per contenerle.

La vita marina 2.0

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Nell’ampia e complessa discussione sul cambiamento climatico troppo spesso viene estromessa l’importanza dell’idrosfera e, in particolar modo, degli oceani per la salute del pianeta. Il 22 aprile scorso, in occasione dell’Earth Day 2025, l’associazione ambientalista italiana Marevivo ha presentato una lista di dieci “hotpoints sul mare” sulle principali urgenze globali per il mondo marino, con lo scopo di proporre una nuova narrativa ecologista rifondata sullo valorizzazione del Pianeta Blu. L’associazione è impegnata dal 1985 nella sensibilizzazione di tutti i temi relativi al mare, alla sua tutela e a rimarcare il suo ruolo fondamentale per la vita sul pianeta Terra. 

Ognuno dei dieci punti è legato a rispettive parole-chiave centrali nel dibattito di oggi e da cui la onlus riparte per proporre un cambio di passo: clima, biodiversità, rifiuti, alimentazione, energia, trasporti, salute, guerre, legislazione e tecnologie. La strategia di fondo è far comprendere quanto la Vita sulla Terra sia interconnessa con lo stato di salute del mare, senza che una componente prevalga su un’altra.   

La prima articolazione del programma verte sul clima: è ribadita non solo la capacità delle acque salate di assorbire il 30% delle emissioni di CO₂ e di produrre più del 50% dell’ossigeno totale del pianeta, ma anche che la temperatura terrestre dipende direttamente dagli oceani e dai mari (che rappresentano il 96,7% dell’acqua totale sulla Terra) grazie al bilanciamento climatico globale. “L’interferenza umana”, continua la società, “sta mettendo a rischio questi equilibri delicati” creati grazie all’autonoma capacità di termoregolazione. Un esempio? Lo scioglimento dei ghiacciai interferisce con le correnti marine interessate a mitigare la temperature delle acque. La salvaguardia delle correnti è fondamentale per mantenere stabili le temperature globali.

Ricoprendo oltre i ⅔ (circa il 71%) della superficie terrestre, la biodiversità al secondo ordine comprende il volume di spazio di mari e oceani che ospita più del 90% delle forme di vita. La pesca eccessiva e la distruzione di habitat marini riducono sensibilmente la biodiversità presente, come le barriere coralline e le mangrovie, con la quasi metà dei loro ecosistemi a rischio di estinzione. I coralli sono particolarmente importanti per la loro azione di protezione e rifugio di molte specie per il 25% della fauna marina, oltre che ad attenuare l’energia delle onde e l’erosione delle coste.

C’è poi la questione dei rifiuti al terzo posto: i mari sono gravemente minacciati dalla presenza di rifiuti (soprattutto plastica, misurata in quantità di oltre 10 milioni di tonnellate all’anno, e presente anche nelle sue forme più microscopiche) per mezzo dei fiumi, e dagli inquinanti, dai liquami civili, industriali e agricoli (come fertilizzanti e pesticidi).

L’alimentazione riguarda lo sfruttamento delle forme di vita commestibili dall’uomo, e che, attualmente, offrono il 30% delle proteine consumate globalmente e rappresenta l’unica popolazione naturale del mondo in grado di dare risorse, senza bisogno di allevamenti ittici. Anche qui la sovrappesca sta pian piano svuotando il mare dei suoi organismi naturali e l’acquacoltura attualmente sfruttata non è sostenibile perché alimentata con farine di pesci catturati in mare.

Il quinto gradino riguarda l’energia, che il mare mette a disposizione tramite le onde, le maree e le correnti in grado di creare energia con le apposite tecnologie, in modo ecocompatibile in quanto fonti pulite. Se si investisse in questo senso, verrebbe meno la nostra dipendenza dalla produzione tramite combustibili fossili. Correlato a questa è il sesto hotpoint che vede i trasporti al proprio centro. Non a caso la stragrande maggioranza delle merci, intorno all’80%, viene trasportata tramite il mare, per un valore totale di 14 mila miliardi di dollari. Il commercio marittimo ha un costo in termini di inquinamento e modifica degli ecosistemi marini a causa di emissioni, elevate cementificazioni e inquinamento acustico.

Il mare è anche associabile alla salute, settimo del nostro elenco. Partendo dal dato che oltre il 30% della popolazione mondiale abita nel raggio di 50 km dal mare, e che il 50% entro i 200 km dalla costa, Marevivo esplicita come il mare sia ottimo per la salute, sia per la qualità dell’aria e dell’acqua marina, e sia per le sostanze benefiche per gli organismi viventi, chiamati composti bioattivi, utili anche per le ricerche farmacologiche nella cura contro importanti malattie.

Le guerre, la legislazione e, infine, la tecnologia sono gli ultimi punti toccati. Negli oceani sono schierate le flotte navali dei vari eserciti nazionali e le armi usate potrebbero danneggiare la natura di quei luoghi. Colpire una nave in mare significa riversare in mare petrolio, sostanze tossiche, ordigni e veleni. Questo anche perché, e qui si arriva alla questione numero nove delle leggi, in acque internazionali non sempre le leggi del mare sono rispettate, a causa di mancanze di controlli e delle maglie larghe delle leggi che consentono di aggirare i vari divieti. Un incremento della presenza e di regole più precise e severe in materia sono l’auspicio richiesto dall’associazione.

L’ultimo punto tocca il tema focale della nostra società, la tecnologia. Quella sfruttata finora sembra tutto tranne che amica del mare: alcuni programmi di IA sono usati per migliorare le prestazioni della pesca con strategie di prelievo sofisticate, e che hanno bisogno dell’acqua del mare per raffreddare i propri impianti. O anche lo sfruttamento del fondale nello smaltimento dei rifiuti, come accade con i satelliti dismessi abbandonati nel cosiddetto “punto Nemo”, o “polo oceanico dell’inaccessibilità”.

Dall’analisi dei dieci hotpoint elaborati da Marevivo emerge con chiarezza che l’ambiente marino non può più essere considerato un comparto separato nell’agenda climatica. La sua funzione va ben oltre la biodiversità o la dimensione estetica: il mare è una vera e propria infrastruttura ecologica globale, attiva nei processi di regolazione termica, scambio gassoso, produzione primaria, stoccaggio di carbonio e trasporto intercontinentale. In questo senso, l’approccio settoriale con cui spesso si affrontano le crisi ambientali rischia di risultare inefficace, se non si riconosce il ruolo sistemico degli ecosistemi marini.

I dati relativi all’assorbimento di CO₂, alla produzione di ossigeno e alla regolazione termica globale impongono una revisione delle priorità nelle politiche di mitigazione e adattamento. Analogamente, la perdita di biodiversità marina – legata alla pesca intensiva, alla distruzione degli habitat costieri e alla contaminazione – costituisce una minaccia strutturale per la resilienza degli ecosistemi, e quindi per la sicurezza alimentare e la stabilità economica.

Sul piano operativo, ciò richiede un rafforzamento dei meccanismi di governance oceanica, un ampliamento delle aree marine protette (oggi ancora limitate in estensione e spesso prive di reali strumenti di controllo), nonché una regolamentazione più stringente delle attività industriali, militari e tecnologiche in mare aperto. Le tecnologie emergenti dovrebbero essere indirizzate alla tutela e al monitoraggio piuttosto che allo sfruttamento, e integrate in una logica di sostenibilità di lungo periodo.

La centralità del mare nelle strategie climatiche e ambientali non è più una questione opzionale. È un prerequisito per qualsiasi agenda di sviluppo sostenibile che voglia essere credibile, efficace e scientificamente fondata. Includere l’oceano come asse portante della transizione ecologica significa dotarsi di una visione realmente sistemica, capace di affrontare la complessità del cambiamento globale con strumenti adeguati e integrati.