Da poco più di un mese negli ambienti cattolici si discute delle posizioni controverse prese dal Mons. Carlo Maria Viganò nei confronti dell’intera gerarchia ecclesiastica. Il caso è esploso negli ultimi giorni del giugno scorso e ha avuto una grossa risonanza mediatica, alimentando il dibattito tra i fedeli. Lo scisma provocato dalle sue dichiarazioni e dalla successiva scomunica, resa ufficiale il 5 luglio, è il risultato di svariate frizioni che si susseguivano già da qualche anno.
Il primo passo di grande rilievo che ha compiuto la vicenda è la pubblicazione nel 2018 di un dossier, da parte di Mons. Viganò, in cui denuncia un grave insabbiamento da parte dei vertici della Chiesa, a favore degli abusi sessuali perpetuati dal cardinale statunitense Theodore McCarrick. Arriva sino a reclamare le dimissioni di Papa Francesco, il quale non replica alle accuse, invitando i giornalisti e l’opinione pubblica a giudicare sulla base della propria lettura del documento. Il Vescovo varesino era già intervenuto nel caso Vatileaks, esprimendo in una lettera la sua speranza che la verità venisse alla luce. La pubblicazione del dossier è una tappa fondamentale per comprendere il suo progressivo discostamento dalla Chiesa, cominciato già prima del 2018 e acuitosi negli anni successivi, fino ad arrivare al suo apice con la recente scomunica.
Il 12 aprile 2016 Viganò presenta le dimissioni dall’incarico di nunzio apostolico negli Stati Uniti affidatogli nel 2011 da papa Benedetto XVI. Questa rimane l’ultima carica che ha ricoperto fino ad oggi. Con le controversie scaturite alla pubblicazione dei documenti, Viganò si dà alla latitanza, pertanto non si hanno più notizie sulla sua posizione, né sulle sue attività.
Il suo nome torna agli onori della cronaca il 20 giugno 2024, quando pubblica sul suo profilo X un decreto attribuito al Dicastero della Fede, nel quale viene convocato per difendersi dalle accuse di scisma, rottura della comunione con Papa Francesco – di cui non riconosce la legittimità – e rifiuto del Concilio Vaticano II. Il 28 giugno Viganò replica alla convocazione con una dichiarazione, intitolata J’accuse. In tale documento spiega: “[…] non riconosco l’autorità né del tribunale che pretende di giudicarmi, né del suo Prefetto, né di chi lo ha nominato”. La conseguenza è la scomunica al termine del processo in contumacia, notificata il 5 luglio.
Le critiche forti di Viganò, sfociate anche in contumelie, sono rivolte alle posizioni che il Santo Padre ha assunto su temi di attualità, quali la benedizione delle coppie omosessuali e l’immigrazione. “Eretico e palesemente ostile alla Chiesa di Cristo”, “falso profeta”: queste alcune delle parole spese dal Vescovo in riferimento al capo della Chiesa, ad aggravare il già pesante disconoscimento della sua legittimità.
Una risposta diretta al J’accuse l’ha rivolta con un articolo sulla Bussola Luisella Scrosati, che ha confutato le accuse dirette al Santo Padre e ha denotato la problematica fondamentale del pensiero di Viganò. “Rifiutando la Chiesa visibile Viganò si scomunica da solo”, recita il titolo del testo scritto dalla giornalista, la quale sottolinea come rifiutando la gerarchia ecclesiastica e l’autorità papale il Vescovo si sia autoestromesso dal corpo della Chiesa. La logica di Viganò si basa sulla considerazione di Papa Francesco come un eretico, ma la definizione non sussiste in quanto, dice la Scrosati, non si tratta di una sentenza del Tribunale della Dottrina della Fede. Essa mette in evidenza la differenza tra eretico occulto ed eretico manifesto (o notorio): “[..] l’eretico rimane occulto fino a quando non venga dichiarato tale dalle competenti autorità ecclesiastiche, oppure egli non ammetta la propria eresia davanti alle medesime, o ancora la sua eresia non venga provata senza che vi possano essere ragionevoli dubbi in contrario, come per esempio avviene nel caso di un prelato che dovesse abbandonare egli stesso la Chiesa cattolica”. Con eretico notorio si parla invece di colui che viene giudicato tale dagli organi ecclesiastici, ed è dunque un eretico “ufficiale”.
Nella storia recente, casi di questo tipo sono avvenuti in quantità estremamente ridotta. Il più noto precedente è stata la scomunica del vescovo francese Marcel Lefebvre, avvenuta sotto il pontificato di Giovanni Paolo II il 30 giugno 1988 a seguito dell’ordinazione illecita (dunque scismatica) da parte del Monsignore di quattro vescovi. Tra questi anche Mons. Williamson, al quale, secondo le voci, si sarebbe rivolto Viganò dopo la scomunica per farsi riconsacrare. La corrente lefebvriana ha tra l’altro preso le distanze dal vescovo lombardo per via della sua posizione di sedevacantista, non riconoscendo Bergoglio in quanto Papa.
Con questa presa di posizione da parte di Viganò ha provocato una scossa, dando maggiore instabilità tra la comunità dei fedeli in un momento storico che già si dimostra concitato e delicato: secondo il sondaggio Demos & Pi, in Italia soltanto il 15% della popolazione ritiene che sia “molto importante” seguire la Chiesa; percentuale che tra gli under 30 cala addirittura al 5%. Si è rivelata dunque una mossa che ha indebolito la Chiesa cattolica, allontanando una parte – seppur piccola – di credenti che ha deciso di seguire il Vescovo, oltre ad aver inevitabilmente innestato confusione nella comunità. L’impressione è però che i danni provocati siano di gran lunga inferiori, paragonati all’ampia risonanza mediatica che ha avuto la vicenda.


