Pop Art: un mito tradito

Da arte popolare ad arte delle élite: la storia di un successo intramontabile

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Chi non riconosce l’iconico e seducente volto di Marilyn Monroe, o quello del simpatico Mickey Mouse. Sono miti universali, figure che tutti conoscono indistintamente. Sono popolari, e chi non poteva immortalare i loro volti, rendendoli opere d’arte immortali, se non la Pop Art.

I nomi di artisti come Andy Warhol, il più noto, ma anche Roy Lichtenstein, George Segal, Robert Rauschenberg – giusto per citarne alcuni – risuonano ancora forte nell’immaginario collettivo. Intorno agli anni ’60 hanno trasformato la cultura pop in arte, un successo intramontabile: sessant’anni dopo le loro opere sono ancora tra le più vendute all’asta e si organizzano mostre tematiche. Per il suo 30° anniversario, l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, la città natale del padre della pop art, ha inaugurato una mostra retrospettiva Kaws + Warhol, aperta fino al 20 gennaio 2025.

Cosa si cela dietro questo enorme successo?

Gli Stati Uniti d’America del dopoguerra diventano il paese dell’“American Dream”, il nirvana delle possibilità, delle occasioni, della ricchezza. Il capitalismo prende piede, la società si proietta verso un boom economico e un benessere all’insegna del consumismo. Cinema, cartoni animati, fumetti, ma anche prodotti come la Coca Cola o le zuppe Campbell si insinuano nelle case di tutti in modo indistinto, dal modesto lavoratore al ricco borghese. Nascono nuove celebrità e nuovi miti universali, come Elvis Presley ed Elizabeth Taylor.

In questo contesto, artisti come Andy Warhol colgono il vento di novità che l’America sta respirando (e lentamente esportando oltreoceano). Forti dell’insegnamento lasciato dal Dadaismo, secondo cui anche oggetti di uso comune possono diventare arte se scelti e modificati dalla mano dell’artista, Warhol, Lichtenstein e altri colleghi cominciano a immortalare i nuovi miti e prodotti dell’America, ma non su un’unica tela. Grazie alla stampa e alle nuove tecnologie, la riproduzione diventa in serie, rompendo l’unicità dell’opera d’arte che ha sempre caratterizzato il passato. E così nasce la Pop Art.

Per Warhol, inizialmente doveva essere l’arte del popolo, appannaggio soprattutto delle classi sociali meno abbienti. Si sfornano copie e copie di ritratti di Topolino, di Marylin Monroe e di altri che, pur essendo riproduzioni, rimangono comunque autentiche. Tantissime zuppe Campbell ricoprono le superfici delle tele, inondandole con i loro colori sgargianti, e così anche le numerose lattine di Coca Cola. Warhol riesce a materializzare su tela il crescente capitalismo americano, l’industria, la pubblicità: migliaia di zuppe o coca cola consumate ogni giorno, i volti delle celebrità che appaiono sugli innumerevoli schermi dei cinema o delle televisioni private. Tutte cose che, volenti o nolenti, entrano nella quotidianità e nelle vite di tutti.

Tuttavia, i buoni propositi iniziali di Warhol di fare della Pop Art l’arte di tutti verranno poi traditi dalle ineluttabili leggi di mercato. Le sue creazioni diventeranno sempre più famose, attraendo sempre più estimatori. Anche i più ricchi cominciano a contendersele. La domanda aumenta, così come il valore delle opere, che raggiunge prima le migliaia e poi i milioni di dollari. Un esempio recente: il 9 maggio 2022 il celebre volto di Marylin Monroe viene venduto dalla casa d’aste Christie’s per 195 milioni di dollari. Non più l’arte del popolo, insomma, bensì l’arte delle élite.

In ogni caso, la Pop Art continua a stupire con l’universalità delle sue immagini, la loro riproducibilità su larga scala, il fascino di icone che trascendono le dimensioni del tempo e dello spazio. Questi tratti denotano un successo intramontabile che ancora oggi continua ad attrarre l’immaginario collettivo, a suscitare la nostalgia delle stelle della cultura americana (poi diventate del mondo occidentale in generale). La genialità che si cela dietro la Pop Art la ritroviamo nelle parole dello stesso Warhol, quando negli anni ’60 venne intervistato dal direttore della nostra rivista Sergio Pretto, che fece una forte affermazione: “la Pop Art non è arte”, a cui l’artista brillantemente rispose “ha ragione, non è arte, è un atto rivoluzionario”. E forse l’aspetto più rivoluzionario della Pop Art è la sua universalità. Parla veramente a tutti, e non bisogna essere esperti d’arte o laureati in storia dell’arte per poterla apprezzare. 

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