martedì 22 Settembre, 2026
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La nostra intervista a Caterina Caselli: “L’unicità è la caratteristica più importante per un artista”

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L’industria musicale al giorno d’oggi viaggia su un’autostrada senza limiti di velocità, nuove composizioni vengono diffuse attraverso i canali di streaming con una rapidità che arriva quasi a nascondere apparentemente il mezzo di diffusione, stabilendo un rapporto diretto tra artista e ascoltatore. Lo sviluppo di questi mezzi e i mutamenti del mercato musicale hanno cambiato metodi e tempistiche della produzione dei brani, a discapito della cura autoriale e dell’unicità. È questo il focus della nostra intervista a Caterina Caselli, icona della musica italiana sia da interprete che da produttrice discografica. Una carriera all’insegna dell’innovazione e della scoperta del talento, si devono a lei gli esordi di artisti come Francesco Guccini, Andrea Bocelli, i Negramaro, Elisa e tanti altri che hanno scritto pagine importanti della storia della musica del nostro paese.  

Lei è stata parte integrante e fondamentale dell’epoca in cui la canzone italiana ha raggiunto il suo apice. C’è una parte del pubblico attuale che prova un sentimento di nostalgia, ritenendo gli artisti contemporanei non all’altezza dei loro “padri”. Lei come si posiziona in questo dibattito e che giudizio ha del periodo che sta vivendo la musica italiana? 

“Come sempre, non si può generalizzare. Quest’ultimo periodo ci ha fatto conoscere alcuni artisti che a me personalmente non piacciono, ma la musica pop deve avere il linguaggio del periodo in cui si esprime. Indubbiamente c’è un’omologazione della musica che ascoltiamo attraverso le piattaforme, strumenti che dieci anni fa non esistevano. Una volta la musica non era liquida come oggi. Mi ricordo delle estati in cui uscivano dei brani come Abbronzatissima e I Watussi che avevano come arrangiatore il signor Ennio Morricone. È evidente che oggi non sia più così, c’è stata una grande rivoluzione. Ci sono stati anche dei brani firmati da Franco Battiato, come Un’estate al mare di Giuni Russo, che potevano essere definiti dei tormentoni, ma certamente erano di grande livello. Quando ero ragazzina mettevamo da parte i soldi per comprare il disco e ce lo ascoltavamo insieme, era un momento importante anche per scoprire cose nuove. Oggi c’è grande offerta grazie allo streaming, che da un lato ci porta a riscoprire tanta musica che altrimenti dimenticheremmo, o resterebbe nascosta nei nostri cassetti della memoria. Possiamo anche ascoltare con facilità i grandi musicisti del passato, e questo è sicuramente un grande vantaggio. Indubbiamente anche il modo di comporre oggi non è più lo stesso. Si dice che prima ci vuole l’ispirazione, poi per finire il brano serve il lavoro. Oggi alcuni compositori – chiamiamoli così – utilizzano dei brani che ascoltano come se fosse uno share: prendono qualche battuta da uno piuttosto che dall’altro e assemblano dei pezzi che sono di facile lettura, perché li abbiamo in una parte della nostra memoria. Una volta conducevo un programma radiofonico e dovevo raccontare come nascevano le canzoni, chiedendo proprio ai compositori più noti. Paolo Conte mi raccontò che Azzurro era nata in venti minuti, mentre altre canzoni erano state pensate e ripensate. Chiamai anche Ennio Morricone e gli chiesi cosa bisognasse fare per comporre un brano. Lui mi rispose che prima bisogna fare il conservatorio – quindi otto anni di studio –, dopodiché serve conoscere la storia della musica, capire come lavoravano certi grandi compositori, e solo dopo ti renderai conto di quali sono coloro con cui hai più affinità e sarai in grado di poter comporre”. 

Lei è divenuta celebre come interprete. Se ha mai scritto un brano, come lo ha fatto? 

“L’unica canzone che scrissi fu Incubo n. 4, che fu in realtà ispirata da un testo di Francesco Guccini. La musica era molto easy, la suonavo con la chitarra tra un concerto e l’altro quando ero più giovane. Non sono mai stata una compositrice, sono sempre stata attratta dalle canzoni che scrivevano gli altri per me”. 

Se prima, come ha detto lei, si acquistava il disco in vinile dell’album per ascoltare i brani, oggi invece il formato prediletto è quello dei singoli. 

“Devo dire che pure negli anni Sessanta era così, anche se non allo stesso modo. Adesso ogni giorno escono almeno un centinaio di nuove produzioni in Italia, e nel mondo forse anche 100.000. Una volta c’era di più il tempo pensato, la parola pensata, si cercava di comporre senza questa velocità. C’era più senso critico. Mi ricordo che nel ‘66 cantai Nessuno mi può giudicare e che dopo tre mesi occorreva fare un nuovo brano possibilmente migliore di quello precedente. Uscivamo con quattro singoli all’anno, e alla fine si faceva la compilation delle canzoni e si pubblicava l’album. Questo sistema valeva per coloro che non erano cantautori, parliamo del periodo pre-cantantautorale. Poi invece le case discografiche, la RCA soprattutto, investirono molto sui cantautori, su album che erano opere molto più articolate. Spesso si aspettavano tre o quattro anni, prima di ascoltare qualcosa di nuovo”. 

Nel film dedicato alla sua carriera (“Una vita, 100 vite”), parlando della nascita di Perdono lei spiega la variazione del titolo dall’originale Io chiedo perdono facendo notare un’incoerenza con quello del precedente successo, Nessuno mi può giudicare. Questa cura e attenzione per le parole, per il significato che si vuole veicolare, sembra essersi persa negli ultimi anni. È d’accordo? 

“Oggi è un po’ come se ci si dimenticasse facilmente di quello che si è fatto. Ci sono artisti che sono coerenti e altri un po’ meno, ma questo devo dire che è sempre stato così. Ora è tutto fatto con grande velocità, tutto si adegua ai cosiddetti tempi televisivi. Faccio una metafora che riguarda il rapporto con la natura: oggi si pretende di impiantare un ulivo e dal germoglio avere subito le olive, mentre invece ci vuole il tempo giusto per poter maturare e realizzare quelle cose”. 

Nel 1977 fonda l’etichetta Ascolto, con il proposito di scommettere su nuovi talenti e di sperimentare. La scommessa e l’esperimento dove si possono trovare oggi nel mondo musicale? 

“Noto una certa attenzione e innovazione nel mondo della musica elettronica, che un tempo era chiamata musica contemporanea, dove anche Ennio Morricone operò con la musica assoluta, Petrassi, Dallapiccola, Berio… Erano grandi compositori che sapevano perfettamente cosa fosse uno spartito e cercavano nuovi orizzonti. In questo ambito verifico una capacità di osare, di avere coraggio e di affrontare una composizione che in passato era considerata per pochi, anche grazie alle nuove possibilità di divulgazione attraverso le piattaforme. Composizioni apparentemente non così facili possono usufruire di una possibilità di racconto e di narrazione attraverso l’esperienza di questi compositori che spesso e volentieri hanno delle storie meravigliose da raccontare. Strumenti come podcast e docufilm possono raccontare vite molto interessanti e far passare questa musica che non è di primo apprendimento, riuscendo a farla accettare e ad essere fruita non dico come la mainstream.  

Nella musica ci sono i cicli spesso e volentieri, e io credo che prima o poi troveremo un’artista vero, sincero, magari molto diverso da ciò che ascoltiamo normalmente. Naturalmente deve trovare le persone che investano su di lui, come hanno fatto con me. Io penso che ci sia margine per ascoltare qualcosa che sia fuori dal normale, purché ci siano sincerità e unicità. L’unicità è la cosa più importante. Ovviamente non è sufficiente, ci vuole personalità, determinazione, umiltà e quindi ascoltare anche gli altri”. 

Le voci degli interpreti di oggi possono essere penalizzate da questo metodo di composizione dei brani? Penso ad Annalisa e Angelina Mango che hanno un potenziale straordinario. 

“A monte ci sono delle decisioni, si può scegliere un brano che non metta a disposizione tutte le tue capacità vocali, facendo però una scelta obiettiva di mercato. La carriera di un artista si presume che sia duratura, per cui c’è sempre tempo per esprimere le proprie doti. Io penso che Annalisa sia un’ottima cantante, l’ho sentita cantare brani molto impegnativi, però credo ci sia da parte sua anche il desiderio di fare delle canzoni più popolari, di facile presa. Angelina è anch’essa un’ottima cantante, ha mangiato pane e musica da quando era piccolina, la madre era una grande musicista, oltre al padre che conosciamo tutti. Non mi stupisce, lei ha molte possibilità per cantare. Personalmente sono stata molto legata ad Elisa, la trovo un’artista a tutto tondo che potrebbe essere un’ottima artigiana, nel senso che può fare tutto ciò che è relativo alla produzione di un’opera. Anche Raphael Gualazzi è molto bravo, un grande musicista, non così mainstream come le persone di cui ho parlato prima, ma molto colto dal punto di vista musicale. 

Sono artisti che hanno espresso il loro potenziale. Come Elisa penso anche a Giorgia… 

“… sono artiste che hanno anche una grande tecnica vocale, questo va sottolineato”. 

Caterina Caselli predica dunque la necessità di recuperare una musica artigianale, sulla quale il tocco dell’artista possa avere un effetto quasi magico che la renda unica e diversa. Il musicista come l’intarsiatore, che con la lama possa trarre una forma inimitabile da un semplice ciocco di legno.

Quando pochi centimetri cambiano la politica americana.

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L’ultima volta che abbiamo trattato questo argomento, nemmeno un mese fa, avevamo appena visto e toccato con mano uno dei momenti più complessi della Presidenza di Joe Biden. Il Presidente degli Stati Uniti aveva consegnato un dibattito al suo sfidante, non per generosità, quanto per mancanza di mordente in quel grande show che la CNN ha trasmesso in mondovisione e che poco aveva di politico, nella spirale di spettacolarità che diventa questo passo verso l’elezione di novembre ogni quattro anni.

Un Trump che già sembrava abbastanza imbattibile al netto degli indecisi è uscito rafforzato da un episodio che poteva avere ben altro effetto sulla campagna elettorale. Se Thomas Matthew Crooks fosse riuscito nel suo intento, il proiettile sparato verso Donald Trump avrebbe decretato la sua morte e staremmo parlando di un qualcosa di totalmente diverso. Tuttavia l’immagine di un candidato Presidente che sopravvive con una semplice ferita ad un orecchio è sicuramente forte e avrebbe regalato punti decisivi alle urne contro un Biden claudicante fisicamente e mentalmente.

Senza il ritiro di Biden di domenica 21 luglio, avremmo potuto parlare della prossima convention del Partito Democratico di agosto come l’ultima spiaggia per l’attuale Presidente, con l’ombra del fallimento a farsi sempre più densa alle sue spalle. Non sarebbe stata una prima volta, dato che nel 1968 fu proprio la mancanza di unità all’interno delle fila democratiche a consegnare a Nixon la vittoria. Analogie con il voto odierno le si possono trovare nella campagna elettorale dei dem, colpiti dall’assassinio del loro candidato di punta, Robert F. Kennedy a giugno di quell’anno, che portarono ad una campagna elettorale fiacca che produsse un candidato senza sostegno. Certamente, furono elezioni molto particolari, con un distacco tra i due candidati attorno al mezzo milione di elettori, prodotto della presenza di un terzo candidato – l’ultimo nella storia americana – che spostò gli equilibri. Ma se volessimo pensare ad alcune lezioni che queste elezioni dovrebbero dare in vista di quelle di 56 anni dopo, gli spunti non mancherebbero.

Innanzitutto, la rinuncia a correre per il secondo mandato da parte del Presidente uscente, espressione del partito democratico: Lyndon Johnson, infatti, si ritirò dopo il primo mandato per questioni legate all’escalation militare in Vietnam, di cui il suo governo è stato responsabile. L’analogia con le tensioni create dalle guerre in Ucraina e Palestina sono evidenti, e sebbene le ragioni del ritiro di Biden siano differenti, così come il coinvolgimento degli Stati Uniti negli scenari di guerra, gli analisti geopolitici hanno più volte sottolineato come questo argomento avrebbe sicuramente portato più voti a Trump, soprattutto guardando alle spese approvate da Biden per gli armamenti destinati a Kiev.

Un secondo argomento potrebbe essere il tumultuoso cammino verso la presentazione del nuovo candidato democratico. Sebbene Kamala Harris abbia ricevuto l’endorsement del Presidente uscente, il suo mandato da Vicepresidente non è stato dei più rosei, e questo potrebbe portare ad una convention dove le spaccature farebbero terminare le sue ambizioni ben prima di novembre. In assenza di altri nomi e di tempo per prepararsi, è probabile che Harris si stia bruciando le sue carte per un’elezione già persa in partenza.

Infine, l’evento simbolico che potrebbe decidere da solo l’elezione: l’attentato.

Kennedy nel ’68 perse la vita raggiunto da un colpo di arma da fuoco, Trump è uscito quasi illeso dall’attentato di Butler. Con la televisione ed i social network, la cosa che più conta è ormai il potere carismatico dei leader. Ce lo insegnano le campagne elettorali di mezzo mondo, dove lo slogan porta sicuramente più voti delle promesse elettorali. Si è detto che sia colpa di un livello di attenzione sempre più ridotto all’osso, oppure di masse sempre meno attente al disegno politico e più concentrate sui problemi quotidiani, che sia disoccupazione o inflazione. Tuttavia, l’immagine di Trump che alza il pugno verso la folla subito dopo essere stato colpito da un proiettile trasmette una leadership che dà un credito incredibile alle ambizioni di Trump, mai come adesso padrone del suo destino. Sopravvivere ad un attentato può portare ad un balzo nelle preferenze che pochi altri eventi possono generare. Ne è stato dimostrazione Reagan, il quale subì un attentato che, vedendolo uscire vivo, gli permise di rinforzare il legame con i cittadini che lo avevano eletto qualche mese prima.

La vita è un gioco di centimetri, come diceva Tony d’Amato alla sua squadra nel film “Ogni maledetta domenica”, e pochi centimetri nella storia degli Stati Uniti hanno decretato troppe volte la via che ha preso la politica. Chi ne è uscito sconfitto perdendo anche la vita, come i fratelli Kennedy, non hanno potuto portare a termine i loro disegni politici in un momento nevralgico della storia mondiale, durante la Guerra Fredda. Lincoln, prima di loro, ha pagato con la vita le sue scelte e i prodotti della Guerra Civile e, sebbene abbia reso l’America un posto più felice per coloro che non avevano nulla prima dell’abolizione della schiavitù, possiamo concordare tutti quanti sul fatto che avrebbe preferito un epilogo diverso.

Ad oggi, siamo lontani sessant’anni dall’ultimo Presidente caduto vittima in un attentato, eppure cosa è cambiato? Le armi sono ancora oggi espressione di una buona parte dell’elettorato più retrogrado d’America, quelle campagne, provincie, lande desolate dove non è presente lo Stato, e dove la giustizia talvolta arriva talmente tardi che la miglior difesa è quella che ci si può garantire con un’arma da fuoco. Si potrebbe parlare del peso che hanno le lobby del settore, che non vedono mai arrivare una legiferazione più stringente nemmeno sotto Presidenti democratici, ma in questo caso specifico un episodio come l’attentato di Butler non smuoveranno nulla su questo fronte, dato che lo stesso Trump non ha alcuna intenzione di regolamentare la vendita di armi da fuoco nonostante abbia avuto prova che possa essere anche lui un bersaglio.

La violenza nella politica americana è tornata a livelli elevatissimi sin dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca, agitata dai mantra ripetuti a gran voce dal Tycoon che volevano vedere l’America tornare grande nuovamente, a far vedere la forza degli americani contro i nemici interni ed esterni, la Cina come gli immigrati clandestini. Questo delirio di onnipotenza yankee è stato quanto possibile mitigato da un’ottima squadra impegnata nella diplomazia e nella politica estera, mentre il sistema dei controlimiti ha portato più volte i tribunali federali a bloccare gli atti del Presidente. Eppure, a Capitol Hill sappiamo tutti cosa successe tre anni e mezzo fa.

L’America più cruda ha fame di un leader forte che rimetta a posto ciò che Biden ha combinato, sia internamente che esternamente, e chi meglio di colui che ha sconfitto la morte?

Trump lo sa benissimo, e alla Convention Repubblicana dove si è presentato a poche ore dall’attentato subito ha messo in chiaro le cose: la violenza politica sta raggiungendo livelli mai toccati nella storia contemporanea degli Stati Uniti, ed è arrivato il momento di porre un freno. Su chi è il colpevole, però, inutile dire che abbia le idee chiare, puntando il dito contro colui che lo ha sconfitto quattro anni fa e che lui stesso ha già battuto senza nemmeno doversi sforzare tanto.

Le sorprese in campagna elettorale fanno solitamente capolino nel mese di ottobre, stavolta siamo a decine di avvenimenti dall’importanza incalcolabile e ancora dobbiamo entrare nel vivo. Certo è che non ci annoieremo.

Il Mito della Terra Piatta: Un Salto Indietro nel Tempo che Ignora la Storia

Si crede spesso per esempio che il terrapiattismo sia un retaggio del passato, ma non è così. Anzi, da questo punto di vista, il “Medioevo” in senso negativo lo stiamo vivendo ancora noi. Contrariamente a quanto si crede comunemente, l’idea che la Terra fosse piatta non era diffusa nel Medioevo. Gli studiosi di quell’epoca, infatti, avevano ereditato le conoscenze astronomiche dell’antichità classica. Già nel III secolo a.C., Eratostene aveva calcolato con notevole precisione la circonferenza della Terra. I pensatori medievali, inclusi teologi e filosofi, accettavano generalmente la sfericità della Terra. Le rappresentazioni artistiche e le descrizioni nei testi di quel periodo riflettono questa comprensione. Tommaso d’Aquino, lo stesso Dante Alighieri, ed altri personaggi medievali erano ben consapevoli della forma sferica del nostro pianeta.

Il terrapiattismo è frutto dei tempi moderni. Negli ultimi anni, il movimento ha guadagnato una crescente attenzione mediatica. Si tratta di una preoccupante regressione culturale che ha radici profonde nella sfiducia nelle istituzioni e nella diffusione delle teorie del complotto. Ignora deliberatamente la vasta mole di evidenze scientifiche a favore della sfericità della Terra. Questo fenomeno riflette una crisi culturale più ampia. In un’epoca in cui la scienza ha compiuto progressi straordinari, è sconcertante vedere un ritorno a idee così arcaiche. Questa tendenza rispecchia una crescente sfiducia nelle istituzioni scientifiche ed educative e un aumento delle teorie del complotto, alimentate dai social media. Le piattaforme digitali offrono terreno fertile per la diffusione di informazioni errate, creando un’eco camera dove le idee antiscientifiche possono proliferare senza essere contestate.

La cultura della disinformazione rischia di riportarci indietro a un’epoca in cui la superstizione prevaleva sulla ragione, compromettendo i progressi compiuti in campo scientifico e tecnologico. Per contrastare questa tendenza, è essenziale promuovere un nuovo rinascimento (anzi, Medioevo) culturale basato sulla conoscenza e sull’educazione scientifica. Le scuole devono avere le risorse necessarie per insegnare il metodo scientifico e il pensiero critico fin dalla giovane età. È cruciale che gli educatori incoraggino gli studenti a porre domande, a cercare prove e a sviluppare una comprensione profonda del mondo naturale. Anche i media e le piattaforme social devono assumersi la responsabilità di combattere la disinformazione e promuovere contenuti basati su evidenze concrete. Le piattaforme digitali devono migliorare i loro algoritmi per limitare la diffusione di informazioni false e promuovere la verifica dei fatti.

Il movimento terrapiattista, con la sua ostinata negazione della realtà scientifica, rappresenta un pericoloso passo indietro. A differenza dei pensatori medievali, che sapevano bene che la Terra è sferica, i terrapiattisti moderni rifiutano la scienza in favore di teorie infondate. Solo attraverso un impegno collettivo e una valorizzazione della scienza possiamo sperare di costruire un futuro basato sulla ragione e sul progresso.

Il Popolo A-Democratico

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Partiamo dai meri numeri: sin dal 2006, anno del grande scontro tra Prodi e Berlusconi, non vi è mai stata un’inversione di tendenza nei valori dell’affluenza. Dall’83% degli aventi diritto al voto che andarono alle urne e decretarono la vittoria della Sinistra Italiana, siamo arrivati al 63% di quasi due anni fa, quando l’attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incassò la vincita della sua grande scommessa, restare fuori dalla coalizione multicolore che appoggiava il governo di Mario Draghi. Un gioco d’azzardo, quello della leader di Fratelli d’Italia, che pagò bene, complice la querelle sugli aiuti militari all’Ucraina e la sfiancante convivenza di tantissime diverse opinioni sotto un governo tecnico solido di per sé, ma coi piedi – unica parte composta da politici – d’argilla.

Non va assolutamente meglio nel caso delle elezioni europee dello scorso giugno, dove le schede scrutinate sono state meno della metà di quelle stampate e consegnate ai vari seggi. Che senso ha un’elezione dove solo il 49% degli italiani si reca a votare?

Assurdo pensare come negli anni ’50 le urne fossero prese d’assalto sin dalla prima ora, eppure basta guardare ai dati: in due diverse occasioni, ossia tra 1954 e 1958, si sfiorò il 94% degli aventi diritto al voto, numeri che nemmeno il Referendum del 1946 ebbe l’onore di raggiungere. Se vogliamo invece trovare fondamento alle teorie della mancanza di attaccamento alle istituzioni europee, basti pensare che, almeno fino a venti anni fa, l’affluenza non era mai scesa sotto il 70%, mentre nel 2019 si sono registrati valori attorno al 55%. Questo abisso di oltre venti punti percentuali può trovare una spiegazione nella percezione che si ha delle istituzioni europee, lontane anni luce seppur di stanza a Bruxelles, portatrice di politiche che nessuno capisce fino in fondo e di bacchettate sulle mani di una politica interna che, ad ogni legge di bilancio, contratta un deficit maggiore per trovare fondi per una manovra povera, giungendo poi a dire che, complici coloro che c’erano prima, tocca fare sacrifici nel nome del mantra del “ce lo chiede l’Europa”. E poco importa se l’Europa ci chiede perché noi non abbiamo saputo mantenere dei conti sani negli ultimi sessant’anni, l’importante è salvare la faccia internamente quando, per provare a costruire un ponte o salvare una compagnia di bandiera, si taglia su sanità, istruzione e pensioni. Eppure ci sarebbe il modo di fare tutto meglio, sfruttando fondi per lo sviluppo economico dei Paesi dell’Unione, ma in qualche modo tutto italiano si riesce a spendere una percentuale di quanto allocato più prossima allo zero che, ironicamente, all’affluenza alle urne dello scorso giugno.

Senza sfociare in una lezione di politica economica sui fondi europei, pensiamo un attimo al rapporto di causa effetto di cui parlavamo sopra: nelle stanze del potere a Bruxelles, i rappresentanti di 27  Paesi prendono decisioni che poi, in qualche modo, vanno ad influenzare le scelte dei governi nazionali. Per fare un esempio, possiamo tirare in ballo il ban ai motori termici per il 2035, decisione presa insieme ad un pacchetto ben più ampio che vorrebbe portare a ridurre l’impatto dell’Unione sull’emergenza climatica. Questa scelta, in un paese dove le automobili sono un mezzo di locomozione percepito – e talvolta effettivamente – necessario, porta ad una serie di politiche volte all’eliminazione delle auto più inquinanti, da sostituire in certi casi con vetture elettriche i cui prezzi sono ancora molto alti.

In Italia, e questo non per colpa dell’Unione Europea, gli stipendi sono fermi da trent’anni, la soglia di povertà accarezza le spalle a molte famiglie che una volta si potevano considerare benestanti, e una spesa di decine di migliaia di euro inizia a diventare un problema. L’effetto principale diventa quindi la percezione di un torto che viene perpetrato da Bruxelles, che chiede di spendere soldi che non vi sono. La politica, incapace di produrre moneta da quando abbiamo abbracciato l’Euro, non può permettersi nemmeno di migliorare i salari dei propri cittadini, decimati da un costo del lavoro fuori controllo e dal sommerso fiscale più alto d’Europa.

Ed ecco quindi il risultato: che senso ha andare a votare per un qualcosa che non mi dà in cambio nulla, almeno nella percezione? Un altro dato che certifica lo scoramento nei confronti di Bruxelles è legato al momento in cui il distacco è diventato palese: le prime elezioni in cui si scese al di sotto del 70% nell’affluenza è il 2009. Tali elezioni arrivarono nel primo vero momento di stress economico a cui l’economia dell’Unione è stata sottoposta, e le politiche di austerity hanno sicuramente aperto una frattura, ad oggi incolmabile. Il declino dell’affluenza ha sicuramente risentito delle ondate di crisi che hanno caratterizzato gli ultimi 15 anni, e il paese al momento è totalmente diviso su molti temi scottanti che si trovano nell’Agenda dell’Unione. Se da una parte c’è una pesante divergenza in materia di green economy, dall’altra la guerra in Ucraina e il conseguente impegno nel fornire sostegno a Kiev stanno creando scompiglio internamente, figuriamoci a livello sovranazionale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare la percezione che si ha dell’Europa in materia di immigrazione, grandissimo cavallo di battaglia delle forze più estreme della politica italiana. Il problema è sempre legato alla percezione che si ha del fenomeno, dato che è stato dimostrato a più riprese come l’Italia sia solo un punto di passaggio e che vi sia un maggior assorbimento al di là delle Alpi. Tuttavia, gli sbarchi in Sicilia e il continuo braccio di ferro tra Italia e Francia in quel di Ventimiglia ci fanno percepire abbandonati dall’Europa, che sembra fare gli interessi di tutti meno che l’Italia in questo campo.

Questa percezione si va ad acuire ancora di più quando, nello scacchiere europeo, l’Italia non si vede riconoscere il suo ruolo, non avendo ricevuto nessun ruolo di spicco con queste elezioni. In questo caso, si può trovare una motivazione nell’opposizione perpetrata da Roma nei confronti della riconferma di Von der Leyen a capo del Parlamento Europeo.

Una volta trovate queste mezze verità, che comunque bastano come giustificazioni del poco amore dimostrato a Bruxelles, spostiamo l’attenzione sul nostro paese: negli altri appuntamenti elettorali, come già detto, l’affluenza soffre in maniera evidente. Due anni fa, Giorgia Meloni ha vinto personalmente una battaglia a cui lei stessa guardava da tantissimo tempo. Il problema è che questa battaglia è stata giocata tra eserciti elettorali mai così tanto risicati prima: basare un governo sulle preferenze di sette milioni di elettori non è sbagliato, il problema però viene a galla quando si pensa che questi siano meno del 20% degli aventi diritto. Non si vuole dire che questo governo manchi di fondamento democratico, anzi, è espressione della forma più democratica di tutte, e di certo non è colpa del Presidente Meloni se l’Italia è un paese di navigatori ma non di elettori. Tuttavia, un terzo dell’elettorato ha fatto scegliere ad altri chi sarebbe salito al Quirinale per giurare sulla Costituzione, che definisce il voto come uno dei doveri del cittadino italiano.

Anche qui, le colpe sono di tanti ma nessuno se le prende. Abbiamo visto governi cadere ad ogni legislatura sin da quando siamo entrati in questo millennio, talvolta un rimpasto ha salvato il paese dallo scioglimento delle Camere, altre volte è stato chiamato un pool di esperti e tecnici per salvare l’economia e scongiurare di piangere come Atene. Abbiamo visto entrare e uscire una parvenza di governo composto da “Sette Saggi”, e anche la caduta di un governo tecnico, quello presieduto da Mario Draghi, per colpa di un partito contrario ad una guerra che nemmeno stavamo combattendo, sebbene in Italia una buona parte del PIL si regga da sempre sulla produzione di armamenti.

In un paese dove cadono governi ogni volta che soffia il vento, anche quando questi sono tecnici, come si può amare la politica?

Quando mi trovavo al liceo, la working class era in pieno fermento contro il governo allora in carica, e ancora in parte cercava conforto nella mobilitazione sindacale, nella politica di sinistra, e lo stesso sentimento, almeno nel caso di chi frequentava come me il liceo Mamiani di Roma, ci portava a manifestare con loro nelle piazze, per poi passare anche ad osteggiare una riforma della scuola sulla carta della Sinistra.

Sono passati circa dieci anni, e quel liceo che una volta era schierato attivamente in politica, oggi non lo è più. Progresso, mi verrebbe da pensare, le scuole sono sicuramente dei luoghi di aggregazione, ma la politica per me dovrebbe rimanerne ai margini, o entrare senza disturbare con occupazioni. Il problema è che la vita politica italiana è sempre passata per scuole, piazze, e soprattutto circoli di Partito, una volta presenti in ogni circoscrizione, oggi ormai ridotti a soffitte o cantine, e sono vuoti, vetusti, mandati avanti da gente che ormai è più vicina alla pensione che al liceo. Si è creato ora più che mai un allontanamento dei giovani dalla politica, sia di destra che di sinistra, che li porta a non percepire nessun attaccamento a chi prende le decisioni, nel nome del “non cambia nulla”. E poco importa ai Partiti più rilevanti, che riescono comunque ad attrarre nuove leve con scuole di politica costose e quindi irraggiungibili ai più.

Questo declino dell’interesse per la politica si va anche ad arricchire di altre sfaccettature, prima fra tutte la fine degli ideologismi più forti che hanno portato avanti il dibattito politico, malgrado la Democrazia Cristiana: comunismo e fascismo sono due vecchie glorie che non esistono più, se non in qualche nostalgico che idolatra un qualcosa che non ha certamente nemmeno visto troppo da vicino. Gli eredi di queste due scuole di pensiero, però sono di sangue più puro solo a destra, avendo in qualche modo ancora delle evidenti presenze nei partiti che ne sono diventate espressione nelle ultime legislature. La sinistra di oggi, malgrado i tentativi, rimane lontanissima parente di quella che mobilitava le fabbriche, avendo sposato cause più moderne (vedasi l’impegno sacrosanto per i diritti LGBTQ+) in favore della rivoluzione guidata dalle classi operaie. E questo lo si vede benissimo dalle circoscrizioni in cui ottiene risultati migliori, sempre più vicini al centro che alle periferie.

Chi non fa parte delle classi quantomeno benestanti, ad oggi, sceglie tra due alternative quando va a votare: farlo guardando a destra, oppure non farlo proprio. E presto, come ormai è scritto nei freddi numeri della statistica, a vincere saranno quelli che faranno propria la seconda via.

La Grande Fuga

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Negli ultimi anni, è diventato sempre più evidente il problema della
carenza di medici. Il fenomeno è caratterizzato da un crescente
numero di medici anziani che vanno in pensione, mentre il numero di
giovani medici è drammaticamente insufficiente per colmare il vuoto
lasciato. Ma qual è la radice di questa crisi? Un elemento cruciale è
l’incubo del test di ingresso.
Il test di ammissione alla facoltà di medicina rappresenta un vero e
proprio scoglio per molti aspiranti medici. Ogni anno, migliaia di
giovani affrontano questa prova con la speranza di realizzare il loro
sogno di indossare il camice bianco. Tuttavia, la competizione è feroce
e i posti disponibili sono estremamente limitati rispetto alla domanda.
Questo sistema selettivo non solo mette sotto pressione i candidati, ma
limita anche l’accesso a una carriera medica a un numero ridotto di
individui.
La difficoltà del test non è l’unico ostacolo. Anche chi riesce a
superarlo deve affrontare un percorso formativo lungo e impegnativo,
che richiede dedizione e risorse significative. La conseguenza è che
molti giovani rinunciano o si orientano verso altre professioni.

Inoltre, il problema è amplificato dalla mancanza di politiche adeguate
per garantire un turnover efficace tra i medici. I professionisti anziani
vanno in pensione senza essere sostituiti da un numero sufficiente di
giovani leve, creando un vuoto che si ripercuote sulla qualità e
sull’accessibilità delle cure mediche.
Per affrontare questa crisi, è necessario ripensare il sistema di accesso
alla facoltà di medicina, aumentando il numero di posti disponibili e
implementando misure che rendano il percorso formativo più
accessibile e sostenibile. Solo così sarà possibile garantire un futuro in
cui il sistema sanitario possa contare su un numero adeguato di medici
pronti a rispondere alle esigenze della popolazione.

In conclusione, la carenza di medici è un problema complesso che
richiede interventi mirati e una revisione delle attuali politiche di
formazione e selezione. Solo attraverso un approccio integrato sarà
possibile superare l’incubo del test di ingresso e assicurare un futuro
migliore per la sanità italiana.

Viganò, come ha incassato il colpo la Chiesa?

Da poco più di un mese negli ambienti cattolici si discute delle posizioni controverse prese dal Mons. Carlo Maria Viganò nei confronti dell’intera gerarchia ecclesiastica. Il caso è esploso negli ultimi giorni del giugno scorso e ha avuto una grossa risonanza mediatica, alimentando il dibattito tra i fedeli. Lo scisma provocato dalle sue dichiarazioni e dalla successiva scomunica, resa ufficiale il 5 luglio, è il risultato di svariate frizioni che si susseguivano già da qualche anno. 

Il primo passo di grande rilievo che ha compiuto la vicenda è la pubblicazione nel 2018 di un dossier, da parte di Mons. Viganò, in cui denuncia un grave insabbiamento da parte dei vertici della Chiesa, a favore degli abusi sessuali perpetuati dal cardinale statunitense Theodore McCarrick. Arriva sino a reclamare le dimissioni di Papa Francesco, il quale non replica alle accuse, invitando i giornalisti e l’opinione pubblica a giudicare sulla base della propria lettura del documento. Il Vescovo varesino era già intervenuto nel caso Vatileaks, esprimendo in una lettera la sua speranza che la verità venisse alla luce. La pubblicazione del dossier è una tappa fondamentale per comprendere il suo progressivo discostamento dalla Chiesa, cominciato già prima del 2018 e acuitosi negli anni successivi, fino ad arrivare al suo apice con la recente scomunica. 

Il 12 aprile 2016 Viganò presenta le dimissioni dall’incarico di nunzio apostolico negli Stati Uniti affidatogli nel 2011 da papa Benedetto XVI. Questa rimane l’ultima carica che ha ricoperto fino ad oggi. Con le controversie scaturite alla pubblicazione dei documenti, Viganò si dà alla latitanza, pertanto non si hanno più notizie sulla sua posizione, né sulle sue attività. 

Il suo nome torna agli onori della cronaca il 20 giugno 2024, quando pubblica sul suo profilo X un decreto attribuito al Dicastero della Fede, nel quale viene convocato per difendersi dalle accuse di scisma, rottura della comunione con Papa Francesco – di cui non riconosce la legittimità – e rifiuto del Concilio Vaticano II. Il 28 giugno Viganò replica alla convocazione con una dichiarazione, intitolata J’accuse. In tale documento spiega: “[…] non riconosco l’autorità né del tribunale che pretende di giudicarmi, né del suo Prefetto, né di chi lo ha nominato”. La conseguenza è la scomunica al termine del processo in contumacia, notificata il 5 luglio. 

Le critiche forti di Viganò, sfociate anche in contumelie, sono rivolte alle posizioni che il Santo Padre ha assunto su temi di attualità, quali la benedizione delle coppie omosessuali e l’immigrazione. “Eretico e palesemente ostile alla Chiesa di Cristo”, “falso profeta”: queste alcune delle parole spese dal Vescovo in riferimento al capo della Chiesa, ad aggravare il già pesante disconoscimento della sua legittimità. 

Una risposta diretta al J’accuse l’ha rivolta con un articolo sulla Bussola Luisella Scrosati, che ha confutato le accuse dirette al Santo Padre e ha denotato la problematica fondamentale del pensiero di Viganò. “Rifiutando la Chiesa visibile Viganò si scomunica da solo”, recita il titolo del testo scritto dalla giornalista, la quale sottolinea come rifiutando la gerarchia ecclesiastica e l’autorità papale il Vescovo si sia autoestromesso dal corpo della Chiesa. La logica di Viganò si basa sulla considerazione di Papa Francesco come un eretico, ma la definizione non sussiste in quanto, dice la Scrosati, non si tratta di una sentenza del Tribunale della Dottrina della Fede. Essa mette in evidenza la differenza tra eretico occulto ed eretico manifesto (o notorio): “[..] l’eretico rimane occulto fino a quando non venga dichiarato tale dalle competenti autorità ecclesiastiche, oppure egli non ammetta la propria eresia davanti alle medesime, o ancora la sua eresia non venga provata senza che vi possano essere ragionevoli dubbi in contrario, come per esempio avviene nel caso di un prelato che dovesse abbandonare egli stesso la Chiesa cattolica”. Con eretico notorio si parla invece di colui che viene giudicato tale dagli organi ecclesiastici, ed è dunque un eretico “ufficiale”. 

Nella storia recente, casi di questo tipo sono avvenuti in quantità estremamente ridotta. Il più noto precedente è stata la scomunica del vescovo francese Marcel Lefebvre, avvenuta sotto il pontificato di Giovanni Paolo II il 30 giugno 1988 a seguito dell’ordinazione illecita (dunque scismatica) da parte del Monsignore di quattro vescovi. Tra questi anche Mons. Williamson, al quale, secondo le voci, si sarebbe rivolto Viganò dopo la scomunica per farsi riconsacrare. La corrente lefebvriana ha tra l’altro preso le distanze dal vescovo lombardo per via della sua posizione di sedevacantista, non riconoscendo Bergoglio in quanto Papa. 

Con questa presa di posizione da parte di Viganò ha provocato una scossa, dando maggiore instabilità tra la comunità dei fedeli in un momento storico che già si dimostra concitato e delicato: secondo il sondaggio Demos & Pi, in Italia soltanto il 15% della popolazione ritiene che sia “molto importante” seguire la Chiesa; percentuale che tra gli under 30 cala addirittura al 5%. Si è rivelata dunque una mossa che ha indebolito la Chiesa cattolica, allontanando una parte – seppur piccola – di credenti che ha deciso di seguire il Vescovo, oltre ad aver inevitabilmente innestato confusione nella comunità. L’impressione è però che i danni provocati siano di gran lunga inferiori, paragonati all’ampia risonanza mediatica che ha avuto la vicenda. 

La Povertà: una diseguaglianza senza tempo

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La povertà è un fenomeno diffuso e sempre più frequente nel mondo. In Italia è in continua crescita. Essa è una delle cause principali delle diseguaglianze sociali.

In termini numerici, dal momento che le percentuali indicano circa 6 milioni di persone, corrispondenti al 9,8% della popolazione, potremmo affermare che un italiano su dieci si trova in uno stato di indigenza assoluta. In questa valutazione vanno aggiunti i valori di coloro che vivono in una condizione di rischio di povertà ed emarginazione sociale: quasi 13 milioni e 391 mila individui. Inoltre secondo i dati di Banco Alimentare sono circa 14 gli italiani su 100 che non hanno la possibilità di seguire un’alimentazione equilibrata almeno ogni due giorni, in Grecia si registrano più o meno gli stessi valori circa 13,8, mentre in Francia e in Spagna i dati sono decisamente più bassi, rispettivamente 7,4 e 3,5.

Nel nostro paese la causa principale dell’incremento della povertà è la disoccupazione, che in tempo di Covid si è largamente estesa. Il fenomeno pandemico ha completamente investito e modificato i bilanci delle famiglie italiane. In particolar modo le famiglie più numerose, quelle con più figli minori a carico, le famiglie di stranieri e le famiglie con un affitto o un mutuo da pagare. Inoltre nell’eterno divario tra Nord e Mezzogiorno italiano potremmo asserire di aver assistito a una sorta di livellazione economica momentanea. Poiché il cambiamento significativo è avvenuto nel Settentrione: maggiori persone di riferimento nelle famiglie hanno perso il loro impiego, mentre il Meridione, che già versava in una condizione di povertà relativa, non ha subito particolari mutamenti. 

L’altra causa preponderante che si estende anche globalmente è il disperato consumismo degli ultimi anni che ha condotto a un inevitabile spreco alimentare. Per quanti italiani non riescono a beneficiare di un pasto completo almeno ogni due giorni, ce ne sono molti altri che sprecano cibo, buttando nei rifiuti prodotti alimentari pari a una spesa di 6 miliardi di euro l’anno. Aggiungendo a queste cifre lo spreco di filiera, dovuto a tutti quei prodotti considerati eccedenze che hanno dunque perso il loro valore di mercato. In questo modo aumenta l’indice di povertà assoluta. Nello stesso tempo però esistono delle associazioni come Banco Alimentare che fronteggiano questo dislivello, andando a recuperare e a ridistribuire tutti quei prodotti che altrimenti andrebbero dispersi. 

Le crisi economiche sono sempre state conseguenza di cambiamenti sociali radicali. L’Italia nella seconda metà degli anni ‘40, in un clima dilaniato dalla guerra, verteva in una condizione socio-economica disastrosa: gli alloggi erano sovraffollati, due famiglie su tre non possedevano né bagno né telefono e molte non godevano nemmeno dell’acqua corrente in casa. Il benessere sembrava un miraggio lontano, mentre imperversavano la disoccupazione e l’inflazione.  L’Italia dovette ripartire dall’inizio, puntando sulla rivoluzione industriale, intesa come mezzo di rinascita economica. Questo particolare avanzamento del settore industriale ebbe luogo nel Nord-Ovest, accrescendo esponenzialmente la distanza con i territori del Sud, scatenando così la progressiva migrazione interna che condusse gli italiani a fuggire dalle campagne meridionali per stanziarsi nelle città del Nord, assicurandosi così una condizione di lavoro e di vita più favorevole. L’espatrio dal Meridione fu agevolato dalla sottoccupazione, ma anche dall’inefficienza della riforma agricola del 1950 che prevedeva una ripartizione equa della terra tra i contadini e i ricchi proprietari terrieri. Oltre alla migrazione interna, bisogna ricordare anche la grande fuga verso l’America, stimando così che in 150 anni di storia sono stati circa 29 milioni gli italiani che hanno lasciato il loro paese. Nel secolo in corso la motivazione che vede gli italiani ad abbandonare la loro madrepatria è legata alla cosiddetta “fuga di cervelli”, in cui sono riuniti tutti quei giovani lavoratori altamente qualificati che emigrano in tutti quei Paesi che assicurano e tutelano maggiormente la loro condizione lavorativa. 

Il miracolo economico arrivò agli inizi degli anni ‘60, con la proliferazione di fabbriche e la produzione di grandi marchi come la Vespa. L’occupazione aumentò notevolmente nel settore industriale e nel Sud le condizioni migliorarono tramite l’installazione di industrie come la Montecatini a Brindisi e l’Eni a Gela. Aumentarono i consumi, il benessere assicurava beni secondari come gli elettrodomestici: televisori, lavatrici, e nello stesso tempo la crescita della motorizzazione favorì il boom delle automobili, costruendo una fitta rete di collegamenti stradali. I salari salirono e si adattarono ai livelli degli altri paesi europei che si consideravano più sviluppati. L’affacciarsi a una politica europea dispose le basi di quella che negli anni ‘90 verrà chiamata globalizzazione. 

I divari economici, distinti in povertà relativa e povertà assoluta, sono presenti ad ampio raggio da sempre: i più ricchi sui più poveri, il Nord sul Sud, l’Occidente sull’Oriente, il potere su chi non lo ha, andando a ritrarre perfettamente la figura di Hobbes del Leviatano: il grande mostro marino che governa sui più deboli, considerati sudditi. Questa teoria filosofica che nel mondo moderno diventa pratica a tutti gli effetti dovrebbe lasciarci riflettere sulle condizioni di miseria e povertà a cui sono sottoposti certi territori che per motivi storico-politici sono costretti a vivere in determinate condizioni di vita. L’augurio è quello di ricercare e sostenere quanto più possibile le associazioni o le iniziative benefiche che cercano di tamponare le diseguaglianze che rischiano di restare sempre attuali, senza l’intervento dello Stato, ormai svuotato dalle sue capacità produttive con lo smantellamento dell’IRI. Forse sarebbe il caso di ripensare al ruolo pubblico nell’economia del paese.

Mi Illumino di Sporcizia!

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La gestione delle spiagge in Italia è regolata principalmente dal Codice della Navigazione e dalle leggi regionali, che variano significativamente da una regione all’altra. Le spiagge italiane sono considerate beni demaniali e, come tali, appartengono allo Stato. Le concessioni balneari vengono rilasciate a privati per gestire i servizi sulla spiaggia, ma ciò non implica la totale privatizzazione della costa.

Il Codice della Navigazione stabilisce che le spiagge, anche se date in concessione, devono garantire il libero e gratuito accesso al mare. Questo significa che i concessionari devono permettere ai bagnanti di transitare lungo la battigia (i primi cinque metri dalla riva).

In aggiunta le Leggi Regionali Regolano specificamente l’uso delle spiagge e possono imporre ulteriori restrizioni o concessioni. Ad esempio, alcune regioni permettono ai bagnanti di piantare il proprio ombrellone in aree specifiche delle spiagge in concessione, mentre altre possono riservare tali aree esclusivamente ai lettini e agli ombrelloni forniti dai concessionari.

D’altro canto i bagnanti hanno il diritto di accedere liberamente alla battigia e, in molte regioni, anche di piantare il proprio ombrellone nelle aree non attrezzate delle spiagge in concessione.

Tuttavia, devono rispettare diverse regole: in particolare nelle aree attrezzate non possono piantare il proprio ombrellone senza pagare il servizio mentre nelle aree libere, invece, possono farlo senza restrizioni.

I concessionari invece hanno il diritto di offrire servizi come lettini, ombrelloni e devono garantire il libero accesso alla battigia e non possono impedirne il transito.

Le controversie tra bagnanti e concessionari non sono rare. Alcuni concessionari, soprattutto in alta stagione, cercano di massimizzare i profitti limitando le aree libere disponibili per piantare ombrelloni personali. Questo può portare a scontri e insoddisfazioni tra i bagnanti.

Per risolvere queste controversie, alcune regioni hanno introdotto varie novità e hanno aumentato i controlli: ad esempio attraverso Regolamenti Regionali hanno stabilito aree specifiche all’interno delle spiagge in concessione dove i bagnanti possono piantare i propri ombrelloni prevedendo sanzioni per i concessionari che non rispettano questi diritti.

La gestione delle spiagge e la possibilità di piantare il proprio ombrellone nelle aree in concessione è una questione delicata che richiede un equilibrio tra i diritti dei concessionari e quelli dei cittadini. È fondamentale che le normative siano chiare e che vengano applicate in modo uniforme per evitare controversie e garantire un uso equo e accessibile delle risorse costiere italiane. Solo attraverso una regolamentazione trasparente e un dialogo costruttivo tra tutte le parti coinvolte si potrà assicurare che le spiagge rimangano un patrimonio comune, accessibile a tutti.

L’arte della diplomazia… o la diplomazia dell’arte?

Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro. 

Firenze, 26 aprile 1478. Nel Duomo di Santa Maria del Fiore si celebra la messa domenicale. Durante il solenne momento dell’elevazione, quando tutti sono inginocchiati, alcuni uomini si avventano su due giovani, appartenenti alla più ricca e potente famiglia fiorentina: Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Gli aggressori sono Francesco de’ Pazzi e Bandini Baroncelli, insieme con due sacerdoti. Si narra che il loro obiettivo fosse rovesciare la signoria dei Medici e ripristinare la libertà della repubblica fiorentina. Di fatto, i Pazzi erano i principali concorrenti dei Medici: entrambe le famiglie avevano fatto fortuna con le banche, prestando somme importanti a diverse città italiane e al papa, e si contendevano il controllo di Firenze. I Pazzi credevano che il popolo fiorentino li avrebbe appoggiati nel loro attentato, e invece si sbagliavano. Giuliano viene ferito a morte, ma Lorenzo riesce a salvarsi rifugiandosi nella sagrestia, e in seguito riesce a portare il popolo dalla sua parte e aizzarlo contro gli aggressori. I colpevoli e i loro seguaci non vengono risparmiati dalla ferocia della folla. Si susseguono spargimenti di sangue, mutilazioni, impiccagioni, decapitazioni. Il poeta amico dei Medici, il celebre Angelo Poliziano, ricorda cadaveri gettati ovunque per le strade. La potente famiglia fiorentina, invece di essere sconfitta, consolida il suo potere ed elimina definitivamente i suoi acerrimi nemici, confiscando i loro beni ed attuando una damnatio memoriae degna degli antichi romani che hanno spesso imitato nel loro mecenatismo e nelle loro propagande politiche. Facciamo sempre riferimento al Rinascimento come un periodo d’oro, illuminato dalla riscoperta dei classici, dal grande fervore artistico e culturale. Ma il Rinascimento è stato anche questo: morte, crudeltà, disumanità. 

Il sanguinoso evento passerà alla storia come la congiura dei Pazzi, dalla famiglia rivale dei Medici che fu la principale fautrice del complotto. I Pazzi però non agirono da soli. Tra i mandanti della congiura troviamo anche papa Sisto IV, il duca di Urbino Federico da Montefeltro, il re di Napoli Ferrante d’Aragona, e tanti altri. 

È proprio in questo contesto che il ruolo fondamentale dell’arte entra in gioco. Dopo il 1478, iniziano a girare per l’Italia una serie di copie di un ritratto di Giuliano de’ Medici. Ha un volto fiero e dignitoso ma allo stesso tempo malinconico, e uno sguardo triste rivolto verso il basso. Probabilmente si tratta di un ritratto postumo, una sorta di effige funeraria realizzata dopo la tragica scomparsa del giovane rampollo. La mano non è di un artista qualunque: l’opera viene affidata a Botticelli, un dettaglio che denota quanto fosse importante la commissione. Ma per quale motivo gli vengono commissionati questi ritratti?

Per il potere delle immagini.

La spedizione del volto di Giuliano in tutta Italia altro non è che un’abilissima mossa diplomatica, forse orchestrata da Lorenzo stesso, per suscitare nel ricevente un forte senso di compassione e di tristezza per la perdita. Chi avesse visto il ritratto sarebbe stato motivato a sposare la causa dei Medici a scapito dei loro rivali, o nel caso di un alleato, a consolidare i rapporti. E la grande arte diplomatica di Lorenzo non finisce qui. Nel 1481, un gruppo di artisti, i più rinomati e talentuosi di Firenze, si trova a Roma, più precisamente nella Cappella Sistina voluta da papa Sisto IV, per affrescare le storie del Cristo e di Mosè. Giusto per citarne alcuni: lo stesso Botticelli, Cosimo Rosselli, Perugino (il maestro di Raffaello), Ghirlandaio (il maestro di Michelangelo). 

Cosa ci fa Botticelli, artista seguace dei Medici, con i suoi colleghi fiorentini nella tana del lupo, nella casa di uno dei mandanti della congiura che ha portato via Giuliano e per poco anche Lorenzo? Pochi anni prima dipinge i ritratti di Giuliano per suscitare sdegno e orgoglio contro i cospiratori, e adesso lo ritroviamo a lavorare proprio per il nemico. Anche questa è un’abile mossa diplomatica di Lorenzo, nonostante possa apparire molto contraddittoria. Nel 1480 i turchi saccheggiano Otranto. La minaccia ottomana va ben oltre le gelosie interne tra regnanti italiani, e con il sopraggiungere di questo nemico comune, papa Sisto IV decide di porre fine alle ostilità verso Firenze, stipulando un accordo di pace. Lorenzo, da parte sua, in segno di distensione, invierà il gruppo di artisti fiorentini a decorare la Cappella Sistina. È dunque l’arte il potente mezzo che permette di sigillare, a colpi di pennello, la pace tra i due politici.

Facciamo ora un passo avanti, anzi due.

Etiopia, 4 settembre 2008. Nel parco archeologico di Axum viene posizionata una stele alta 23 metri e pesante 150 tonnellate. È tornata a casa dopo 70 anni di permanenza in Italia. Sotto il fascismo, durante la guerra d’Etiopia, i soldati italiani lo trasportarono a Roma nel 1937, posizionandolo davanti all’ex Ministero delle Colonie, oggi sede della FAO. Terminato il secondo conflitto mondiale, l’enorme reperto archeologico divenne il protagonista di anni e anni di melina diplomatica, dal 1947 al 2008. La sua restituzione rientrava tra gli obblighi assunti dall’Italia con il trattato di Pace del 1947 e venne ribadita anche nell’Accordo tra Roma e Addis Abeba del 1956. Il rimpatrio è rimasto a lungo sospeso per motivi economici, dati gli ingenti costi di smantellamento, trasporto e ricostruzione per l’Italia, ma anche per timore che l’opera potesse danneggiarsi durante le operazioni. Dopo tanti, troppi anni, la stele ritorna nel suo luogo d’origine. Che fosse per obblighi d’accordo, o per rinsaldare i rapporti di pace e cooperazione con un’ex colonia, l’Italia compie un gesto altamente simbolico e diplomatico, che ha di nuovo un reperto artistico ed archeologico come protagonista. Se pensiamo al colonialismo, in effetti, uno dei suoi tratti distintivi era proprio l’espropriazione dell’arte e dell’archeologia locale, un atto di superiorità della visione occidentale sul resto del mondo, una pretesa di sfoggiare in casa i segni tangibili del trionfo delle spedizioni. Dunque non ci stupisce che tutt’oggi opere d’arte o reperti archeologici siano oggetto di accordi diplomatici.

E qui viene il secondo passo avanti, ancora più recente: un gesto simile alla restituzione della stele di Axum viene compiuto sempre dall’Italia, nel 2022. Due anni fa, il Museo Archeologico Salinas di Palermo riconsegna ad Atene l’unico marmo del Partenone presente sul suolo italiano, il cosiddetto “Reperto Fagan”, a seguito dell’accordo raggiunto tra il Ministero della Cultura greco e l’Assessorato alla Cultura e ai Beni dell’Identità Siciliana. È un piccolo grande gesto: il reperto è un minuscolo frammento, ma a livello internazionale questo rimpatrio risuona forte nelle corde dell’annoso e delicato dibattito sulla restituzione dei marmi del Partenone custoditi al British Museum. L’Italia ha fatto la scelta di diventare un modello da seguire, inserendosi nel dibattito con una posizione favorevole alla restituzione dei marmi e ribadendo i propri rapporti d’amicizia con la Grecia. Su quest’onda, l’anno scorso i Musei Vaticani hanno restituito tre frammenti del Partenone conservati nel Museo Gregoriano Profano. Il British Museum ha sempre rifiutato l’opzione di restituire i marmi portati a Londra da Lord Elgin, ma sembra che dal 2023 dei colloqui con la Grecia siano partiti. 

Sarà che il dibattito internazionale si stia spostando di più a favore di Atene? 

Per il momento i marmi sono ancora a Londra, ma presto potranno esserci ulteriori risvolti. Per di più, per il British Museum questa dei marmi greci non è l’unica questione aperta: vi sono tanti altri reperti che sono stati richiesti indietro dai paesi d’origine. Uno tra questi, la Stele di Rosetta. Nell’intento di riportarla a casa, Zahi Hawass, l’ex ministro egiziano per gli affari delle antichità, ha raccolto più di 100.000 firme con una petizione. Tuttavia, la strada per l’Egitto sembra ancora lontana. Il museo da parte sua sottolinea che il governo egiziano non ha mai avanzato alcuna richiesta di restituzione del manufatto. 

In attesa di aggiornamenti su queste ed altre storie, resta comunque che l’arte nella storia sia sempre stata, e sempre rimarrà, un potentissimo mezzo di diplomazia.

I colpi di spugna non cancellano il passato

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Una giornalista tedesca ha recentemente scoperto una verità
sconvolgente riguardo al suo passato familiare. Dopo aver condotto
ricerche approfondite negli archivi storici, la giornalista ha appreso
che suo nonno, un ufficiale nazista, fu il mandante della strage di San
Polo, un tragico episodio avvenuto durante la Seconda Guerra
Mondiale.
La strage di San Polo, avvenuta nel 1944, è ricordata come uno degli
episodi più brutali della guerra in Italia. Decine di civili innocenti
persero la vita per mano delle truppe tedesche, su ordine diretto del
nonno della giornalista. Questo tragico evento ha segnato
profondamente la memoria collettiva della comunità locale e
rappresenta un capitolo oscuro nella storia del conflitto.
La giornalista, che ha voluto mantenere l’anonimato per proteggere la
sua famiglia, ha dichiarato di aver intrapreso questa ricerca per
comprendere meglio il passato e affrontare la verità, per quanto
dolorosa possa essere. “Non possiamo cambiare il passato, ma
possiamo imparare da esso,” ha affermato in un’intervista esclusiva. “È
nostro dovere ricordare le vittime e lavorare per un futuro in cui tali
atrocità non si ripetano mai più.”
La scoperta ha avuto un forte impatto sia sulla giornalista che sulla
comunità di San Polo. I residenti, molti dei quali sono discendenti
delle vittime, hanno accolto con commozione e dignità la rivelazione,
vedendola come un passo verso la riconciliazione e la giustizia storica.
Questa vicenda sottolinea l’importanza di continuare a esplorare e
documentare la storia, anche quando porta a scoperte scomode e
dolorose. La giornalista ha espresso il desiderio di utilizzare la sua
piattaforma per promuovere una maggiore consapevolezza e
comprensione del passato, con la speranza di costruire un mondo più
giusto e pacifico per le future generazioni.
Riflessioni sul Passato e il Futuro
La rivelazione del coinvolgimento del nonno nella strage di San Polo
solleva importanti domande su come le famiglie affrontano i capitoli
oscuri della loro storia. In un’epoca in cui il revisionismo storico e la
negazione dell’Olocausto rimangono preoccupazioni reali, questo caso
evidenzia la necessità di un impegno continuo nella ricerca della verità
storica.
La giornalista tedesca ha mostrato un coraggio straordinario
nell’affrontare il passato della sua famiglia e nel condividerlo con il
mondo. La sua scoperta serve come un potente promemoria che la
memoria storica è fondamentale per prevenire il ripetersi degli orrori
del passato e per costruire un futuro basato sulla verità e la
riconciliazione.
In conclusione, la strage di San Polo e la recente scoperta del suo
mandante continuano a insegnarci l’importanza di ricordare le vittime
e di lavorare instancabilmente per un mondo libero da odio e violenza.