Erano certamente laboriosi, pari a quella dei padri, chiacchieroni e vanitosi, onnipresenti dalla sera all’alba. Nel fare si sentivano inviolabili. Forse si erano tappati i timpani con la cera per non sentire una realtà che non potevano dominare. Quando dal sogno si passa all’incubo del carcere, quando l’illusione di possedere il dominio del presente si trasforma in possesso di una cella, allora l’idea di vendere polline bianco contro il mal di testa o disegnare baraccopoli di cemento al posto dell’utopia diventa la farsa di un dramma che non ha ancora un epilogo. C’è invece un inizio di un lontano decennio fatto da cento storie e ricordi prodotti dall’immaginazione popolare e raccontati da studiosi e magistrati. Tutti finiti negli archivi di Stato. Chi si china a curiosare tra quei misteri si ritrova ad osservare le ossature di tanti scheletri in mezzo a un campo di papaveri, sepolte tra aranceti o limonaie. Forse i nuovi arrivati del crimine dovrebbero tornare a scuola, però a leggere i resoconti degli archivi pubblici.
La storia viaggia sempre in anticipo sulla realtà del presente e quando presenta il conto, riesce sempre a scuotere la pigrizia mentale di coloro che nascondono la verità dietro l’indifferenza. Basta leggere per capire cosa si cela nel caotico scenario della delinquenza metropolitana e chi sono gli attori di una sceneggiata dal sapore napoletano. Lontano nel tempo c’è la madre di tutte le maestre che dona i numeri e le lettere del crimine. “Cosa nostra” non aveva i tentacoli mostruosi degli anni duemila ma la camorra, seppure frammentaria e organizzata orizzontalmente, era più spietata e tragica della mafia. Ogni anno presentava un conto di centinaia di omicidi e a morire erano giornalisti come Giancarlo Siani, ucciso nel 1985, o il sindaco Marcello Torre, anche lui massacrato nel 1980 per la netta opposizione agli appalti illeciti. Qualche studioso ritiene che il fenomeno camorristico sia nato tra i fasti del Risorgimento con una serie di accordi politici tra lo Stato e il crimine. Basti pensare all’intesa stipulata nel 1860 tra Liborio Romano con il capo della camorra Salvatore De Crescenzo per garantire il nuovo ordine italiano. C’era l’illusione di assorbire il crimine nel sistema poliziesco per poi debellare le radici. L’anima della camorra era invece stipata nella coscienza popolare, colpevole di aver assorbito la sofferenza e l’ingiustizia dei secoli e di averle trasformate in rassegnazione. L’unico rimedio era il “guappo”, il giustiziere che imitava Masaniello e che dispensava la legge a suo piacimento. Nello stesso tempo il banco di Napoli venne spogliato delle sue ricchezze per finanziare l’industria del nord. Nelle fasi successive all’unita italiana, la camorra sembro rientrare nell’ombra, sostituita dalla mafia siciliana, ma tra il 1943 e il 1945, durante la permanenza a Napoli del governo anglo-americano, la cultura camorristica riaffioro e si rigenerò nelle cosche di quartiere. E fu la comparsa della droga che allargo gli orizzonti del crimine in un frullato di affari illeciti internazionale che mischiò le carte e determinò la mattanza pubblicata e denunciata dalle diverse commissioni parlamentari sul fenomeno mafioso. Commette pero un errore chi pensa sia solo una storia criminale poiché la camorra si nutre della misera popolare, della cultura della storia napoletana e sguazza tra i miracoli del lotto e San Gennaro, tra le tragedie individuali e quelle collettive, tra i torti e le ragioni, in cui tutto deve cambiare perché, come scrisse Tomasi di Lampedusa, tutto deve restare come prima. Gli arresti di Aprilia e Roma sono solo il penultimo capitolo della storia criminale. L’ultimo non esiste.
Dalla banda della Magliana ai furbetti del quartiere
Diciotto arresti per mafia a Roma, tra cui i rampolli di Nicoletti e Senese, il binomio di e una dinastia e di un incubo ben riuscito. Per tangenti ad Aprilia ventiquattro persone finiscono in carcere a Rebibbia: quaranta indagati tra amministratori, imprenditori e criminali, figli della furbizia e del lascia passare.


