L’ultima volta che abbiamo trattato questo argomento, nemmeno un mese fa, avevamo appena visto e toccato con mano uno dei momenti più complessi della Presidenza di Joe Biden. Il Presidente degli Stati Uniti aveva consegnato un dibattito al suo sfidante, non per generosità, quanto per mancanza di mordente in quel grande show che la CNN ha trasmesso in mondovisione e che poco aveva di politico, nella spirale di spettacolarità che diventa questo passo verso l’elezione di novembre ogni quattro anni.
Un Trump che già sembrava abbastanza imbattibile al netto degli indecisi è uscito rafforzato da un episodio che poteva avere ben altro effetto sulla campagna elettorale. Se Thomas Matthew Crooks fosse riuscito nel suo intento, il proiettile sparato verso Donald Trump avrebbe decretato la sua morte e staremmo parlando di un qualcosa di totalmente diverso. Tuttavia l’immagine di un candidato Presidente che sopravvive con una semplice ferita ad un orecchio è sicuramente forte e avrebbe regalato punti decisivi alle urne contro un Biden claudicante fisicamente e mentalmente.
Senza il ritiro di Biden di domenica 21 luglio, avremmo potuto parlare della prossima convention del Partito Democratico di agosto come l’ultima spiaggia per l’attuale Presidente, con l’ombra del fallimento a farsi sempre più densa alle sue spalle. Non sarebbe stata una prima volta, dato che nel 1968 fu proprio la mancanza di unità all’interno delle fila democratiche a consegnare a Nixon la vittoria. Analogie con il voto odierno le si possono trovare nella campagna elettorale dei dem, colpiti dall’assassinio del loro candidato di punta, Robert F. Kennedy a giugno di quell’anno, che portarono ad una campagna elettorale fiacca che produsse un candidato senza sostegno. Certamente, furono elezioni molto particolari, con un distacco tra i due candidati attorno al mezzo milione di elettori, prodotto della presenza di un terzo candidato – l’ultimo nella storia americana – che spostò gli equilibri. Ma se volessimo pensare ad alcune lezioni che queste elezioni dovrebbero dare in vista di quelle di 56 anni dopo, gli spunti non mancherebbero.
Innanzitutto, la rinuncia a correre per il secondo mandato da parte del Presidente uscente, espressione del partito democratico: Lyndon Johnson, infatti, si ritirò dopo il primo mandato per questioni legate all’escalation militare in Vietnam, di cui il suo governo è stato responsabile. L’analogia con le tensioni create dalle guerre in Ucraina e Palestina sono evidenti, e sebbene le ragioni del ritiro di Biden siano differenti, così come il coinvolgimento degli Stati Uniti negli scenari di guerra, gli analisti geopolitici hanno più volte sottolineato come questo argomento avrebbe sicuramente portato più voti a Trump, soprattutto guardando alle spese approvate da Biden per gli armamenti destinati a Kiev.
Un secondo argomento potrebbe essere il tumultuoso cammino verso la presentazione del nuovo candidato democratico. Sebbene Kamala Harris abbia ricevuto l’endorsement del Presidente uscente, il suo mandato da Vicepresidente non è stato dei più rosei, e questo potrebbe portare ad una convention dove le spaccature farebbero terminare le sue ambizioni ben prima di novembre. In assenza di altri nomi e di tempo per prepararsi, è probabile che Harris si stia bruciando le sue carte per un’elezione già persa in partenza.
Infine, l’evento simbolico che potrebbe decidere da solo l’elezione: l’attentato.
Kennedy nel ’68 perse la vita raggiunto da un colpo di arma da fuoco, Trump è uscito quasi illeso dall’attentato di Butler. Con la televisione ed i social network, la cosa che più conta è ormai il potere carismatico dei leader. Ce lo insegnano le campagne elettorali di mezzo mondo, dove lo slogan porta sicuramente più voti delle promesse elettorali. Si è detto che sia colpa di un livello di attenzione sempre più ridotto all’osso, oppure di masse sempre meno attente al disegno politico e più concentrate sui problemi quotidiani, che sia disoccupazione o inflazione. Tuttavia, l’immagine di Trump che alza il pugno verso la folla subito dopo essere stato colpito da un proiettile trasmette una leadership che dà un credito incredibile alle ambizioni di Trump, mai come adesso padrone del suo destino. Sopravvivere ad un attentato può portare ad un balzo nelle preferenze che pochi altri eventi possono generare. Ne è stato dimostrazione Reagan, il quale subì un attentato che, vedendolo uscire vivo, gli permise di rinforzare il legame con i cittadini che lo avevano eletto qualche mese prima.
La vita è un gioco di centimetri, come diceva Tony d’Amato alla sua squadra nel film “Ogni maledetta domenica”, e pochi centimetri nella storia degli Stati Uniti hanno decretato troppe volte la via che ha preso la politica. Chi ne è uscito sconfitto perdendo anche la vita, come i fratelli Kennedy, non hanno potuto portare a termine i loro disegni politici in un momento nevralgico della storia mondiale, durante la Guerra Fredda. Lincoln, prima di loro, ha pagato con la vita le sue scelte e i prodotti della Guerra Civile e, sebbene abbia reso l’America un posto più felice per coloro che non avevano nulla prima dell’abolizione della schiavitù, possiamo concordare tutti quanti sul fatto che avrebbe preferito un epilogo diverso.
Ad oggi, siamo lontani sessant’anni dall’ultimo Presidente caduto vittima in un attentato, eppure cosa è cambiato? Le armi sono ancora oggi espressione di una buona parte dell’elettorato più retrogrado d’America, quelle campagne, provincie, lande desolate dove non è presente lo Stato, e dove la giustizia talvolta arriva talmente tardi che la miglior difesa è quella che ci si può garantire con un’arma da fuoco. Si potrebbe parlare del peso che hanno le lobby del settore, che non vedono mai arrivare una legiferazione più stringente nemmeno sotto Presidenti democratici, ma in questo caso specifico un episodio come l’attentato di Butler non smuoveranno nulla su questo fronte, dato che lo stesso Trump non ha alcuna intenzione di regolamentare la vendita di armi da fuoco nonostante abbia avuto prova che possa essere anche lui un bersaglio.
La violenza nella politica americana è tornata a livelli elevatissimi sin dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca, agitata dai mantra ripetuti a gran voce dal Tycoon che volevano vedere l’America tornare grande nuovamente, a far vedere la forza degli americani contro i nemici interni ed esterni, la Cina come gli immigrati clandestini. Questo delirio di onnipotenza yankee è stato quanto possibile mitigato da un’ottima squadra impegnata nella diplomazia e nella politica estera, mentre il sistema dei controlimiti ha portato più volte i tribunali federali a bloccare gli atti del Presidente. Eppure, a Capitol Hill sappiamo tutti cosa successe tre anni e mezzo fa.
L’America più cruda ha fame di un leader forte che rimetta a posto ciò che Biden ha combinato, sia internamente che esternamente, e chi meglio di colui che ha sconfitto la morte?
Trump lo sa benissimo, e alla Convention Repubblicana dove si è presentato a poche ore dall’attentato subito ha messo in chiaro le cose: la violenza politica sta raggiungendo livelli mai toccati nella storia contemporanea degli Stati Uniti, ed è arrivato il momento di porre un freno. Su chi è il colpevole, però, inutile dire che abbia le idee chiare, puntando il dito contro colui che lo ha sconfitto quattro anni fa e che lui stesso ha già battuto senza nemmeno doversi sforzare tanto.
Le sorprese in campagna elettorale fanno solitamente capolino nel mese di ottobre, stavolta siamo a decine di avvenimenti dall’importanza incalcolabile e ancora dobbiamo entrare nel vivo. Certo è che non ci annoieremo.


