martedì 22 Settembre, 2026
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Autonomia Regionale: ritorno all’800?

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Questa questione, lungi dall’essere moderna, affonda le sue radici nel Medioevo, quando molte regioni europee, come le città-stato italiane di Venezia e Firenze, godevano di una significativa autonomia.

Nel XIX secolo, durante il Risorgimento, molte regioni italiane lottavano per l’unificazione, pur mantenendo vive le loro identità locali. L’unificazione portò a tensioni tra il desiderio di un forte stato nazionale e la volontà di conservare le peculiarità regionali. La Costituzione italiana del 1948 riconobbe formalmente l’autonomia di alcune regioni, creando le Regioni a Statuto Speciale come Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Sicilia, Sardegna e Friuli Venezia Giulia.

Le identità linguistiche e storiche forti, come quelle della Catalogna in Spagna o del Quebec in Canada, cercano di preservare e promuovere le proprie tradizioni. Economicamente, regioni ricche come la Lombardia e il Veneto in Italia chiedono maggiore autonomia fiscale, sostenendo che una parte più consistente delle loro entrate debba rimanere localmente per finanziare i servizi pubblici.

Politicamente, le richieste di autonomia sono spesso viste come una reazione alla centralizzazione del potere. La Catalogna, ad esempio, ha un forte movimento indipendentista, mentre in Scozia si è riaccesa la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza dopo la Brexit. La decentralizzazione può portare a una maggiore efficienza e a una governance più vicina ai cittadini, ma può anche creare disuguaglianze tra le regioni e alimentare tensioni politiche.

L’Unione Europea gioca un ruolo chiave in molti di questi contesti. L’autonomia regionale è sostenuta dall’accesso diretto ai fondi europei e dalla partecipazione alle politiche dell’UE. Tuttavia, l’UE tende a mantenere la stabilità dei suoi stati membri, limitando il supporto a movimenti secessionisti. Ad esempio, ha chiarito che una Catalogna indipendente non sarebbe automaticamente membro dell’Unione.

La capacità dei governi centrali di negoziare e collaborare con le regioni autonome è cruciale per trovare un equilibrio che rispetti le diversità regionali senza compromettere la coesione nazionale. Soluzioni innovative come il federalismo asimmetrico, dove diverse regioni hanno diversi gradi di autonomia, possono rappresentare un compromesso efficace.

Un’analisi storica offre una prospettiva utile per comprendere le dinamiche attuali dell’autonomia regionale. Un esempio significativo è la Guerra di Secessione americana, dove gli stati del Sud cercarono di formare una nazione separata, portando a un conflitto devastante. Sebbene la Confederazione fosse sconfitta e gli Stati Uniti rimanessero uniti, le questioni di autonomia e diritti degli stati rimasero centrali nella politica americana.

Un altro esempio è l’Impero Austro-Ungarico, che nel 1867 concesse l’autonomia all’Ungheria attraverso il Compromesso Austro-Ungarico, creando un dualismo che permetteva una coesistenza pacifica tra due nazioni con leggi e amministrazioni separate, ma un esercito e una politica estera comuni. Questo equilibrio durò fino alla Prima Guerra Mondiale, quando le tensioni nazionaliste e le pressioni internazionali portarono alla dissoluzione dell’impero.

La chiave per gestire queste dinamiche risiede nella capacità dei governi centrali e regionali di lavorare insieme attraverso il dialogo, la negoziazione e il rispetto reciproco. Un approccio flessibile e inclusivo, che tenga conto delle specifiche esigenze e aspirazioni delle diverse regioni, può contribuire a costruire una nazione più coesa e resiliente, capace di affrontare le sfide del futuro.

Attraverso l’analisi storica, la situazione attuale e le prospettive future, è chiaro che l’autonomia regionale può portare sia benefici significativi che sfide impegnative. Il dialogo costruttivo tra governi centrali e regionali, combinato con strumenti democratici per coinvolgere i cittadini, può contribuire a costruire una nazione più coesa e resiliente. L’apprendimento dalle esperienze storiche e l’adattamento delle strutture politiche possono aiutare a trovare soluzioni che rispettino le diversità regionali senza compromettere l’integrità nazionale.

In un mondo sempre più globalizzato, dove le identità locali e regionali sono riaffermate, l’autonomia regionale continuerà a essere un tema di grande rilevanza. Gestire queste dinamiche in modo efficace può portare a una governance più democratica, efficiente e rispettosa delle diversità, creando opportunità per uno sviluppo sostenibile e inclusivo. La crisi catalana in Spagna è un chiaro esempio di come la mancanza di dialogo e compromesso possa portare a una situazione di stallo politico e sociale, con conseguenze negative per tutti gli attori coinvolti.

In definitiva, la gestione delle dinamiche di autonomia regionale richiede un bilanciamento delle diverse esigenze e aspirazioni delle regioni con l’unità e la stabilità nazionale. Il dialogo, la cooperazione e la partecipazione cittadina sono strumenti essenziali per costruire un futuro in cui le diversità regionali siano valorizzate e le disuguaglianze ridotte.

Proprio per questo motivo i nativi del centro sinistra sono scesi in campo per raccogliere le firme necessarie per indire un referendum abrogativo sull’abrogazione della legge riguardante le autonomie regionali.

E se il vero dell’Infinito fosse il falso del passato?

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Nella nostra percezione collettiva, le leggi fisiche sono considerate
come pilastri di oggettività, rappresentando una scienza costruita su
fondamenta di certezze. Ma cosa accadrebbe se tutto ciò che riteniamo
essere una realtà oggettiva fosse in realtà una visione intrinsecamente
soggettiva? E se le leggi che crediamo essere universali fossero, in
fondo, solo il prodotto della mente umana?
Da secoli, la scienza si è sviluppata attraverso l’osservazione, la
sperimentazione e la formulazione di teorie che descrivono il mondo
naturale. Queste teorie, una volta verificate e accettate, diventano
leggi fisiche, ritenute valide e applicabili universalmente. Tuttavia,
esiste una corrente di pensiero che suggerisce un’interpretazione
radicalmente diversa: quella che vede queste leggi non come verità
assolute, ma come costruzioni della nostra mente, influenzate dalla
percezione e dalla soggettività umana.
Questo approccio pone interrogativi profondi sulla natura della realtà
e della conoscenza. Se tutto ciò che osserviamo e misuriamo è filtrato
dalla nostra mente, possiamo davvero affermare che esista una realtà
oggettiva al di fuori di noi? La percezione sensoriale, l’interpretazione
dei dati e la formulazione delle teorie sono processi intrinsecamente
umani. Ogni strumento di misura, ogni osservazione, è mediata dalla
nostra mente, che è soggetta a limiti e bias.
La teoria della relatività di Einstein, ad esempio, ci ha mostrato come
le misure di spazio e tempo siano relative al sistema di riferimento
dell’osservatore. Questo ha portato a una visione del mondo dove la
realtà non è più assoluta, ma dipende dal punto di vista
dell’osservatore. In maniera analoga, la meccanica quantistica ci ha
rivelato una realtà ancora più sconcertante, dove l’atto di osservare
può alterare lo stato di ciò che viene osservato.
Se accettiamo che la nostra conoscenza del mondo è mediata da
processi cognitivi soggettivi, dobbiamo anche considerare la
possibilità che le leggi fisiche siano una costruzione umana, un modo
per interpretare e dare senso a ciò che percepiamo. Questo non implica
necessariamente che tali leggi siano false, ma piuttosto che esse
rappresentano un modello utile e coerente con le nostre osservazioni,
un prodotto della mente umana che cerca ordine nel caos.
In conclusione, riconsiderare le leggi fisiche come frutto della
soggettività umana non mina la loro utilità o validità nel descrivere
fenomeni naturali, ma ci invita a riflettere sulla natura profonda della
realtà e sul ruolo della nostra mente nella costruzione della
conoscenza. La scienza, vista attraverso questa lente, diventa non solo
un mezzo per scoprire il mondo, ma anche una finestra sulla nostra
natura di esseri pensanti, limitati e straordinari.
Le leggi fisiche sono indispensabili per descrivere e comprendere i
fenomeni naturali, fornendo una base solida per spiegare l’universo.
Esse consentono di prevedere il comportamento dei sistemi fisici,
essenziale per il progresso scientifico e ingegneristico. La loro
conoscenza è cruciale per lo sviluppo tecnologico e l’innovazione,
poiché permettono di sperimentare, verificare e migliorare teorie e
applicazioni pratiche. In sintesi, le leggi fisiche sono fondamentali per
il progresso in ambito scientifico e tecnologico.

Le ultime ore di Mussolini: tante ipotesi e una dubbia verità

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Era il 29 aprile del 1945, quando i corpi senza vita del Duce, di Claretta Petacci e di alcuni gerarchi fascisti vennero esibiti in piazzale Loreto, a Milano, di fronte a una numerosa folla di partigiani che inneggiavano alla libertà. 

Esattamente il 28 aprile del 1945 alle 16:10 Mussolini insieme alla sua amante venne giustiziato tramite alcuni colpi di fucile nella località dove era stato tenuto prigioniero, Giulino di Mezzegra, Como. Molte però  sono le versioni su chi decise di premere il grilletto e mettere la parola fine alla vita di una delle personalità più contraddittorie e più potenti d’Italia. 

Tante sono le ipotesi sull’assassino del Fascismo, poiché i responsabili dell’uccisione, come afferma Amedeo Osti Guerrazzi, docente all’Università di Padova, non  furono chiari sin dal principio, e questo diede luogo a innumerevoli contraddizioni e ricostruzioni fallaci, concedendo anche a negazionisti ed ex-fascisti l’opportunità di mitizzare la morte del duce per difendere la sua immagine e tutto lo sfondo fascista che li aveva contornati. 

«Ma la verità è che a uccidere Mussolini fu il colonnello Valerio”, così prosegue sempre lo stesso Osti Guerrazzi, che descrive questa nuova figura come il prescelto, colui che aveva il compito di prelevare Mussolini ed eliminarlo. Per ben due anni l’identità di questo “colonnello” rimase un mistero, tramite anche la protezione che il PC stava disponendo, temendo possibili rappresaglie o violenze dai restanti seguaci del Duce. Dopodiché, nel 1947, durante una manifestazione comunista a Roma, l’uccisore di Mussolini uscì dall’ombra e il cono di luci si accese su Walter Audisio: un ragioniere piemontese, portabandiera della Resistenza italiana.

I fatti narrati da Audisio, pubblicati  in cinque articoli sull’Unità, nominarono altri due partigiani come complici dell’assassinio: Michele Moretti, detto “Pietro” e Aldo Lampredi, detto “Guido”. Ma la versione dell’ufficiale del Corpo volontari della libertà non convinse il pubblico. Infatti lo storico Renzo De Felice la ribattezzò in maniera dispregiativa come “la vulgata” del Partito Comunista. Circa le ultime ore del dittatore di Predappio, le modifiche e gli insoliti risvolti non tardarono ad arrivare. 

Tra i protagonisti sospetti appare l’alone dei servizi segreti. Valerian Lada-Mocarski, agente 441 dell’Oss, il servizio segreto americano, antesignano della Cia,  nel suo memoriale, cita il nome del partigiano Luigi Canali, noto anche come il “Capitano Neri” che aveva catturato Mussolini a Dongo durante la sua disperata fuga, poco dopo la liberazione. Secondo questa pista, sarebbe stato proprio lo stesso Canali a sparare i colpi fatali, subito dopo quelli sferrati dal “colonnello Valerio” e da Moretti.

Ma negli anni ‘90, avvenne un grandioso colpo di scena, come avviene nei più intricati romanzi gialli. Bruno Giovanni Lonati, il cui nome da partigiano era “Giacomo”, si attribuì, dopo anni di silenzio, la responsabilità di aver tolto la vita a Mussolini, esattamente la mattina del 28 aprile, seguendo la trama di una missione segreta orchestrata dal “capitano John”, membro dei servizi segreti inglesi. Poiché bisognava nascondere un documento segreto che testimoniasse il compromettente accordo tra il primo ministro inglese, Winston Churchill, e il Duce, quest’ultimo doveva uscire di scena, prima che in un ipotetico processo potesse rivelare i loro chiari intenti di matrice antisovietica. Secondo Lonati, quindi, la fucilazione del pomeriggio dello stesso giorno sarebbe stata una messa in scena coordinata da Luigi Longo, futuro segretario del Partito Comunista che lo stesso Lonati definisce come il “vero colonnello Valerio”. 

Ma la doppia fucilazione, venne smentita, poi, da motivazioni scientifiche, derivate dal riesame dell’autopsia sul cadavere del 1945. Secondo gli storici, infatti, l’ipotesi più accreditata e più simile alla versione ufficiale è proprio quella che vedeva Mussolini giustiziato sul muretto di Villa Belmonte, il pomeriggio del 28 aprile. Di preciso chi sferrò l’ultimo colpo di proiettile sul corpo del dittatore fascista rimane ancora oggi un’incognita ricca di sfaccettature e tanti dubbi. Degna di una serie crime, la morte di Mussolini rimane con un finale aperto.

Udite Udite, Le Streghe sono tornate!

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La caccia alle streghe, un fenomeno che ha imperversato in Europa tra il XV e il XVII secolo, rappresenta uno dei capitoli più oscuri della storia umana. Contrariamente a quanto si crede comunemente, queste persecuzioni non appartengono al Medioevo, ma al Rinascimento, un’epoca spesso associata a illuminazione e progresso. Durante questo periodo, migliaia di donne furono accusate di stregoneria e sottoposte a processi iniqui, torture e condanne a morte. Questi eventi non erano solo frutto di superstizioni medievali, ma anche di dinamiche di potere, sessismo e controllo sociale.

Le donne accusate di stregoneria erano spesso quelle che deviavano dalle norme sociali dell’epoca: vedove, erboriste, guaritrici o semplicemente donne che possedevano una certa indipendenza o che sfidavano l’autorità patriarcale. La caccia alle streghe serviva a reprimere queste figure, etichettandole come pericolose e deviate. Questo tipo di violenza istituzionalizzata contro le donne ha lasciato un’impronta duratura nella società.

Oggi, sebbene non esistano più le cacce alle streghe in senso letterale, la violenza contro le donne persiste in forme diverse ma altrettanto devastanti. I femminicidi, definiti come l’uccisione di donne per motivi di genere, sono una tragica realtà globale. Secondo i dati delle Nazioni Unite, una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita. In Italia, nel 2023, si contavano già 104 casi di femminicidio nei primi nove mesi dell’anno.

Il collegamento tra la caccia alle streghe e i femminicidi moderni risiede nella perpetuazione di un ciclo di controllo e oppressione. Entrambi i fenomeni derivano da strutture sociali che cercano di mantenere il potere patriarcale, utilizzando la violenza come mezzo per sottomettere e controllare le donne. Le donne sono ancora viste come proprietà, soggette alle decisioni e al volere degli uomini, e qualsiasi deviazione da questo ruolo tradizionale può scatenare reazioni violente.

Le radici culturali della violenza di genere sono profonde e complesse. La società moderna, nonostante i progressi nel riconoscimento dei diritti delle donne, è ancora impregnata di atteggiamenti e comportamenti sessisti. La narrazione della “donna pericolosa” o “ribelle” continua a manifestarsi, sebbene in forme più sottili. La rappresentazione mediatica delle vittime di femminicidio spesso le ritrae come responsabili della propria sorte, perpetuando così una cultura della colpa e del sospetto.

Per interrompere questo ciclo di violenza è essenziale un cambiamento culturale profondo. Educare le nuove generazioni al rispetto e alla parità di genere, promuovere leggi più severe contro la violenza domestica e i crimini di genere e supportare le vittime con strutture adeguate sono passi fondamentali. Inoltre, è cruciale riconoscere e affrontare le radici storiche di questi comportamenti, comprendendo come il passato influenzi il presente.

Solo attraverso un impegno collettivo possiamo sperare di spezzare questo ciclo di violenza e garantire un futuro libero dalla paura e dalla discriminazione.

Donne – Dorothy shots Marilyn

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Dorothy Podber i suoi 15 minuti di notorietà se li è ritagliati proprio alla faccia di Andy Warhol l’artista americano che, con una frase decisamente pop, aveva creato una fantastica illusione e anticipato di cinquant’anni la cultura dell’immagine. Allora Dorothy era una performer ai margini dell’avanguardia, organizzava happening improvvisati a New York, aveva contribuito all’esordio di una sconosciuta Yoko Ono, viveva di espedienti e camminava incerta sul filo della legalità.
Non era insolito incontrare Dorothy a Manhattan accompagnata dal suo alano che, a seconda dell’umore della proprietaria, cambiava nome e genere. Si definiva una “cattiva ragazza”, una che adorava fare brutti scherzi alle persone. Una mattina del 1964 aveva deciso di puntare in alto, salire al quinto piano di un edificio posto sulla East 47th Street e lasciare tutti senza fiato. L’appartamento, arredato con specchi rotti e fogli di stagnola, ospitava allora la Factory di Warhol, punto di ritrovo creativo e mondano per artisti e superstar. Immaginate una Dorothy vestita da motociclista entrare con calma e focalizzarsi su un certo numero di quadri appena completati e impilati l’uno sull’altro accanto ad una parete. Fece una semplice domanda utilizzando il verbo “shoot” che, a seconda delle circostanze, può significare sparare o fotografare. Fu un attimo, Dorothy si tolse i guanti ed estrasse dalla tasca un piccolo revolver di fabbricazione tedesca e tirò un colpo contro le serigrafie accatastate. Aveva colpito Marilyn Monroe proprio in mezzo agli occhi, o meglio aveva piazzato un proiettile su quattro ritratti dell’attrice firmati dal “Michelangelo di Pittsburgh”.
Inutile dire che Dorothy fu bandita dalla Factory ma c’è stato anche chi ha ritenuto la sua azione abbia contribuito a dare maggiore valore alla serie conosciuta nel mondo dell’arte come “Shot Marilyns”.

Donne – Dido, una ragazza del XVIII secolo

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Dido Elizabeth Belle è una ragazza del diciottesimo secolo, istruita, aggraziata e dai modi gentili. Ha frequentazioni aristocratiche essendo figlia di Sir John Lindsay, ammiraglio della Royal Navy di stanza nei Caraibi. Cresciuta in Inghilterra, a Kenwood House, splendida residenza a nord di Londra, è a tutti gli effetti nipote di William Murray, giudice supremo e primo conte di Mansfield.
Dido, però, non è una nobile come tante perchè suo padre l’ha concepita a l’Avana con una donna nera, resa schiava in quel dei Caraibi. Si chiamava Maria ed è stata probabilmente prelevata da una nave negreria spagnola, attaccata dalla flotta inglese.
Dido, in quanto figlia illegittima, non può portare il cognome del padre ma, affidata alle cure della famiglia Mansfield, viene educata insieme ad una cugina coetanea per diventare una gentildonna libera e una futura ereditiera.
Nel 1783 Lord Mansfield dovette occuparsi di uno dei casi giuridici più scottanti dell’epoca: il massacro della Zong, una nave inglese che aveva gettato al largo della Giamaica più di cento schiavi incatenati. La scusa ufficiale fu la carenza di acqua potabile, il vero motivo la volontà di intascare l’assicurazione sulla vita di ciascun prigioniero, per ripagare le perdite economiche di un viaggio disastroso. La strage colpì l’opinione pubblica ispirando anche un quadro di William Turner. In virtù delle leggi dell’epoca nessun membro dell’equipaggio poteva essere accusato di omicidio, quindi il processo riguardava solo l’eventuale risarcimento economico. Come segretaria dello zio, Belle seguì i fatti da vicino ed è probabile che la sua presenza abbia influenzato Lord Mansfield nel pronunciare una sentenza rivoluzionaria: l’uccisione di innocenti era illegittima a priori e nessuna richiesta di risarcimento poteva essere accolta se nata da un atto illegale. Il primo passo verso il futuro movimento abolizionista era stato compiuto anche grazie ad una giovane di origini africane.

Dalla banda della Magliana ai furbetti del quartiere

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Erano certamente laboriosi, pari a quella dei padri, chiacchieroni e vanitosi, onnipresenti dalla sera all’alba. Nel fare si sentivano inviolabili. Forse si erano tappati i timpani con la cera per non sentire una realtà che non potevano dominare. Quando dal sogno si passa all’incubo del carcere, quando l’illusione di possedere il dominio del presente si trasforma in possesso di una cella, allora l’idea di vendere polline bianco contro il mal di testa o disegnare baraccopoli di cemento al posto dell’utopia diventa la farsa di un dramma che non ha ancora un epilogo. C’è invece un inizio di un lontano decennio fatto da cento storie e ricordi prodotti dall’immaginazione popolare e raccontati da studiosi e magistrati. Tutti finiti negli archivi di Stato. Chi si china a curiosare tra quei misteri si ritrova ad osservare le ossature di tanti scheletri in mezzo a un campo di papaveri, sepolte tra aranceti o limonaie. Forse i nuovi arrivati del crimine dovrebbero tornare a scuola, però a leggere i resoconti degli archivi pubblici.
La storia viaggia sempre in anticipo sulla realtà del presente e quando presenta il conto, riesce sempre a scuotere la pigrizia mentale di coloro che nascondono la verità dietro l’indifferenza. Basta leggere per capire cosa si cela nel caotico scenario della delinquenza metropolitana e chi sono gli attori di una sceneggiata dal sapore napoletano. Lontano nel tempo c’è la madre di tutte le maestre che dona i numeri e le lettere del crimine. “Cosa nostra” non aveva i tentacoli mostruosi degli anni duemila ma la camorra, seppure frammentaria e organizzata orizzontalmente, era più spietata e tragica della mafia. Ogni anno presentava un conto di centinaia di omicidi e a morire erano giornalisti come Giancarlo Siani, ucciso nel 1985, o il sindaco Marcello Torre, anche lui massacrato nel 1980 per la netta opposizione agli appalti illeciti. Qualche studioso ritiene che il fenomeno camorristico sia nato tra i fasti del Risorgimento con una serie di accordi politici tra lo Stato e il crimine. Basti pensare all’intesa stipulata nel 1860 tra Liborio Romano con il capo della camorra Salvatore De Crescenzo per garantire il nuovo ordine italiano. C’era l’illusione di assorbire il crimine nel sistema poliziesco per poi debellare le radici. L’anima della camorra era invece stipata nella coscienza popolare, colpevole di aver assorbito la sofferenza e l’ingiustizia dei secoli e di averle trasformate in rassegnazione. L’unico rimedio era il “guappo”, il giustiziere che imitava Masaniello e che dispensava la legge a suo piacimento. Nello stesso tempo il banco di Napoli venne spogliato delle sue ricchezze per finanziare l’industria del nord. Nelle fasi successive all’unita italiana, la camorra sembro rientrare nell’ombra, sostituita dalla mafia siciliana, ma tra il 1943 e il 1945, durante la permanenza a Napoli del governo anglo-americano, la cultura camorristica riaffioro e si rigenerò nelle cosche di quartiere. E fu la comparsa della droga che allargo gli orizzonti del crimine in un frullato di affari illeciti internazionale che mischiò le carte e determinò la mattanza pubblicata e denunciata dalle diverse commissioni parlamentari sul fenomeno mafioso. Commette pero un errore chi pensa sia solo una storia criminale poiché la camorra si nutre della misera popolare, della cultura della storia napoletana e sguazza tra i miracoli del lotto e San Gennaro, tra le tragedie individuali e quelle collettive, tra i torti e le ragioni, in cui tutto deve cambiare perché, come scrisse Tomasi di Lampedusa, tutto deve restare come prima. Gli arresti di Aprilia e Roma sono solo il penultimo capitolo della storia criminale. L’ultimo non esiste.

Donne – Agnodice

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Agnodice è colta, intelligente, testarda, sensibile, empatica, coraggiosa e, soprattutto, molto determinata. E’ stata la prima donna medico nell’Atene del IV secolo a.C.

Ha sempre vissuto dissimulando la propria identità, a cominciare da quel soprannome scelto per proteggersi da accuse infamanti. In quanto donna le era precluso studiare medicina, tantomeno esercitare una professione allora monopolio esclusivo maschile. Agnodice significa “casta e giusta” perché così si è presentata difronte ad un tribunale che avrebbe voluto condannarla per il semplice fatto di aver “osato” sfidare la legge e le convenzioni.

Proveniente da una famiglia agiata, aveva deciso di studiare ad Alessandria d’Egitto seguendo gli insegnamenti di un rinomato medico dell’antichità classica. Si tagliò i capelli, si travestì da uomo intuendo che quello fosse l’unico modo per realizzare il suo progetto: specializzarsi in ostetricia e ginecologia.

Si racconta che Agnodice, sempre sotto mentite spoglie, abbia aiutato una partoriente, inizialmente restia a ricevere le cure da quello che sembrava essere un maschio. La giovane non si perse d’animo, alzò le vesti per dimostrare la sua femminilità ricevendo in tal modo la fiducia della prima paziente e, in seguito, di molte donne che decisero di affidarsi alle sue cure.

L’invidia dei colleghi fu tale da trascinarla in giudizio, con l’accusa di voler sedurre le proprie mogli, sorelle e figlie. Anche questa volta, Agnodice fu costretta a svelare il proprio corpo, denudando le reali fattezze.

L’oltraggio, a questo punto, era diventato insopportabile per gli ateniesi: la scandalosa ragazza aveva infranto un codice che le vietava di realizzare un sogno. Fu salvata da morte certa, grazie proprio alla solidarietà di quelle stesse donne che aveva visitato e curato. Agnodice ottenne l’assoluzione e il cambiamento di una legge decisamente misogina.

Donne – Lady Cavendish

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Miss Adele Marie entra a Lismore Castle volteggiando, letteralmente. Con il titolo di Lady Cavendish abiterà le aristocratiche stanze del castello irlandese per 12 anni.

L’americana Adele ha alle spalle una brillante carriera artistica. E’ aggraziata, socievole e piena di humor. Esordisce nella blasonata famiglia del futuro consorte Lord Charles regalando un numero imprecisato di nuovi bagni: per una ragazza americana abituata al successo, al denaro e alla celebrità sarebbe stato improponibile vivere in una magione di duecento camere servita da un’unica toilette.

Adele aveva trascorso ventisette anni della sua vita danzando in coppia con il fratello minore Fred. Insieme avevano formato il duo Astaire per la gioia del pubblico osannante ed il profitto dei più potenti impresari del mondo dello spettacolo.

Aveva iniziato a ballare ad appena otto anni mostrando da subito talento e determinazione Tutta altra storia rispetto al fratellino, troppo gracile per diventare una star. Partiti dai teatri vaudeville, insieme hanno calcato gli stage più importanti di Broadway e del West End di Londra: Adele spigliata e divertente, leggera, comica e amante dell’improvvisazione; Fred, perfezionista e pignolo fino alla noia, “Minnie la lagna” lo chiama in privato la sorella.

Alla coppia Adele garantisce stabilità, costanza e dirompente energia creativa. Soltanto una volta ammise di sentirsi intimidita dalla reputazione del fratello.

Nessuno ha mai indagato sul costo dell’addio alle scene di Lady Cavendish. Nel telegramma di esordio come one-man show inviato a Fred, Adele ha scritto: “Non dimenticare di lagnarti!”.

Donne

Le parole una volta erano appannaggio dei padri, dei mariti e degli amanti e la donna appariva come fonte di godimento da descrivere in versi o in romanzi. Qualcosa però nel tempo si è inceppato. Le donne denudate o impacciate da vestiti ingombranti spesso sontuosi, corrucciate o sensuali, brutalmente complici degli sguardi maschili, vissute all’ombra dell’uomo, si sono poco alla volta risvegliate da un letargo durato mille e mille anni. La storia non è mai immobile, si trascina dietro storie, misfatti, ripensamenti. Rivolgimenti e mutazioni persino genetiche che non potevano non coinvolgere l’universo femminile. E sono bastate poche vicende immerse nel pandemonio maschile per liberare un mondo sconosciuto e partorire una nuova fonte di fantasia e di richieste sussurrate e rivoluzionarie. Una donna libera nasceva così tra repressioni e incomprensioni ma la storia non si ferma, assorbe, digerisce e trasforma.

Per questo raccontiamo storie di donne più o meno conosciute che nel passato hanno alimentato il nostro presente.