La guerra israelo-palestinese si combatte (anche) in Italia?

Nello scorso articolo abbiamo ripercorso gli eventi storici fondamentali per fissare le date e i protagonisti del teatro di guerra che ancora oggi avviene sul territorio palestinese della Striscia di Gaza, a seguito degli eventi del 7 ottobre scorso e dell’invasione dell’esercito israeliano il successivo 26 ottobre.

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Nello scorso articolo abbiamo ripercorso gli eventi storici fondamentali per fissare le date e i protagonisti del teatro di guerra che ancora oggi ha vita sul territorio palestinese della Striscia di Gaza, a seguito degli eventi del 7 ottobre scorso e dell’invasione dell’esercito israeliano il successivo 26 ottobre.

Il conflitto israeliano-palestinese, a differenza di tanti altri contesti nazionali esteri in guerra, ha ottenuto da sempre un grande seguito a livello internazionale, in buona parte anche dal mondo occidentale. Ma perché il cosiddetto “mondo libero” si sente tirato in ballo da un conflitto apparentemente così distante?

Come necessario per ogni dibattito pubblico sfaccettato e divisivo, bisogna sempre fissare e aver ben in mente l’entità delle diverse parti in gioco. Troppo spesso, infatti, il discorso rischia di appiattirsi sulla usuale polarizzazione delle opinioni, creando necessariamente degli schieramenti opposti ed antitetici, livellando tutte le possibili opinioni intermedie e riducendo a marcati cromatismi quelle che invece possono essere delicate sfumature e particolarismi, capaci di arricchire e approfondire il dibattito, non mancando, ovviamente, di calibrare le proprie opinioni sull’inclusione del contraddittorio e del maggior numero possibile di fonti diversificate. 

Le differenti parti in gioco non sono rappresentate “solo” dalla guida del partito politico di Hamas nella Striscia e dal governo israeliano, ma coinvolgono anche tutte le diverse realtà civili in gioco, organizzate o meno che siano, e che non sarebbe corretto far coincidere con le scelte dei rispettivi governi, i quali nonostante indubbiamente siano stati eletti su base democratica, non sono appoggiati da tutta la cittadinanza. Comprendere nel modo più globale e oggettivo possibile le cause, gli sviluppi dettagliati e le conseguenze di un evento senza rinunciare a formulare una propria idea, anche tesa verso una motivazione in particolare, ma che sia ben consapevole.          

In che modo l’Italia è dentro al conflitto?

La lunga coda del conflitto israelo-palestinese ha riverberato i suoi effetti anche in Italia, e sta interessando particolarmente il mondo accademico e universitario delle maggiori città dello Stivale. Da mesi, infatti, assistiamo a casi di cronaca sulle proteste portate avanti da associazioni studentesche (e non) all’interno degli spazi degli atenei.

Ma perché negli ultimi otto mesi abbiamo sentito tanto parlare della questione palestinese anche nel nostro Paese? E perché vede coinvolto anche il mondo delle università?

La voce degli atenei si è fatta sentire attraverso un impegno variegato, tempestivo, ma allo stesso tempo spalmato sul lungo periodo proponendo un’attenzione sempre costante sul tema in tutti i mesi successivi alla fatidica data del 7 ottobre, già viva, in realtà, ben prima del nuovo scoppio mediatico del conflitto. 

Le manifestazioni di dissenso hanno avuto al centro delle motivazioni il merito dei rapporti intrattenuti tra varie realtà diplomatiche, aziendali e accademiche italiane con alcune istituzioni e think tank israeliane e appartenenti all’industria bellica. Allo stesso tempo, le azioni di protesta sono state caratterizzate dalla distinzione dei soggetti partecipanti, non sempre identificabili in un unico movimento. Sono stati portati avanti, infatti, più filoni di protesta da parte rispettivamente del mondo studentesco, mobilitato dalla partecipazione associativa dei movimenti politici giovanili, e, parallelamente, anche dall’unione di singole voci appartenenti al mondo dell’insegnamento e della ricerca negli atenei.

La forma delle proteste

A seguito delle decine di migliaia di morti palestinesi, di cui la maggior parte civili e tuttora bombardati dall’Idf, e della successiva invasione via terra della Striscia, avvenuta a partire dal 26 ottobre 2023, si sono moltiplicate le azioni di protesta contro quello che viene definito il genocidio e l’apartheid della popolazione palestinese perpetrato dal progetto sionista del governo di Israele. Le richieste di intervento di una parte dell’ordine accademico si sono caratterizzate per l’apertura di un canale diretto, tramite petizioni e comunicati collettivi nazionali o su scala locale, con le autorità statali (Ministero degli Affari Esteri e quello dell’Università e della Ricerca in primis) e appartenenti ai ruoli decisionali del mondo universitario. I punti cardinali precisati all’interno dei documenti risultano sostanzialmente unanimi nel richiedere l’immediato cessate il fuoco di tutte le parti coinvolte nel conflitto; il rispetto del Diritto Internazionale; la condanna dei crimini di guerra da parte delle istituzioni; la liberazione di tutti gli ostaggi, l’intervento dell’Onu per la protezione della popolazione civile; la maggiore sollecitazione al dibattito pubblico e alla collaborazione con università palestinesi; la condanna del blocco degli aiuti umanitari; la mancata presa di posizione pubblica delle cariche politiche italiane rispetto agli attacchi, alle evacuazioni forzate e all’ uccisione dei civili palestinesi nella Striscia di Gaza. E’ altrettanto reclamata una medesima azione da parte dei diversi Senati Accademici e della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), insieme alla cessazione momentanea “delle collaborazioni con istituzioni universitarie e di ricerca israeliane fino a quando non sarà ripristinato il rispetto del diritto internazionale e umanitario” e “fino a quando non saranno attivate azioni volte a porre fine all’occupazione coloniale illegale dei territori palestinesi e all’assedio di Gaza”.     

I motivi delle contestazioni studentesche

Anche da parte di alcune delle associazioni studentesche italiane interne alle stesse università le motivazioni sono state simili, così come in parte le modalità. Ad essere diversi sono stati gli esiti ottenuti in base alle diverse disponibilità e aperture istituzionali. Le forme assunte dalle proteste sotto la guida in special modo dei collettivi studenteschi sono confluite anche in gesti più “concreti” ed eclatanti consistenti in sit-in, raccolte firme, dibattiti, manifestazioni e aggregazioni nei pressi dei luoghi decisionali accademici, per esempio.   

In generale, le motivazioni sono state riassunte in un documento di questo tipo. Al suo interno è possibile rintracciare molteplici dichiarazioni in comune con i documenti redatti dal mondo prettamente accademico, ma anche istanze proprie, sempre seguendo una linea “comune” con le precedenti. 

Una questione al centro delle manifestazioni giovanili che ha trovato alterne fortune e ha fatto molto discutere ha riguardato la richiesta di temporanea sospensione dell’Accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica Italia-Israele, semplificato nei comunicati come bando MAECI, rinnovato anche per l’anno 2024, scaduto in data 10 aprile 2024 e stipulato tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano (da cui l’acronimo MAECI) e il Ministero dell’Innovazione, Scienza e Tecnologia (MOST) israeliano. Il bando prevede la valutazione di “progetti congiunti di ricerca italo-israeliani”, e la selezione di quelli “ammissibili a sostegno finanziario” da parte dello stesso dicastero israeliano e di una delle nove Direzioni Generali della Farnesina, la Direzione Generale per la promozione del Sistema Paese (DGSP), che, tra le altre mansioni, si occupa della Promozione e tutela dei settori di rilevanza strategica, eventi di partenariato economico; di Spazio, cooperazione scientifica multilaterale e proprietà intellettuale; di Innovazione tecnologica e start-up.

Gli ambiti di ricerca nei quali sono richiesti i contributi progettuali comprendono, almeno per quanto scritto sul bando ufficiale, attività di sviluppo tecnologico e ricerca per “terreni sani (ad esempio nuovi fertilizzanti, impianti nel terreno, ecc.)”; “tecnologie idriche” nelle quali rientrano il “trattamento dell’acqua potabile, delle acque industriali” come anche “la desalinizzazione dell’acqua”; e infine per avanzamenti elettronici e tecnologici per “applicazioni di frontiera”, espressione generica e di recente coniatura, citando all’interno del testo come unico, e a quanto pare possibile, esempio dei “rilevatori di onde gravitazionali di prossima generazione”, 

L’accordo di collaborazione prevede un finanziamento esteso su un arco di tre anni per un massimo di 11 progetti selezionabili. Per finanziare l’intero progetto, nel bando si parla di un “finanziamento massimo totale per tutti i progetti di ricerca approvati (…) di 1.100.000 Euro (equivalenti a 4.400.000 ILS)”, anche se poi viene aggiunto che “Il finanziamento massimo per ogni singolo progetto sarà fino a 100.000 Euro per la parte israeliana (equivalenti a 400.000 ILS), e fino a 100.000 Euro per la parte italiana”, lasciando probabilmente intendere, ma rimane una domanda aperta in attesa di risposta (per via del non sempre chiaro linguaggio burocratico), che sia stato stanziato un 1milione e 100mila per parte, per un totale di 2 milioni e 200 mila euro, o 8 milioni e 800 mila ILS (Israeli Shekels), moneta corrente nel paese isreliano, secondo il cambio attuale. 

Le critiche rivolte al bando MAECI muovono dall’accertata constatazione del coinvolgimento delle università e dei centri di ricerca israeliane nel progetto di colonizzazione ed espansione sionista dello Stato israeliano. In aggiunta a questa situazione di partenza c’è il rischio di rientrare nella casistica di tecnologie dual use, espressione per indicare “tecnologie, conoscenze o materiali che possono essere utilizzati sia per scopi civili che militari”. Nel caso del bando per il 2024 sopra menzionato, non si tratta di obiettivi con un possibile risvolto nel progresso della tecnologia bellica, ma potrebbero interessare processi di colonizzazione agricola e edile, come quelli avvenuti nella West Bank, ancora oggi in atto e ufficialmente riconosciuti in più occasioni come “occupazioni illegali” a partire dal 1967 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dalla Corte Internazionale di Giustizia (Cig). 

Il bando MAECI è stato uno dei punti focali, se non addirittura di punta, delle manifestazioni di dissenso da parte delle associazioni studentesche in tutta Italia e, in alcune occasioni, ha subito una battuta d’arresto per mano di alcune importanti università italiane, come per i casi dell’università di Torino, dell’università Aldo Moro di Bari e della Scuola Normale di Pisa, e, in generale, causando un forte ridimensionamento della partecipazione al Bando. Per l’anno 2024, infatti, sono stati 18 i progetti presentati (4 dall’Università di Padova, seguita dalle singole partecipazioni di importanti atenei come l’Università La Sapienza di Roma, il Politecnico e la statale di Milano) rispetto agli 85 dell’anno precedente, segnando un calo a meno di un quarto in confronto al 2023, e dimezzato se confrontato con i 36 del 2022. Nonostante il brusco calo delle domande di partecipazione, la stragrande maggioranza degli atenei ha manifestato ufficialmente il proprio parere contrario alle proteste e all’interruzione dei rapporti bilaterali con il tessuto di ricerca israeliano. 

In maniera non difforme dalle motivazioni contrarie al bando MAECI, è balzato agli occhi della cronaca anche il caso dell’Università degli Studi di Palermo, dopo aver sospeso, sempre con azioni di protesta continuata da parte degli studenti dentro e fuori dalle sedi incaricate, i progetti Erasmus KA 171 e KA220-HDE in programma con le università Afeka di Tel Aviv e la Hebrew University of Jerusalem. Un ultimo punto di mobilitazione è stata anche la partecipazione di Israele al progetto Horizon sempre per far emergere possibili usi per scopi militari

 Il tasto più dolente: Med-Or e l’ombra della Leonardo

La richiesta più controversa e sicuramente più scottante, mossa per lo più dal solo mondo dello studentato, pone al centro del discorso i rapporti vigenti tra le università e le industrie belliche italiane. Le proposte di cambiamento corrono lungo due piani: da una parte ci sono gli accordi di collaborazione stipulati tra le diverse istituzioni accademiche italiane e le aziende che, tra diversi ambiti di produzione, si occupano anche di apparecchiature militari; e, dall’altra, l’appartenenza di molti/e rettori/rettrici italiani/e al Comitato Scientifico dell’associazione Med-Or

Nel primo caso, le proteste montavano per accordi redatti anche prima della data del 7 ottobre 2023 (qui un esempio). Erano segnate dalla constatazione secondo la quale, nonostante non sia illegale intraprendere rapporti di scambio con aziende, resti ancora da chiarire quanto l’associazione del nome delle università a quello di filiere di produzione bellica, e quanto l’apporto dei singoli soggetti appartenenti alle prime prestato all’avanzamento tecnologico delle imprese sia in linea con gli scopi di pace, gli ideali etici, il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali sancito dall’articolo 11 della Costituzione italiana (e ribadito dalle dichiarazioni pubbliche delle istituzioni accademiche), come anche con la necessaria libertà di decisione e presa di posizione degli organi collegiali universitari rispetto a situazioni di conflitto internazionale, nel caso fossero vincolati da contratti, rapporti passati e fondi economici altrimenti irreperibili per finanziare progetti di pubblica ricerca nei diversi dipartimenti. 

La seconda riflessione prende le mosse dalla prima. Med-Or, infatti, è una fondazione della Leonardo s.p.a. (gruppo industriale internazionale, ma controllato per quasi un terzo dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano, impegnato nel settore aerospaziale, sicurezza e difesa, nonché partner tecnologico di governi e imprese, tra i quali figura anche l’esercito israeliano) e costituita con lo scopo di “unire competenze e capacità dell’industria con il mondo accademico per lo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale” e di “integrare l’industria e l’accademia; innescare sinergie pubblico-private”, come si legge all’interno del suo statuto. L’associazione in questione pone come suo interesse principale l’apertura di canali commerciali e diplomatici con i governi degli stati del Vicino e del Medio Oriente, così come dell’Africa settentrionale. Da parte di questa stessa fondazione sono state intraprese azioni diplomatiche con istituzioni israeliane, come per il caso , avvenuto dal marzo del 2023, dell’ Institute for National Security Studies (Inss) della Tel Aviv University, con il quale, come ha dichiarato lo stesso presidente di Med-Or, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, si prospetta di “sviluppare progetti comuni di ricerca e di cooperazione scientifica su tematiche e in settori strategici (…) al centro dei nostri programmi di lavoro” ed è stato scelto come partner “soprattutto per le sue attività su temi come sicurezza e geopolitica” per poter lavorare assieme per approfondire questioni sempre più rilevanti, per i nostri due paesi, anche alla luce degli straordinari cambiamenti di cui la regione del Mediterraneo è oggetto e che vedranno nei prossimi anni Italia e Israele sempre più coinvolti.”

Nelle volontà dell’accordo stipulato ci sono “l’organizzazione di eventi e seminari di approfondimento, in Italia e in Israele, su tematiche e questioni di comune interesse inerenti alla politica estera, di difesa e sicurezza; lo sviluppo di programmi di scambi tra ricercatori dell’INSS e della Fondazione Med-Or per acquisire nuove prospettive e conoscenze sulle rispettive regioni; il finanziamento di borse di studio (erogate da Med-Or) a studenti israeliani per corsi di master presso università italiane”. 

A seguito di tali iniziative e della successiva offensiva guidata da Israele nella Striscia di Gaza, sono state avanzate richieste anche in merito alla dimissione dei diversi rettori risultanti iscritti alla fondazione per evitare possibili motivi di complicità e rapporti vivi con soggetti invischiati nelle vicende belliche che interessano la Palestina e lo Stato d’Israele. Anche in questo caso, la proposta ha sollevato un enorme polverone, rimasto per lo più inascoltato, perché, come si legge dalle dichiarazioni del rettore dell’Università degli studi di Bari, Stefano Bronzini, “il suo coinvolgimento, come quello degli altri Rettori nella Fondazione deve essere considerato esclusivamente a titolo personale”. 

Modalità di protesta simili sono state avanzate anche negli altri maggiori paesi occidentali, riportando fortune dagli esiti diversi. Intanto, il conflitto sembrerebbe estendersi anche al Libano e le continue tensioni con l’Iran sembrano non promettere una risoluzione nel giro di poco tempo, dato anche lo stallo politico causato negli Usa dalle imminenti elezioni e dalle recenti criticità politiche anche in paesi come Francia e Gran Bretagna. Non appare all’orizzonte qualcuno disposto a terminare la guerra sostituendo gli armamenti con la diplomazia.

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