martedì 22 Settembre, 2026
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I 100 giorni dell’Immaturità

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C’è stata una scena, nelle ultime settimane, che si è ripetuta sempre uguale e che ha avuto come interpreti il sottoscritto e mia madre. Ogni sera ci capitava di sentirci e, tra la disavventura di un parente e il racconto delle proprie giornate, si chiacchierava per una decina di minuti. Matematico, inesorabile, ad un certo punto arrivava il quesito al mio orecchio: “hai letto cos’ha detto Trump?”.

Per un appassionato di politica con la pagina dell’ANSA sempre sottomano, la risposta all’inizio era affermativa, con poi un commento su cosa ci fosse di sbagliato, prima dal punto di vista delle reazioni che avrebbe generato quanto da lui detto o fatto, poi dal punto di vista soggettivo, talvolta con espressioni colorite, altre volte con un senso di rassegnazione non di poco conto.

Ebbene, nelle ultime settimane, alla fatidica domanda che mia madre mi poneva, non sapevo davvero a cosa si riferisse; perdita d’interesse da parte mia? Macché, semplicemente incapacità di riuscire a stare appresso a tutto quello che veniva detto dall’uomo più importante d’Occidente. Al mattino insultava un suo pari dall’altro lato del mondo, per poi la sera dire in un’intervista qualcosa di cattivo gusto contro un altro Paese. Al mattino proponeva dei dazi, poi alla sera quelle cifre erano totalmente cambiate perché, stranamente, qualcuno vi si era opposto e aveva risposto con la stessa moneta.

E mentre il mondo ancora si chiede cosa pensasse di ottenere mettendo a ferro e fuoco l’economia mondiale, è bastato aspettare qualche settimana per vedere quei dazi svanire come neve al sole, eccetto alcuni lasciati lì come monito, vuoi per una moneta svalutata o per un interesse da difendere, seppur indifendibile. Perché alla fine così è andata una volta annunciati i dazi, quando al mattino seguente gli americani si sono svegliati con la consapevolezza che il prezzo di un semplice Pick-Up sarebbe aumentato di una percentuale improponibile per l’americano medio. Lo stesso discorso sarebbe valso per l’iPhone, con prezzi che potevano aumentare del 50% dalla sera alla mattina, con il tentativo disperato annesso da parte di Apple di portarne con aerei cargo quanti più possibile in suolo americano, onde evitare di ridurre al lumicino le vendite del loro principale prodotto.

Nel frattempo The Donald andava in giro per comizi a mostrare i muscoli, dicendo che gli avrebbero baciato una determinata parte del corpo tutti i paesi del mondo per chiedergli la grazia, di ridefinire gli accordi commerciali così da non avere più questa incudine sulla testa. Contemporaneamente i mercati del mondo colavano a picco, con anche quelli di New York che riuscivano ogni tanto a fare l’altalena grazie a nuove dichiarazioni del Presidente a distendere gli animi, o con la posticipazione dei dazi stessi a dare fiato a Fund Managers e Consulenti di tutto il mondo, che poi fossero un qualcosa di simile all’Inside Trading meglio non pensarci. Sta di fatto che, ad oggi, parrebbe essersi messo un punto e virgola a questo scempio economico senza alcun fondamento nella materia, se non dando credito alle idee di qualche corrente inferiore e senza applicazioni pratiche rilevanti.

Il vero problema è che non si può pensare di applicare regimi economici sconvenienti per tutti i propri partner commerciali senza pensare alle conseguenze interne, e questa doccia fredda ha colpito nel portafogli l’elettorato stesso di Trump, gran parte del quale – sondaggi alla mano – sembra sorpreso dagli effetti negativi delle tanto desiderate politiche di quest’amministrazione, ma almeno deluso e non più convinto di avere un incredibile condottiero nello Studio Ovale.

L’economia globale è ora più che mai uno sforzo comune per prodotti finiti che hanno al loro interno troppe bandiere, soprattutto per ciò che riguarda i beni di consumo dei paesi più ricchi guidati dagli Stati Uniti stessi. E in questo scenario, pensare di risolvere i problemi interni riportando produzioni nei confini è pura utopia, sia perché il vantaggio economico dato dal produrre in luoghi con un costo del lavoro ridicolo non si cancella con un decreto Presidenziale, sia perché dall’altro lato non si può pensare di rimanere buoni amici con quegli alleati che colpisci mentre dai loro la colpa di un qualcosa che tu stesso stai generando.

Curioso, poi, come in Italia si stia cercando di disegnare la nostra Premier come l’anello di congiunzione con Washington, quando nemmeno riusciamo a sederci al confronto con Zelensky in casa nostra. Anzi, curioso come a provare a guadagnarsi un posto al dialogo tra Trump e il Presidente Ucraino all’interno della Basilica di San Pietro non fosse nemmeno un esponente del nostro Governo, bensì Macron, dalla prima ora (e forse anche questa sua durata in carica ha fatto mantenere un discreto peso a lui piuttosto che a un esponente nostrano) sostenitore di Kiev in ogni modo possibile. Il fatto che poi non si sia potuto avvicinare su esplicita richiesta di andare “fuori dalle balle” da parte di Trump è relativamente importante, almeno quanto la foto che aveva cominciato a circolare a pochi attimi dall’inizio della messa per il Pontefice venuto a mancare. Si è parlato del primo miracolo di Bergoglio, di diplomazia vaticana sempre sul pezzo, quando poi non si è trattato di nulla di diverso da un nuovo capitolo dell’isteria presidenziale che ha preso posto a Washington da gennaio.

Siamo partiti da un cattivissimo attacco frontale nello studio ovale, dove si è impiegato tempo a parlare di come si fosse vestito Zelensky invece di discutere su cosa fare per fermare il conflitto, il tutto a favore di stampa, per dimostrare ad alleati e telespettatori che quel cambio tanto voluto alle urne era arrivato, in pieno stile Trump. Un uomo d’affari, non uno Statista, seguendo le sue regole che mal si sposano con quelle di mediatore, che stridono con l’idea Statunitense di Potenza Mondiale che ha fatto del mantenimento della pace – anche e soprattutto a suon di guerre, va detto – questione personale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi. Anche se di facciata, anche se solo allo scopo di mantenere una qualche supremazia economica nei giochi di forza mondiali, l’accomodare gli alleati o il nemico del proprio nemico è stato marchio di fabbrica della Casa Bianca nella storia recente. Con Trump, purtroppo, questo non è avvenuto più.

Basti pensare a Taiwan, che anche durante la campagna elettorale è stato definito “Stato ingrato che riceve difesa dalle mire della Cina a titolo gratuito”, sostegno che sarebbe dovuto diventare a pagamento, perché gli affari sono pur sempre affari. E anche Kiev, ormai è assodato, ha dovuto cedere sulle terre rare per garantirsi forniture militari future, con un accordo siglato proprio a seguito del “miracolo” di Bergoglio. Ecco quindi che la sacralità che si respirava nella foto che ritraeva i due Presidenti faccia a faccia nel tempio più importante del mondo viene meno, a San Pietro non si è fatta la pace, e non per la mancanza di un rappresentante di Mosca, quanto per il vero oggetto di quella chiacchierata: condizioni economiche da discutere per poi chiudere i conti in un secondo momento. Un contratto di fornitura, come quello che chiude un consulente mentre sta al bar sulla spiaggia durante le vacanze con la famiglia, con la promessa di mettere la firma al rientro in ufficio.

E la pace? “Probabilmente impossibile, forse Zelensky e Putin si odiano troppo”, avrebbe detto poi The Donald durante un’intervista. Cosa si aspettava, che sotto sotto fossero due grandi amici che avevano litigato per futili motivi, tipo una fiancata della macchina rigata, oppure qualche parola di troppo detta dopo una cena di gruppo, un insulto volato al calcetto del mercoledì che forse era evitabile? Sarà qualcosa da ricchi, insultarsi e poi bombardarsi a vicenda le proprie città e strutture fondamentali. O forse no, semplicemente sono i Presidenti di due Stati che da decenni – secoli, se pensiamo alla sola Crimea – si fronteggiano per territori e che sin dalla salita al potere di Zelensky sono in piena lotta.

E quindi la pace in 24 ore non si può fare, così come – pare – non si può effettuare una diaspora e liberare Gaza dai propri legittimi proprietari per creare una Las Vegas mediterranea, con un mare decente e speculazione edilizia ben più promettente. Anzi, ci si deve pure preoccupare quando un missile lanciato da un esercito rudimentale come quello degli Houthi riesce a bucare i sistemi di sicurezza sia israeliani che americani, arrivando a colpire l’aeroporto di Tel Aviv. E la gestione di questi conflitti adesso appare più complessa per chi pensava di arrivare e strappare accordi risolutori in un battito di ciglia, come se fossimo a parlare di affari tra una partita a golf e un whiskey a Mar-a-Lago.

E si piange anche internamente, quando il turismo viene a segnare cali di prenotazioni che solo il Covid-19 era riuscito a creare in tempi recenti, oppure quando il simbolo della tua industria automobilistica – Tesla – segna cali nelle vendite tanto grandi da subire il sorpasso di marchi cinesi nelle consegne a livello globale. Per non farci mancare nulla, arrivano anche parole pesanti dall’uomo della finanza per antonomasia, Warren Buffet, che ha approfittato del clamore generato dalla sua dichiarata uscita di scena – alla veneranda età di 94 anni – per dare qualche colpo alla credibilità di quello che dovrebbe essere un altro esperto in materia, seduto alla Casa Bianca, ma che solo danni ha fatto all’economia, per ora.

In America adesso fa paura la parola “recessione”, quasi mai usata da quel lato dell’Oceano, ma chi guida la nave continua a sostenere che così non sarà. L’anno è ancora lungo e vedremo alla fine chi avrà ragione, ma definire i primi cento giorni alla guida degli Stati Uniti d’America “un successo” appare quantomeno fuorviante; Trump, per la cronaca, li ha definiti i “migliori di sempre”.

Se poi economicamente assistiamo a questo scempio, peggio ancora si sta facendo in tutti gli altri teatri di politica estera: tra una difesa delle buone intenzioni dell’AFD in Germania dopo le indagini dei Servizi Segreti di Berlino e il tentativo di esportare il MAGA su scala mondiale, si stanno chiudendo molte porte fino all’altro giorno aperte. Il primo esempio può essere dato dai rapporti con il Canada, secondo il Tycoon futuro cinquantunesimo Stato USA e che ora sono ai minimi storici, con un ritorno in auge di partiti agli antipodi con il Repubblicanesimo che poteva fare comodo a The Donald. Alle elezioni, infatti, i Liberali arrivavano sfavoriti, pronti a concludere con Trudeau un ciclo a cui le forze Democratiche di tutto il mondo avevano guardato con ammirazione. Quelle parole che suonavano come voglia di annessione del Presidente Statunitense, invece, hanno ribaltato un risultato acquisito, al netto dei problemi di maggioranza in Parlamento che si sta cercando di risolvere.

Stessa cosa si può dire dell’Australia, dove i Laburisti erano pronti a loro volta a tornare a casa, ma saranno al Governo per un altro mandato proprio per cercare di mantenersi alla larga quanto possibile da Washington. Unica nota negativa arriva dalla Romania, dove l’Ultradestra ha vinto, ma qui il peso degli Stati Uniti è stato sicuramente minore, se paragonato alla vicina Russia. Qui il problema rischia di essere soprattutto europeo, perché si aggiungerà alla schiera di filorussi un altro Paese entrato da meno di un ventennio nell’Unione Europea, ennesima crepa in un momento delicato per l’esito della guerra in Ucraina.

L’ultimo capolavoro, anche se poi è stato il primo in ordine cronologico, è quello legato alla questione della Groenlandia, da secoli sotto protettorato danese, oggi alla ricerca di un’indipendenza motivata da quelle mire di conquista che più volte sono uscite dalla bocca del Tycoon, che ancora adesso parla di intervento militare per prendere possesso di un territorio oggi parte dell’Unione Europea, domani forse Stato Sovrano.

E tra un’immagine di Trump vestito da Papa twittata dall’Account ufficiale della Casa Bianca e la prossima mossa a sorpresa del Tiranno Democratico, ci si inizia anche a preoccupare della possibilità che ci sia un terzo mandato, totalmente al di fuori da ogni logica costituzionale in America. Il fatto che se ne parli, nonostante questo, ma anche nonostante l’età, non va preso sottogamba. La democrazia è quanto mai oggi un concetto delicato, e soprattutto si fonda su scambi di idee che sembrano essere troppo spesso voci che urlano a orecchie tappate, slogan pubblicitari anche dove ci dovrebbe essere informazione.

Un impoverimento culturale non è mai portatore di pace e prosperità, ma mai come oggi sembra inevitabile. Saranno gli anni ’20 e ’30 a portare male, come insegna la storia del mondo negli ultimi trecento anni, o forse siamo semplicemente alla fine di un ciclo storico che troppo poco abbiamo analizzato per capire come evolverlo in modo costruttivo.

La speranza è quella di vedere sicuramente un nuovo inizio al più presto, senza che si sparga troppo sangue, ma soprattutto che si ristabilisca un ordine mondiale giusto, coeso, e coerente. Tocca solo sperare che questo avvenga a partire da chi pretende di dare la direzione lì, a Washington.

“Donne si nasce, non si diventa”: il mantra che ultimamente ha scaldato gli animi del Regno Unito

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Secondo i giudici britannici una donna può legalmente definirsi tale solamente se nasce con organi sessuali femminili, scartando completamente il tema dell’identità di genere. Quindi nel momento in cui una donna transgender conclude il suo percorso di transizione e consegue il certificato di riconoscimento di genere, GRC, essa non è  comunque classificabile, al livello giuridico, come donna, poiché geneticamnte non è nata femmina e di conseguenza non gode dei suoi stessi diritti. 

Sembra che questa decisione sia frutto di una controversia risalente al 2018, quando all’interno del parlamento di Edimburgo venne emanata una legge riguardante le “quote rosa”, la quale stabiliva che nei consigli di amministrazione pubblica dovesse esserci un numero di donne pari al 50 per cento, in maniera tale da bilanciare l’altra metà maschile. E tra la grande presenza femminile venne individuata qualche persona trans, chiaramente in possesso del certificato di genere, ottenuto, secondo i criteri stabiliti dal Gender Recognition Act del 2004.Tramite questa visione si tendeva la mano alla legge sul riconoscimento di genere che venne approvata a Holyrood nel 2022, ma successivamente bloccata a Downing Street dal conservatorismo del premier Rishi Suank. A causa di questa proposta di legge il governo scozzese venne portato in tribunale da un gruppo di femministe locali, For Women Scotland, le quali rivendicavano i diritti delle donne che tramite la politica gender friendly subivano una gestione “inquinata” dei spazi e servizi pubblici, come bagni pubblici, reparti ospedalieri, carceri e centri di accoglienza. Le femministe scozzesi hanno condotto una lotta indefessa per farsi valere fino a quando lo scorso aprile tramite la Corte suprema di Londra hanno avuto la meglio. “Sono orgogliosa di voi, i diritti di donne e ragazze sono, ora, protetti.”, così ha commentato J.K Rowling, la scrittrice di Harry Potter, in seguito al verdetto finale che aveva riempito a festa la piazza dinanzi al tribunale e quella di Parliament Square, dove si erge la statua della suffragetta Milicent Fawcett. Sconforto, invece, è quello che si è respirato tra le fila dei sostenitori arcobaleno, che hanno considerato il verdetto come una misura di stampo trumpiano. Anche il primo ministro inglese, Keir Starmer, si è espresso in merito alla sentenza, ammettendo che la Corte inglese abbia voluto chiarire le definizioni di “donna” e “sesso” contenute nell’Equality Act del 2010, legandole esclusivamente al sesso biologico. In passato, però, la pensava diversamente. Nel 2022, infatti, aveva ammesso che “le donne transgender sono donne”.

La sentenza ha indubbiamente sconvolto l’opinione pubblica, creando uno spaccato sociale tra le femministe stesse: c’è chi difende la donna biologica e chi inneggia all’identità di genere, certamente le conseguenze che ne derivano sono innumerevoli e spaziano in diversi ambiti, uno fra i tanti: lo sport. Non ha tardato ad arrivare la comunicazione della Football association, la federazione calcistica inglese, in cui si rendeva noto che dal primo giugno prossimo verranno escluse da ogni competizione le donne trans. Successivamente si sono esposte anche le federazioni di Scozia e Galles imponendo il divieto su tutto il calcio femminile, sia al livello dilettantistico che professionale. In precedenza la federazione inglese ammetteva le donne trans nelle squadre in quanto donne, valutandole secondo alcune regole, come il controllo di testosterone che doveva rientrare in un range specifico per ragioni di uniformità e sicurezza, ora ciò non è più possibile. 

I provvedimenti si sono estesi al livello internazionale, muovendo molti organi di governo che hanno apportato cambiamenti anche in altri sport: nuoto, ciclismo, atletica. Sebastian Coe, il presidente di World Athletics, ha sottolineato la salvaguardia della categoria femminile, poiché uno dei timori più sentiti è quello di una possibile azione legale che si manifesterebbe nel momento in cui una donna biologica all’interno di una gara sportiva venisse ferita da una donna trans. Coe è laconico, “la biologia ha la meglio sul genere”, chiarendo che le donne trans, che hanno superato la pubertà con un corpo maschile, non possono gareggiare con le donne biologicamente femmine, poiché la correttezza viene prima di ogni inclusione. Anche se la sentenza di aprile risulta un vero colpo basso verso le lotte e diritti ottenuti dalle persone transgender, poiché impedisce la libertà di autoproclamazione, è altresì importante evidenziare il dato oggettivo che si presenta sul piano strettamente fisico e che differenzia le capacità motorie di una donna transgender da una donna biologica e che non può essere sottovalutato nelle categorie sportive. Sicuramente l’esclusione non è la soluzione, ma con studi scientifici approfonditi e con valutazioni puntuali si potrebbe certo ottenere una soluzione più democratica e mirata alla salvaguardia dell’inclusione e della lealtà.

Il potere dell’immagine: l’arte nei pontificati tra spiritualità, politica e bellezza

La recente scomparsa di Papa Francesco ha raccolto più di 400 mila persone provenienti da tutto il mondo. Come di consueto, si sono radunati a Piazza San Pietro: una folla incorniciata dal maestoso colonnato del Bernini, il cui aspetto ricorda due braccia, le braccia della Chiesa che accoglie calorosamente i suoi fedeli. 

Oggi come in passato, l’arte riveste un ruolo fondamentale per il pontefice e la sua corte. Il papato è stato non solo guida spirituale della Chiesa cattolica, ma anche motore artistico e culturale dell’Occidente. Dai mosaici bizantini alle avanguardie contemporanee, i pontefici hanno compreso e valorizzato il potere dell’arte come strumento di comunicazione, propaganda, educazione e trascendenza. L’arte sacra, infatti, non è mai stata solo decorazione: è stata parola visiva, messaggio divino, strumento di legittimazione e ponte tra il terreno e il celeste.

Fin dai primi secoli, i papi hanno promosso la costruzione e la decorazione di chiese e basiliche non solo come luoghi di culto, ma come manifestazioni visibili della gloria di Dio e della centralità della Chiesa. Sotto l’imperatore romano Costantino, per esempio, si eressero le basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Pietro, chiamando maestranze bizantine per i mosaici ma anche pittori del calibro di Giotto. Il Papa Giulio II della Rovere, molti secoli dopo (pontificato 1503-1513), fece costruire la nuova Basilica di San Pietro e a chiamò Michelangelo per affrescare la Cappella Sistina, uno dei massimi capolavori della storia dell’arte. L’arte non era solo bellezza: era teologia, era potere, era eternità.

Nel corso del Rinascimento e del Barocco, la committenza artistica papale si intrecciò sempre più con la politica. L’arte divenne uno strumento diplomatico: basti pensare ai doni artistici inviati alle corti europee o agli artisti stranieri chiamati a Roma. Inoltre, durante la Controriforma, con papi come Paolo III e Sisto V, l’arte assunse una funzione catechistica chiave: educare il popolo alla fede cattolica attraverso immagini forti, immediate, emozionanti. Caravaggio, con la sua drammaticità e umanità, ne fu uno dei più efficaci interpreti.

Nel XX secolo, i pontefici si sono confrontati con le sfide dell’arte moderna e contemporanea. Pio XII nel dopoguerra sostenne il ruolo degli artisti come “alleati di Dio” nella ricerca della verità. Giovanni Paolo II, grande amante della cultura, scrisse nel 1999 la lettera “Lettera agli artisti”, un documento di rara profondità in cui invitava gli artisti a collaborare alla missione spirituale dell’umanità. Benedetto XVI e Papa Francesco hanno continuato su questa linea, promuovendo iniziative culturali e dialoghi tra fede e arte, tra tradizione e innovazione.

Non si può parlare del rapporto tra papato e arte senza citare i Musei Vaticani, che oggi custodiscono millenni di bellezza e spiritualità. Nati come collezione privata papale, sono oggi uno dei luoghi più visitati al mondo, testimonianza tangibile di come la Chiesa abbia saputo custodire, reinterpretare e donare al mondo intero un patrimonio che è insieme sacro e universale.

L’arte nei pontificati non è un’eredità del passato, ma una realtà viva. Ancora oggi, il papato riconosce il valore unico dell’arte nel parlare ai cuori, nel generare meraviglia, nel toccare l’anima. In un mondo frammentato, l’arte resta un linguaggio capace di unire. E i papi, da sempre, ne sono stati – e continuano a essere – consapevoli interpreti e promotori.

Non solo Opera: Costanzi il Teatro più grande che fa grande teatro

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Sta per terminare la stagione invernale 24/25 del Teatro dell’Opera di Roma, che cederà a breve il passo alla stagione estiva a Caracalla. Un consuntivo entusiasmante che ha regalato alla Capitale una stagione complessiva di altissimo livello.

La capacità di coniugare il classico e il contemporaneo, sia nel ricco programma stagionale, che nell’allestimento delle rappresentazioni, in un’armonia coinvolgente per gli spettatori di tutte le età e di tutti i gusti, è stata la cifra vincente dell’Opera di Roma 24/25, grazie alle eccellenze che ne sono artefici e alle maestranze, che realizzano il sogno che va in scena. Una cifra che la direzione artistica del teatro sta perseguendo già da molti anni e che ogni anno si supera, per definirsi sempre meglio come eccellenza assoluta nel panorama nazionale e internazionale.

Il Teatro dell’Opera di Roma, nasce nel 1879, dalla passione dell’imprenditore edile Domenico Costanzi. Il Teatro Costanzi viene inaugurato il 27 novembre 1880 con Semiramide di Gioachino Rossini, alla presenza del re Umberto I e della regina Margherita. Sotto il fascismo il Costanzi diventa proprietà del Comune di Roma, cosa che tutt’ora persiste, e così diventa Teatro dell’Opera di Roma.

La struttura del teatro, dalla sua inaugurazione ha subito alcune modifiche strutturali nel tempo, per ampliarlo e per spostarne l’ingresso sulla piazza Beniamino Gigli, entrambe ad opera dell’architetto Piacentini.

Con tali modifiche il teatro ha guadagnato molto in capienza – ben 2.200 posti che ne fanno il teatro più grande d’Italia – e in splendore all’interno, anche grazie al meraviglioso lampadario in cristallo – il più grande d’Europa – che ci lascia naso all’insù, a bocca aperta, ma ha perso all’esterno la sua bella facciata classica, ottocentesca, a vantaggio della facciata in travertino, di stile razionalista, che vediamo ancora oggi.

Da allora si sono succeduti in questo Teatro spettacoli e artisti che hanno fatto la storia dell’opera, ma anche della musica sinfonica e del balletto, dal debutto della Cavalleria Rusticana di Mascagni e poi della Tosca di Puccini nel 1900, sono passati di qui eventi e Maestri del calibro di Ottorino Respighi, Artuto Toscanini, Riccardo Muti, Carla Fracci, Roberto Bolle, Maria Callas, Luciano Pavarotti e tanti altri.

Così si arriva ai nostri giorni e all’ultima spettacolare stagione ancora in corso, che da giugno, come da tradizione, aprirà il sipario anche alle terme di Caracalla.

Un calendario ricco di rappresentazioni di grandi classici e di eventi assolutamente contemporanei, proposti in una formula innovativa di programmazione, che prevede ripetizioni dello stesso spettacolo più volte nel corso della stagione e alternanze nei ruoli dei primi ballerini e dei cantanti d’opera, nelle varie repliche.

È il caso de La Tosca, di cui ricorre il 125simo, che è stata rappresentata a gennaio con interpreti Saioa Hernández – Anastasia Bartoli come Tosca e Gregory Kunde – Vincenzo Costanzo come Cavaradossi, a marzo con Anna Netrebko – Yolanda Auyanet e Yusif Eyvazov e ancora Vincenzo Costanzo, a maggio, dal 9 al 13, sarà con Anna Pirozzi e Luciano Ganci. La cura dei costumi e delle scenografie è stata particolare, nel rispetto di un’opera che è la storia stessa del Teatro dell’Opera. Dietro tutto ciò si scorge la modernità della tecnologia, che muove in modo impeccabile la macchina scenografica. Allestimenti che sebbene di matrice classica, denotano un’impronta squisitamente contemporanea, come si è potuto apprezzare anche in Alcina il capolavoro di Handel, per la regia di Pierre Audi.

L’opera più potente che è stata messa in scena quest’anno è forse Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi, che ha inaugurato la stagione, storia del primo doge di Genova, con la direzione di Mariotti e la regia del grande regista inglese Richard Jones. Un’opera che si è mossa nell’armonia connubio tra costumi d’epoca e scenografie vagamente razionaliste, quasi a voler richiamare la facciata del teatro, proiettando all’esterno gli spettatori. E poi la Lucrezia Borgia di Gaetano Doninzetti, dove oltre all’esecuzione pregevole dei solisti, ha conquistato la platea anche la fusione tra il tema antico della storia e l’elegante ed essenziale modernità delle scenografie.

Ma come si diceva, non solo opera, ma anche balletto e altro. La direzione artistica ha spaziato dalla tradizionale rappresentazione natalizia del balletto Lo schiaccianoci, che incanta con le sue romantiche danze e musiche, i fantasiosi costumi e le magie scenografiche, tra cui la grande mongolfiera, che atterra e prende il volo al centro della scena, alle grandi presenze internazionali del balletto, al Trittico Contemporaneo, tre quadri di danza contemporanea fortemente suggestivi, a cura di coreografi internazionali come Philippe Kratz. È poi arrivato sulle tavole dell’Opera Onegin, il balletto allestito dal Dutch National Opera and Ballet di Amsterdam, una stimolante apertura sulle produzioni “d’oltr’Alpe”.

L’Opera ha ospitato inoltre il concerto straordinario di Esa-Pekka Salonen Philarmonia Orchestra in un’esecuzione magistrale, godibile ancor più grazie all’ottima acustica del teatro.

L’ampio respiro innovativo, lo ritroviamo ancora nella serata di teatro/concerto, dove si sono intercalati, tra antico e moderno, le letture di Sergio Rubini, di alcuni brani di Giacomo Leopardi, le musiche scelte di Beethoven, Mahler e Schubert dirette dal Maestro Mariotti e le proiezioni delle bellissime scene, della nuova serie tv prodotta dalla Rai, sulla vita di Giacomo Leopardi.

Ma l’Opera di Roma ha aperto il suo storico sipario anche alla musica leggera, ospitando una tappa del tour di Ligabue, il cantautore rock di Correggio, che ha infiammato il nobile palcoscenico e i leziosi palchi dorati e rossi, con le note sferzanti delle chitarre elettriche, per la gioia di centinaia di ragazzi e ragazze.

Fiore all’occhiello da sempre dell’Opera di Roma sono: il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma che dal 2022, è diretto magistralmente da Eleonora Abbagnato, étoile di fama mondiale e già direttrice artistica del balletto dell’Opera, che ha preso in mano il balletto, dandogli la sua forte impronta grintosa e accattivante e valorizzandone i giovani talenti; l’orchestra  del Teatro dell’Opera, dal 2022 sotto la direzione del pluripremiato Maestro Michele Mariotti, che ha portato nuova linfa a questa storica orchestra, creando magistrali esecuzioni e portando un ampio respiro al programma musicale; il Coro e la Scuola di Canto Corale dell’Opera di Roma, di cui è abile e attento Direttore Ciro Visco, Maestro di lungo corso, che ha dato voce a tante splendide esibizioni del Coro.

Da ultimo, ma non certo ultime ci sono le maestranze dell’Opera di Roma, un’eccellenza assoluta. Dietro ognuno dei capolavori a cui si assiste ammirati, dalla platea o da un palco, ci sono settimane quando non mesi di lavoro di falegnami, ingegneri di scena, pittori, sartoria, costumisti, attrezzisti, tutti di altissimo livello, che lavorano con perizia e maestria per ottenere effetti scenici stupefacenti, che vanno dalle onde del mare all’infinito del cielo, dalle fiamme ai prati fioriti, con sempre maggiore perfezione, tra l’artigianato più sapiente e la tecnologia più avanzata. Il tutto si svolge nei piani più alti del teatro, in enormi sale del sottotetto, dove si sfogliano fondali dipinti, come pagine di un libro magico, migliaia di colori per dipingere, costumi e tessuti che presto lo diventeranno e una sala speciale dedicata alla cura del favoloso lampadario, che da solo occupa decine di persone, tra controlli, manutenzione e pulizia.

A completamento di una stagione da incorniciare per il Costanzi, ci sono stati i progetti per il pubblico dei giovani, per il quale il Teatro dell’Opera di Roma anche quest’anno, ha riservato a tutti gli under 30 l’opportunità di assistere alle anteprime degli spettacoli, con un biglietto speciale a soli € 15,00. Inoltre per loro c’è la carta giovani, che dà diritto a uno sconto del 50% su tutti i biglietti dell’Opera, oltre a vantaggi per altri eventi culturali. Per i bambini dagli 8 ai 10 anni invece si sono organizzate serate speciali, con attività varie come il tour del Teatro, ascolti e laboratori all’insegna dell’Opera e del divertimento.

Per l’estate il programma prevede opere, balletti e concerti classici e contemporanei, da Giovanni Allevi a Fiorella Mannoia, alle Terme di Caracalla. Fino a fine giugno, ancora opera lirica sotto i cristalli del lampadario del Costanzi, mentre sotto il cielo e tra le rovine delle Terme, si rinnova l’immancabile appuntamento con Roberto Bolle e Friends, che porta nella Capitale i più grandi talenti della danza internazionale, a cominciare dal “padrone di casa”.

Roma si può considerare ormai saldamente la Capitale anche del Teatro, nel senso più ampio, come intrattenimento, veicolo di cultura e momento di aggregazione. Il teatro è una cosa viva, poiché fatto di persone e vivere il teatro è un’esperienza che non ha eguali. L’Opera di Roma in questo è all’avanguardia e sfida il tempo portando avanti la tradizione con intelligenza e versatilità, battendo il mainstream sul suo stesso terreno.

Italia vs Costituzione, da conflitto di interesse a interesse in ogni conflitto

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Per chi non è ancora stanco di sentire citata la Costituzione Italiana, ripetiamo l’art.11 che sancisce: “…l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa…” al quale va aggiunto un altro importante articolo, quasi dimenticato, ma forse il più attuale e il meno rispettato. Art.9: “La Repubblica … Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”.

La Costituzione Italiana venne redatta dall’Assemblea costituente, eletta col referendum del 2 giugno 1946. I padri costituenti furono il Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il Presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Approvata il 22 dicembre e promulgata nella Gazzetta Ufficiale il 27 dicembre 1947, dal Capo provvisorio dello Stato De Nicola, entrò in vigore il primo gennaio 1948

Questa Costituzione, frutto di tanto entusiasmo e di tanto lavoro, per tirare fuori il Paese dalle secche in cui lo avevano condotto il fascismo e la guerra, per dare nuova vita e dignità al cammino dell’Italia, è una delle più giovani, tanto da avere “appena” 77 anni.

Eppure è la più contestata del mondo. Ovviamente contestata dagli italiani, ai quali viene da decenni proposta come un testo vecchio, inadeguato, incompleto, da rifare completamente, mentre per Governi e Presidenti della Repubblica diventa sempre più un testo conflittuale, da raggirare. Popoli ben più giovani, come quello statunitense, hanno una Costituzione ben più “anziana” della nostra, ma non si sognano nemmeno di metterla in discussione, anzi ne vanno fieri, la difendono e soprattutto la rispettano, almeno più di quanto non facciamo noi.

Al netto di contestazioni e difese, questo “conflitto di interesse” tra i recenti Governi della Repubblica e la nostra Costituzione, non è mai stato tanto stridente, come negli ultimi tre anni, dalla ripresa del conflitto russo-ucraino del 2022 assecondato anche dal nostro Governo, che ha poi appoggiato tutte le politiche belliche pro-Ucraina della UE, al conflitto Israelo-palestinese, di quel maledetto ottobre 2023, per il quale stiamo vendendo armi a rotta di collo, senza prendere alcuna posizione ufficiale in merito alla violenza di questo conflitto spietato, alle recenti smanie di ReArm della UE, approvato lo scorso aprile alla Camera.

I garanti della Costituzione, ossia i Presidenti della Repubblica, hanno vissuto un continuo “conflitto di interesse” personale con la Costituzione, che ormai ha annichilito la funzione del Quirinale.

L’intento chiaro dei Padri fondatori era quello di tenere l’Italia una volta per tutte, lontana dagli orrori della guerra e di farne un Paese faro della non-belligeranza, a favore di politiche diplomatiche e di tutela dei diritti dei popoli, non solo di quello italiano, e solo in caso di palese necessità, per la difesa da attacchi militari proditori.

Tutto ciò ha traballato più volte in passato, sempre sul filo dell’incostituzionalità delle azioni “difensivistiche” dell’Italia in tanti diversi conflitti, con il suo ruolo che rischiava di sconfinare nell’offensività e nell’interesse.

Nella Prima Guerra del Golfo 1990-1991, l’Italia partecipò alla coalizione internazionale contro l’Iraq, schierando forze navali, con il ruolo di controllo dell’embargo imposto all’Iraq dall’ONU. Inoltre schierò caccia bombardieri per contribuire alle operazioni di sorveglianza e dissuasione. 

Nella Seconda Guerra del Golfo del 2003 l’Italia fu ancora una volta presenza attiva, schierando un contingente nel Golfo Persico e delle forze di polizia militare, per la sicurezza del traffico navale e dei territori e fornendo anche supporto logistico e umanitario. Importante anche il contributo navale dato per la ripulitura delle acque a fine conflitto. E fin qui si stava dentro alla Costituzione, almeno in buona parte, malgrado questa partecipazione fosse stata aspramente contestata a livello politico e popolare.

Nel conflitto contro la Jugoslavia di Milošević cominciato nel 1999 e finito nel 2008, che portò il Kosovo a staccarsi dalla Serbia, l’Italia partecipò attivamente ai bombardamenti, quale Paese alleato della Nato, al confine jugoslavo. La parte Adriatica dell’Italia con le sue basi Nato e Usa fu il punto strategico di tutte le azioni offensive contro Milošević. Ma ciò che più ha caratterizzato questo conflitto è stato lo scandalo e il disastro delle munizioni ad uranio impoverito dei nostri contingenti. Ci furono numerosi danni e morti di militari italiani, causati dalla cosiddetta “sindrome dei Balcani” ossia dall’uranio impoverito. E qui lo sconfinamento dai principi della Costituzione era al limite.

Ma l’Italia ha usato armi ad uranio impoverito anche in altre missioni militari, come in Iraq e in Afghanistan

Perché usare l’uranio impoverito se è dannoso, quando non letale per i nostri soldati? Semplice perché costa meno. Ed ecco che l’interesse nel conflitto va a creare il conflitto di interesse con la Costituzione.

In Afghanistan, l’Italia ha partecipato alle operazioni NATO da subito, prendendo parte a ISAF, Enduring Freedom e Resolute Support, missioni di difesa e supporto, schierando però sul territorio circa 5.000 uomini, cosa che pochi Paesi alleati hanno fatto in tali proporzioni. Inoltre l’Italia aveva fornito armi leggere e addestratori per l’esercito e velivoli da ricognizione e rifornimento, anche se gli aerei da guerra italiani, sulla carta, non potevano colpire direttamente l’ISIS. Ed ecco che il ruolo dell’Italia è sempre più border-line da quello strettamente bellico, laddove un certo interesse nel conflitto emerge chiaro. Noi fabbrichiamo e vendiamo armi. Difficile essere credibilmente diplomatici e mediatori quando c’è di mezzo un interesse economico.

Il Governo D’Alema, quello delle armi ad uranio impoverito, andò poi sotto inchiesta per vendita di armi alla Colombia.

Durante il secondo Governo Conte, nel 2021 l’Italia vendette armi per €47milioni all’Arabia Saudita e nello stesso anno, esportò armi per complessivi €4,6 miliardi, in vari altri paesi.

È bene ricordare che l’autorizzazione alla vendita delle armi può essere concessa unicamente dal Ministero degli Esteri, che funge anche da organo di controllo, e può essere rivolta solamente a quei Paesi che non sono soggetti a embargo e che non hanno attaccato un altro Paese. Questo nell’ottima teoria, ma la “pratica” lo è altrettanto? Più che altro è la foglia di fico dietro la quale nascondere le scomode verità, per aggirare la Costituzione, che collide con le decisioni di uno Stato che ripudia la guerra, ma allo stesso tempo la finanzia un po’ ovunque, tanto con la vendita di armi, quanto con la politica.

E arriviamo al “conflitto” dei nostri giorni. Con il Governo Meloni, nel 2023 il nostro Paese ha venduto ad Israele armi e munizioni per un valore di €13.707.376 euro. Nel 2022 ne erano state vendute per ben €17.938.156, sempre dallo stesso Governo. Oltre 30 milioni di euro di armi ad Israele in due anni.

Attualmente i principali partner commerciali – chiamiamoli pure clienti – delle aziende italiane delle armi, che convenientemente vengono definite aziende per la difesa, sono: Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto e Algeria.

Nel 2024 il Governo Meloni ha inoltre approvato un sensibile aumento di licenze per la vendita di armi italiane all’estero, che ha quasi raggiunto gli 8 miliardi. Malgrado le premesse di cui sopra, si sta facendo sempre più strada il commercio di armi verso Paesi autoritari o in violazioni dei diritti umani. Aumentata anche la vendita verso l’Ucraina.

Infatti il rapporto governativo 2024 sull’esportazione di armi belliche italiane, mostra che stanno aumentando le autorizzazioni all’esportazione e implicitamente si conferma l’interesse delle lobby dei produttori di armi, ai progetti politici di continuare i conflitti attualmente in corso e del riarmo, voluto dalla von der Leyen. Impossibile non immaginare le pressioni di queste lobby sul Governo e gli interessi più o meno leciti, che coinvolgono il Governo stesso, non esclusi gli immancabili interessi delle banche, in tutta l’operazione.

Ma quand’anche non ci fosse l’interesse economico, che comunque va ad influire su quello politico, subentra quello strettamente politico. Come nel caso del conflitto russo-ucraino e del re-arm UE, che ci riporta ai nostri giorni e alla sostituzione finale dell’italico conflitto di interesse, con l’interesse nel conflitto.

Negli ultimi tre anni i nostri rappresentanti in Parlamento, a Roma e a Bruxelles, hanno votato a favore delle armi di difesa all’Ucraina, poi delle armi di attacco ma solo all’interno del territorio ucraino, poi delle armi di attacco anche oltre confine, in territorio russo, poi per il ReArm 2030, con la possibilità di creare anche un esercito europeo, con tanto di contingente italiano e prima ancora l’ipotesi di un contingente italiano più o meno offensivo, da mandare in Ucraina contro i russi, non ancora del tutto scongiurato. Tutto ciò per compiacere i nostri alleati Nato, con gli Usa in testa e i nostri compari dell’Unione europea, capitanata dalla Germania, per rispettare obblighi e accordi, che garantiscono ai nostri politici di turno la sopravvivenza e qualche briciola di potere.

Ultimo ma non ultimo, c’è il mega-conflitto con l’articolo 9 della Costituzione, totalmente calpestato, senza neanche essere stato considerato, poiché il solo disastroso impatto ambientale e contro il patrimonio storico, causato dalle attuali guerre e di tanta produzione di armi, che è industria pesante, sarebbe motivo sufficiente a che l’Italia dicesse fermamente NO a tutto questo vortice bellico, risolvendo una volta per tutte questo conflitto di interesse morale e sostanziale con la sua stessa matrice costituzionale, di Repubblica Democratica, fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla pace e sul rispetto dell’ambiente e del patrimonio.

Ma capirete bene che in tutto questo gioco di potere e danari, la Costituzione diventa poco più di un foglio di carta straccia, un brogliaccio dei desideri, relativo e risibile come la letterina di Natale di un bambino, dopo il 25 dicembre.

Il Caffè Canova-Tadolini: un contenitore di capolavori artistici sparsi in tutta Roma

Vi dice qualcosa la parola “Tadolini”? Quasi sicuramente no, eppure sono certa che se siete stati a Roma almeno una volta nella vita l’avrete letta e probabilmente anche fotografata!

Si, perché a due passi da Piazza di Spagna, passeggiando su via del Babuino verso Piazza del Popolo, sorge all’angolo con via dei Greci l’elegante Caffè Canova–Tadolini (via del Babuino 150 A/B). Non una semplice caffetteria,  ma un vero e proprio Museo riconosciuto dal Ministero della Cultura, come suggerisce il grande stendardo purpureo che sovrasta l’ingresso, dov’è scritto a grandi caratteri dorati: “Museo Atelier Canova–Tadolini” (fig. 1).

Ci troviamo dinanzi all’antico studio dello scultore Antonio Canova (Possagno, 1757-Venezia, 1822), il genio del Neoclassicismo, che qui lavorò affiancato dall’abile allievo Adamo Tadolini (Bologna, 1788 – Roma, 1868), poi divenuto suo collaboratore. In questa sede il giovane bolognese ricoprì il ruolo di capo bottega dal 1813-1814 fino alla morte del maestro occupandosi, altresì, di portare a termine le opere canoviane e trarne delle copie in gesso destinate alla vendita. Poco prima della sua scomparsa, nel 1818, Canova lasciò l’atelier al promettente Tadolini, che di lì a poco sarebbe entrato a far parte delle più importanti Accademie d’arte del tempo, quali la Pontificia Insigne Accademia dei Virtuosi al Pantheon (nel 1821) e l’Accademia Nazionale di San Luca (nel 1825); entrambe tutt’oggi attive.

L’attuale Museo-Atelier è stato la sede operativa di ben quattro generazioni di scultoriAdamoScipione (Roma, 1822-1893), Giulio (Roma, 1849-1918) ed Enrico (Roma, 1884-1967), ultimo discendente della dinastia. La sua fortunata posizione si deve, tra l’altro, alla presenza della famosa Fontana del Babuino, così ribattezzata dal popolo romano che, per il suo sgradevole aspetto, ravvisava nella statua la figura di una scimmia. Tale denominazione divenne talmente popolare da determinare persino la ridenominazione della strada: da via Clementina – poiché aperta da papa Clemente VII de’ Medici (1523-1534) – a via del Babuino. La fontana, oggi addossata alla parete dell’edificio ospitante il Caffè-Museo, sulla sinistra rispetto al suo ingresso, è costituita da una vasca di epoca romana in granito grigio, sulla quale poggia una statua in tufo, a grandezza naturale, raffigurante un Sileno semidisteso. La testa marmorea, evidentemente non pertinente al corpo tufaceo grezzo, apparteneva alla scultura antica del Sileno. Nella tradizione popolare romana, la statua del Babuino è entrata a far parte del gruppo delle cosiddette “statue parlanti” (insieme a Pasquino, Marforio, Madama Lucrezia e Abate Luigi), sulle quali si era soliti affiggere le lamentele anonime dei romani, note come pasquinate.

Dopo oltre 35 anni di chiusura, lo studio ha riaperto al pubblico alla fine del 2003, in seguito ad un attento intervento di recupero voluto dai Benucci, attuali proprietari dell’immobile e dell’attigua Galleria d’arte antiquaria. Sita in via del Babuino 150/C, anch’essa gode di una prestigiosa sede, poiché occupa gli spazi delle storiche arazzerie Eurolo e Uroli, adiacenti la Chiesa di Sant’Atanasio dei Greci. Ricordiamo che si tratta di una zona di Roma dalla forte connotazione artistica, storicamente legata a via Margutta e alle sue numerose botteghe d’arte e d’artigianato, espressione di “nobile semplicità e quieta grandezza”, come scrisse il tedesco Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), uno dei maggiori storici dell’arte di tutti i tempi.

Nel rispetto dei materiali e delle strutture sette e ottocentesche, si è deciso di conservare l’originaria atmosfera propria dello studio d’artista, in cui si affollano senza una precisa disposizione i gessi dei quattro Tadolini, insieme ad alcuni di Canova e del celebre scultore daneseBertel Thorvaldsen (1770-1844) (fig. 2). Un affascinante caos ben percepibile dagli scatti dei fratelli Vasari, fondatori del celebre studio fotografico romano specializzato nella riproduzione di opere d’arte, che immortalarono gli interni dell’atelier nel tardo Ottocento – in parte conservati presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma (fig. 3).

In quegli ambienti, tra busti di principesse, papi e imperatori, altorilievi, monumenti equestri, esercitazioni anatomiche ed eleganti Veneri, è possibile sorseggiare un thè caldo accompagnato da ottimi biscottini al burro, stuzzicare un aperitivo oppure gustare un piatto tipico della tradizione culinaria romana. Non siate timidi, con cortesia e gentilezza il personale di sala vi consentirà di fare un breve giro tra le stanze, ognuna dedicata ai membri dell’illustre stirpe di scultori.

Noterete, sulle pareti, antiche fotografie incorniciate assieme a ritagli di giornale e copie di documenti storici. Da segnalare sono senza dubbio la copia del contratto di locazione dello studio, firmato da Canova a favore di Adamo (la cui versione originale è conservata nell’Archivio Tadolini), e lo scatto illustrante la visita del Re Vittorio Emanuele III presso l’atelier nel 1927. Seguendo la tradizione di famiglia, nell’ambito della quale Giulio Tadolini ricopriva l’incarico di ritrattista ufficiale di casa Savoia, il sovrano commissionò ad Enrico il proprio busto-ritratto. Particolarmente significative per comprendere l’importanza del luogo sono, inoltre, le vecchie fotografie ritraenti il Gruppo dei Romanisti,  uomini appassionati della cultura locale che avevano eletto lo studio di Enrico sede temporanea delle loro riunioni, fino a quel momento svolte presso il vicino Caffè Greco, in via dei Condotti.

I membri del Gruppo, diversi per formazione, cultura e professione, sono ancora oggi legati dalla stessa curiosità e dal comune desiderio di indagare il passato dell’Urbe. Tale spontanea iniziativa è confluita nella pubblicazione di vari contributi riuniti all’interno di un volumetto noto come “Strenna dei Romanisti”, la cui prima copia viene tutt’oggi consegnata al sindaco della Capitale (dal 1940) il 21 aprile di ogni anno, in occasione dell’anniversario della nascita di Roma – il cosiddetto Natale di Roma. L’unica volta in cui non venne organizzata la cerimonia di consegna in Campidoglio fu nel 1967, allorché i Romanisti preferirono evitare le celebrazioni in ossequio all’amico e collega Enrico Tadolini, scomparso poco prima. Così si espressero i membri del Gruppo dopo la morte del caro Enrico: E’ il nostro fervido augurio che lo studio Tadolini, campo di battaglia per la difesa dell’arte figurativa, gipsoteca di notevole interesse storico artistico e “antro dei Romanisti”, possa continuare a vivere, pur senza le risonanze dello scalpello, come testimonianza di ideali plastici di perenne validità.

Osservando oggi l’atelier Canova-Tadolini, non si può certo dire che gli auspici dei Romanisti siano stati disattesi. Visitando il sito web del Caffè-Museo cliccando sul seguente link https://www.canovatadolini.com/ potrete fruire di un virtual tour e avere, così, un’idea della magnifica location, custode della memoria artistica di oltre due secoli. Un luogo certamente insolito, estraneo ai tradizionali circuiti turistici, che vi consiglio di visitare, specialmente se siete appassionati d’arte.  

La consumazione al Canova-Tadolini è, in realtà, un’ottima scusa per andare alla scoperta della vastissima produzione di questi scultori, attivi a Roma ma anche all’estero. Le loro opere ornano, infatti, moltissimi luoghi iconici della Capitale, a partire dalla vicina Piazza di Spagna, dove tra le sculture alla base della Colonna dell’Immacolata Concezione vediamo il Re David, l’ultimo monumentale lavoro di Adamo (1855-56).

Le tappe di questo ideale itinerario tadoliniano sono costituite per lo più dalle maggiori chiese romane, come S. Pietro, S. Giovanni in Laterano, S. Marcello al Corso, S. Andrea della Valle, S. Spirito in Sassia, ma anche notevoli musei, quali il Museo Napoleonico, il Museo di Roma in Palazzo Braschi e la Galleria comunale d’arte moderna – tutti accessibili gratuitamente se titolari della MIC Card, poiché appartenenti al Sistema Musei di Roma Capitale. Se vi capita poi di passeggiare sul Gianicolo e sul Pincio o di passare dal Pantheon, dov’è sepolto il celebre artista rinascimentale Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520), incontrerete altri notevoli lavori dei Tadolini, come il busto bronzeo dell’Urbinate collocato sulla sua tomba nel tardo Ottocento.

La scomparsa di Enrico, ultimo dei Tadolini, nel 1967, segnò la fine della feconda attività portata avanti ininterrottamente da quattro generazioni di scultori. Al fine di conservarne l’operato nella memoria collettiva, egli donò alcune opere dei suoi avi al già citato Museo romano in Palazzo Braschi, a piazza Navona, dove l’anno seguente venne celebrato il 150° anniversario dell’Atelier Canova-Tadolini.

Tra i suoi maggiori lavori ricordiamo il monumento al card. Pietro Gasparri (https://youtu.be/uKjjmv9siNE), che sottoscrisse i Patti Lateranensi nel 1929, collocato all’interno della Basilica di S. Giovanni in Laterano (1942) e l’enorme statua di Santa Francesca Saverio Cabrini (1947), installata in una nicchia superiore del transetto destro nella Basilica di S. Pietro (fig. 4). Quest’ultima, nota per essere la santa degli emigrati italiani, visse per molti anni in America dove svolse opera missionaria fondando scuole e chiese finché la morte la colse nel 1917 nel Columbus Hospital a Chicago. Qui si trova, infatti, una copia della scultura vaticana, commissionata a Enrico nel 1949. Di recente, è stata poi inaugurata una statua ritraente la santa, portata direttamente dagli Stati Uniti in occasione dell’anno giubilare e installata nei giardini della Basilica di S. Paolo fuori le mura a Roma, al fine di ricordare la sua grande capacità di riunire le persone attraverso i continenti.

Non vi resta, dunque, che approfittare di queste belle giornate primaverili per fare una rilassante passeggiata nel cuore di Roma e passare dal Caffè Canova-Tadolini, un elegante scrigno di capolavori che potrete rincontrare nei luoghi più rappresentativi della città.

Guerra senza (s)tregua

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Si torna a morire a Gaza. Nelle prime ore del mattino di martedì 18 marzo, l’esercito israeliano ha lanciato l’operazione Forza e spada, violando l’accordo momentaneo sull’interruzione delle azioni militari a Gaza. Sono avvenuti bombardamenti aerei su tutto il territorio della Striscia, che ha causato la morte di più di 404 persone (salito a più di un migliaio nei giorni a seguire), secondo i dati forniti dal ministero della Salute gestito da Hamas. La situazione è tornata a precipitare, dopo l’apparente accordo trovato, a seguito di numerosi cambiamenti politici internazionali.

Per comprendere come si è tornati a bombardare l’enclave palestinese bisogna ripartire dagli accordi previsti dalla tregua e dai cambiamenti politici che sono intercorsi in Israele, negli States (con la seconda e “nuova” amministrazione Trump), e nei rapporti tra questi due paesi. Nei primi tre mesi del 2025, infatti, gli eventi della guerra di invasione di Israele nella Striscia di Gaza hanno subito dei rapidi e contraddittori cambiamenti. Dal cessate il fuoco e il rilascio reciproco di ostaggi e prigionieri, la tregua è saltata nel giro di due mesi. Ecco perché:

La tregua entrata in vigore lo scorso 19 gennaio è nata dopo negoziazioni durate mesi. I colloqui tra le delegazioni di Hamas e di Israele si sono tenuti a Doha, capitale del Qatar, sotto la supervisione degli stati mediatori di Egitto, Stati Uniti e dello stesso Qatar. La notizia di un accordo raggiunto è stata pubblicamente comunicata dal primo ministro dello stato qatariota, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il piano prevedeva tre fasi progressive verso un cessate il fuoco totale, delle quali, però, al momento dell’annuncio era stata concordata solo la prima. Le altre due (pace permanente e ricostruzione) avrebbero dovuto essere oggetto di valutazione solo con l’inizio della prima. Essa ha previsto una durata di 42 giorni (sei settimane), conclusasi il 2 marzo, in cui Hamas ha rilasciato un totale di 34 ostaggi (sui 33 stabiliti), tra vivi e morti, ricevendo in cambio la liberazione di almeno 1606 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, stando alle cifre ufficiali dichiarate. Oltre a questo, è stato raggiunto un cessate il fuoco momentaneo con la sospensione delle azioni militari dell’Idf nella Striscia ed è stato consentito l’ingresso di operatori e aiuti umanitari, insieme al ritorno degli sfollati alle proprie abitazioni, ormai quasi del tutto ridotte a macerie.

Una clausola importante della Fase A prevedeva che la momentanea sospensione del conflitto durasse a oltranza, andando oltre i 42 giorni stabiliti, se non si fosse raggiunto un accordo entro quel termine. I problemi sono sorti proprio in corrispondenza delle trattative per l’inizio della seconda fase. Cos’è successo dopo il 2 marzo, cosa avrebbe dovuto accadere con la seconda fase, e perché la tregua è saltata?

Al giungere di quella data, l’accordo non era stato ancora trovato e le liberazioni si sono fermate. E’ da qui che hanno iniziato a crollare le già fragili condizioni che mantenevano in piedi l’accordo: questo ulteriore passo infatti avrebbe dovuto includere il rilascio di tutti ostaggi israeliani rimasti ancora nella Striscia (cinquantotto, di cui ventiquattro ancora in vita) per ottenere la liberazione di altri prigionieri palestinesi, il cessate il fuoco permanente e il ritiro delle truppe militari dalla Striscia. La macchina ha iniziato a incepparsi il 22 febbraio, dopo la liberazione degli ultimi sei ostaggi della prima fase (a cui se ne sono aggiunti altri quattro, nei giorni successivi), seguita dal rifiuto di Israele di rilasciare i carcerati palestinesi per protesta contro le “umilianti cerimonie” messe in scena dal partito islamista durante la cerimonia di consegna alle autorità intermediarie tra le parti. Il riferimento è alle immagini trasmesse del 22 febbraio scorso nelle quali l’israeliano Omr Shem Tov ha pubblicamente baciato sulla testa un militante di Hamas per ringraziare della propria liberazione. Lo stato ebraico, per quel giorno, avrebbe dovuto infatti rendere liberi altri 620 prigionieri palestinesi, sancendo una prima battuta d’arresto della già di per sé fragile tregua. Hamas, di tutta risposta, ha detto in un comunicato che i video “riflettono il nobile trattamento umano nei loro confronti”, chiedendo ai mediatori di indurre al rispetto degli obblighi previsti l’altra parte. A suggellare questa versione dei fatti è stata l’opposizione parlamentare della Knesset (il parlamento israeliano) tramite la voce del leader del nuovo partito I Democratici, Yair Golan. Quello stesso giorno, infatti, ha commentato la scelta del governo su X affermando che Netanyahu abbia violato “apertamente l’accordo, facendo saltare la fase A”. E’ fatto noto che la guerriglia urbana verso i civili non sia mai terminata del tutto dal 19 gennaio e che molti sono stati gli impegni inadempiuti da parte di Israele, soprattutto in merito all’approvvigionamento di materiali pesanti e abitazioni mobili per gli sfollati. Solo a seguito della pressione internazionale, Bibi ha dato il lasciapassare per la liberazione del numero previsto tra il 26 e il 28 febbraio. 

Dal 22 febbraio, nonostante sporadici scambi di ostaggi/prigionieri,il tavolo delle trattative si è avviato verso la situazione di stallo di oggi. Il grande problema è sorto intorno alla scelta da compiere su un eventuale prolungamento della prima fase, come avrebbe voluto Israele, oppure sul passaggio alla seconda, come invece ha preteso Hamas. Dal 28 febbraio sono iniziate nuove interlocuzioni al Cairo per non impantanare la tregua e per trovare una quadra prima della scadenza del 2 marzo, sempre sotto la mediazione dei primi paesi garanti dell’accordo. Allo scadere delle prima fase, le due parti non erano ancora giunte a siglare un accordo completo, ma hanno continuato a trattare fino al 2 marzo, quando Israele ha fermato l’afflusso di aiuti umanitari nella Striscia, violando nuovamente l’accordo di tregua. In un contesto dove gli accordi di non belligeranza sono stati sistematicamente violati tramite bombardamenti (nei fatti mai cessati) e morti civili, questa strategia è stata avvertita come un ulteriore modo per mettere sotto pressione i negoziatori di Hamas e per far ritornare alla guerra lo stato ebraico.     

Ed è qui che è entrato in gioco un personaggio-chiave nella nuova amministrazione Trump e nella trattativa tra le due parti, Steve Witkoff. Chi è questo alto funzionario del governo americano? Steven Charles Witkoff è “l’inviato speciale della Casa Bianca in Medio Oriente”, da come si apprende dalle fonti ufficiali del governo statunitense. E’ lui l’uomo intorno a cui sta girando l’accordo di pace in Palestina (e non solo). Ex avvocato, adesso è imprenditore immobiliarista, amico personale di Trump, nato a New York nel ‘57 da genitori ebrei di origine russa e bielorussa. C’è lui dietro al pressing esercitato sul governo Netanyahu per raggiungere la tregua prima della seconda investitura di Trump a presidente degli Stati Uniti d’America. Pur non avendo nessuna esperienza o capacità in termini di diplomazia e politica estera, la scelta sembra essere ricaduta su di lui grazie alle elevate capacità d’affari di cui sembra capace e per la sua personalità sfacciata e schietta verso gli interlocutori. Inoltre, sembra avere un giro d’affari tra i paesi del Golfo, soprattutto in Qatar (che nel 2018 ha salvato un suo progetto immobiliare a Manhattan). 

Questo asso nella manica della seconda e inedita facciata della gestione Trump si è immischiato nuovamente come mediatore nel conflitto proprio in questo frangente. L’uomo del presidente è intervenuto nelle settimane successive per sbloccare i negoziati, proponendo il cosiddetto Piano Witkoff. La proposta, apparsa quando i negoziati sembravano essere ad un punto morto, prevedeva un’estensione del cessate il fuoco e il rilascio della metà degli ostaggi totali ancora rimanenti senza entrare nella seconda fase e fino al termine del Ramadan e della Pasqua ebraica nel giorno del 20 aprile 2025. Alla fine di quest’arco di tempo si sarebbe dovuti giungere agli accordi previsti per la fase B. Il nuovo tentativo d’accordo ha trovato il consenso della parte ebrea, ma non di quella palestinese: Hamas ha rifiutato la proposta perché non assicurava alcuna garanzia sull’inizio della seconda fase con il previsto ritiro delle forze armate dalla Striscia e il cessate il fuoco permanente. Il 9 marzo, infine, Hamas ha lanciato sul tavolo un accordo che prevedeva la liberazione di tutti gli ostaggi detenuti in cambio di un cessate il fuoco permanente, del ritiro militare e di un piano di ampio respiro per la ricostruzione della Striscia e dei punti politici fondamentali (Gerusalemme e lo status dei rifugiati palestinesi). Israele ha rifiutato la proposta perché ha a sua volta alzato la posta, richiedendo la demilitarizzazione del gruppo palestinese e il suo allontamento dalla piccola porzione di fascia costiera, che è la Striscia. Questa situazione si trascina fino ad oggi e sta attraversando un inasprimento, con nuove operazioni militari adesso anche via terra nella Striscia e con il blocco totale delle trattative.       

Ma perché Israele sembra aver improvvisamente voluto rompere l’accordo che aveva portato un reciproco vantaggio per entrambe le parti? Molti analisti politici sospettano che dietro a questa scelta ci siano, in realtà, questioni di politica interna che potrebbero potenzialmente minare la stabilità del sesto governo di Netanyahu. Il capo del Likud si trova attualmente tra due fuochi. Da una parte, l’ala della destra radicale ultra religiosa interna al governo e rappresentata rispettivamente dal ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso, e dal ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, del partito Otzma Yehudit, da poco rientrato nel governo dopo la rottura del cessate il fuoco. Questi due uomini politici sono fondamentali alla sopravvivenza della maggioranza in parlamento del governo, godendo in totale di 13 parlamentari  (6 per il primo e 7 per il secondo) su una maggioranza risicata di 63 parlamentari su 120. Dall’altra, ci sono le proteste della popolazione per la gestione del conflitto, delle trattative di pace e del ritorno a casa degli israeliani ancora presenti nella Striscia. Ogni fine settimana, infatti, in Israele sono state portate avanti proteste contro una presunta mancanza di volontà governativa per il ritorno a casa degli ostaggi. A muoversi in questo senso è stata anche la magistratura: l’Alta Corte di Giustizia ha intrapreso un processo, più volte rimandato a causa dello stato di emergenza proclamato, per verificare le responsabilità dell’intelligence e dell’esercito israeliano nell’attacco del braccio armato di Hamas, le brigate Izz al-Din al-Qassam, del 7 ottobre 2023, e dal quale potrebbero emergere delle chiare responsabilità e inadempienze politiche.

Le proteste, in realtà, montavano anche prima di quella data ed erano mosse da due questioni giudiziarie non meno scottanti: il cosiddetto Qatargate (su fondi illegali provenienti dall’emirato qatariota per promuovere la propria immagine mediatica in Israele e che, fino ad adesso, ha portato all’arresto di due stretti collaboratori di Netanyahu, lo scorso 31 marzo) e la riforma della giustizia proposta dalla maggioranza, recentemente approvata dal parlamento israeliano (che aumenterebbe l’influenza politica nella commissione incaricata delle nomine dei giudici della Corte Suprema israeliana). Sembrerebbe che la ripresa della guerra e dei suoi sforzi siano il modo con cui il presidente del consiglio di origine polacca stia evitando di affrontare questioni vitali per restare a galla ed evitare di affrontare le insidiose accuse che pendono sulla sua testa. Sembrano non essere state così casuali nemmeno le rimozioni dell’ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, prima, e dell’ex capo dello Shin Bet (i servizi segreti interni), Ronen Bar. L’uno, adesso sostituito dal membro del Likud Israel Katz, era ritenuto troppo vicino alla Casa Bianca sotto la scorsa amministrazione Biden, e destituito dal suo ruolo proprio il 5 novembre del 2024 (giorno delle elezioni americane) e ritenuto troppo “morbido” sulla gestione di una possibile tregua nella Striscia; l’altro, silurato il 20 marzo scorso, ufficialmente perché reo di alcune mancanze nella gestione e previsione del 7 ottobre, ma sembra anche che sia dovuto al suo incarico di investigare proprio sulla vicenda del Qatargate. Ultimo, ma non meno importante, è stato il cambio di nomina a Capo di Stato Maggiore dell’esercito al generale Eyal Zamir, dopo le annunciate dimissioni del suo predecessore, il generale Herzi Halevi, ufficialmente sempre a causa degli sbagli durante l’attacco di Hamas. Zamir sembra molto più apprezzato dall’ala estremista del governo e per le sue tendenze decisamente più violente nella lotta ad Hamas.

La situazione da quel giorno si è arenata sulle diverse posizioni mantenute nei colloqui di pace e sembra non vedere luce in fondo al tunnel. Hamas, chiede il rispetto delle fasi e dei piani originali per riprendere a trattare; mentre Israele vorrebbe un prolungamento della prima fase per trattare ancora su alcuni aspetti della Fase B entrante. Una volta giunti a questo punto, la tregua sta continuando ad essere violata ogni giorni da continui bombardamenti su Gaza uniti a operzioni terrestri, con lo scopo esplicitamente dichiarato dal neoministro della Difesa, Israel Katz, di voler “incoraggiare” una migrazione volontaria dei palestinesi verso altri paesi dell’area. Le stesse potenze garanti dei dialoghi di pace non sembrano avere reale forza decisionale e gli Usa viaggiano, come al solito, sempre su due binari paralleli: da una parte spingono Israele verso un accordo di pace, forse per garantire a Trump il tanto agognato Nobel per la Pace e presentare l’amministrazione americana come vincente e “pacificatrice” agli occhi del mondo; dall’altra, l’appoggio incondizionato alle politiche di Netanyahu e dei suoi ministri non è mai stato messo in discussione, così come la precisa volontà di estirpare Hamas dalla vita politica palestinese. Una soluzione profonda e reale alla questione israelo-palestinese sembra, oggi più che mai, lontana.

Il masterclass di Talanca – Ernesto Bassignano

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E’ accaduto che un’ondata orrenda partita da Canale 5 e traferitasi in Rai e dappertutto, ci ha sommersi di sottocultura e di giovanilismo un tanto al kg. Tutto cio’ aiutato dal fatto che la musica ha cominciato ad ascoltarsi solo sul web e i cd son rimasti nei negozi. E dunque i sempre piu’ poveri depressi e poco motivati boss della musica hanno deciso per la fine di essa. Hanno privilegiato solo ritmo, elettronica, testi demenziali…rap e trap hanno sepolto i cantautori, i programmi televisivi e Sanremo hanno fatto il resto dividendo l’ Italia tra boomer intristiti e battuti ..e pischelli vicini alla strada, alla droga, allo sballo e ..al nulla musicale. Suonare e cantare dal vivo con strumenti acustici e’ diventata roba da chiostri e cortiletti per 100 anziani. I palasport e gli stadi si son riempiti di bimbi e bimbe sudate e assatanate di ballo e sballo. Ogni bravo cantautore si e’ ritirato in pensione e, per campare, magari ha cominciato a dedicarsi alle cover di Dalla, Gaetano, Gaber, Fabrizio ecc ecc, tanto per racimolare due soldi. Oggi qualcosa , come dicevo in partenza..si muove. Se Ruggeri ha parlato di etnocidio, io e altri anziani combattenti ne scriviamo tutti i giorni e a Sanremo hanno avuto successo i Pejote, i Brunori e i giullari simpatici e folk come Lucio Corsi…qualcosa vuole dire. O no? E allora ecco il masterclass dell’amico Talanca. Ecco decine di bei cantautori giovani e di mezz’eta’ che, pur riuscendo a stento a sopravvivere, popolano di nuovo e riempiono teatri teatrini e localetti con le LORO canzoni e la loro poesia. E’ una piccola ma importante rinascita? Penso di si. I festival d’autore riprendono vita e si moltiplicano. I vari Manfredi, Sirianni, Talarico, Donno, Dell’Armellina, le Martinelli e Valle..si fanno pian piano largo, pur non servendo a ballare e sballare. Chi ha da raccontare belle cose non c’e’ stato e ha reagito con una chitarrella o una tastierina. Se son fiori…fioriranno amici miei. E io spero di poterlo constatare.

Caso Garlasco: colpa o illusione di essere innocenti?

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La magistratura è stata da sempre un tema molto discusso e polemizzato dall’opinione pubblica, specialmente la questione riguardante la durata dei processi che in molti casi è apparsa come estenuante. Il protocollo da seguire è sicuramente rigido e richiede dei tempi abbastanza dilatati proprio per la minuziosità con cui si analizzano molte prove e indizi, anche se nemmeno dopo la sua conclusione, un caso, è da dichiararsi definitivamente chiuso, con il rischio che dopo anni dalla decisione della Cassazione una nuova rivelazione è pronta per rimescolare le carte in tavola, scatenando così i famosi “errori” giudiziari. 

Quello di Garlasco ne è una chiara testimonianza, di quei casi che si stanno “rispolverando”, poiché sono giunte ulteriori analisi che ribalterebbero le sorti della vicenda. L’anno passato già era successo con i famosi vicini di Erba, Rosa Bazzi e Olindo Romano, ai quali era stata attribuita una presunta innocenza, dal momento che erano emerse delle prove-audio che avrebbero potuto smantellare il muro di colpevolezza che li aveva circoscritti. Un’ipotesi questa troppo debole vista la mancanza di attendibilità e l’incapacità di ottenere una verità più logica della precedente, per questo venne sciolta nell’immediato. Il caso, invece di Chiara Poggi, la ragazza uccisa a Garlasco, racconta tutta un’altra storia, in cui la parola fine sembra starci scomoda. La giovane venne ritrovata senza vita il 13 agosto del 2007, in seguito a dei martellanti colpi ricevuti alla testa con un oggetto contundente. Gli inquirenti puntarono subito il dito su Alberto Stasi, all’epoca studente universitario nonché fidanzato della vittima. Ma la struttura del processo fu fin da subito traballante e ricca di contraddizioni faticose. In un susseguirsi di condanne ed assoluzioni, la Cassazione nel 2015 proclamò la colpevolezza di Stasi con la conseguente pena di 16 anni di reclusione.

 Oggi però a quasi vent’anni dai fatti narrati un nuovo elemento è emerso a scombinare i piani: viene messa in discussione l’innocenza di Andrea Sempio, amico del fratello della ventiseienne. Il faro di luce sembra cambiare protagonista. Tutto è scaturito dall’analisi della prova di DNA trovata sotto le unghie della Poggi, di cui in passato ne era stata sottolineata l’importanza, ma, per via della strumentazione non ancora evoluta, era stata trascurata. Ovviamente Sempio dovrà sottoporsi in maniera coatta alla prova del DNA, che nel caso risultasse positiva molti bivi otterranno una svolta. Non bisogna però giungere a conclusioni affrettate, visto che ancora è presto per definire una linea guida. Ciò che invece viene dimostrato evidente è stata la carrellata di errori che si sono susseguiti proprio sulla scena del crimine, in cui l’inefficacia di alcuni tecnici avrebbe condotto a un inquinamento di prove, certamente involontario, dal quale molte informazioni sarebbero andate perdute. Il caso in questione è stato fin dall’origine complesso, ancora oggi il vero movente dell’omicidio risulta assente, anche per la mancanza di collaborazione e per l’ambiguità dello stesso Alberto Stasi. 

In merito a queste nuove indiscrezioni la nota criminologa Roberta Bruzzone si è esposta ai microfoni del Messaggero, ammettendo che il materiale genetico ritrovato sotto le unghie di Chiara Poggi è sicuramente riconducibile ad Andrea Sempio, ma che allo stesso tempo si tratterebbe possibilmente solo di una mera contaminazione secondaria. Sarebbe dunque un elemento troppo debole per rovesciare una sentenza, perché se così fosse la giustizia avrebbe dei seri problemi. Tutto è troppo prematuro, ma la Procura sta lavorando affinché ogni nuova scoperta sia un pezzetto in più di puzzle. Pane per i denti degli appassionati di cronaca nera, un po’ meno per i giudici che hanno seguito il processo, che in caso di errore acclamato subirebbero un colpo bassissimo. 

I familiari di Chiara Poggi si sono dichiarati piuttosto delusi dai comportamenti di Alberto Stasi, che pur avendo una sentenza in via definitiva, continua a tutti i costi a cercare “un nuovo colpevole da dare in pasto ai media”, poiché non è il primo tentativo di scagionarsi che compie. Senza tenere conto del dolore che la famiglia deve provare nel ripercorrere questa affannosa litania, dentro la quale l’omicidio sembra non vedere mai la luce. Tutto resta ancora in sospeso e per evitare confusione ulteriore si rimanda la questione al 9 aprile: data in cui avverrà l’incidente probatorio che fornirà dati rilevanti. Si spera che la magistratura faccia il suo corso e che la giustizia abbia sempre la meglio. 

Piazza Grande

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Il 15 marzo 2025 Piazza del Popolo a Roma ha ospitato, stando alle stime ufficiali, trentamila persone. E fin qui, grandi sorprese, non ce ne sono: il centro di Roma vede spesso eventi portare questi numeri, che siano concerti o manifestazioni politiche. Eppure qualcosa di veramente iconico c’è: Michele Serra, di certo non un grande esponente politico italiano, ha chiamato a raccolta i sostenitori dell’Unione Europea in un momento in cui, come detto da Bersani anni fa durante una logorante campagna elettorale, è palese che ci sia da rimboccarsi le maniche. Stavolta il fine ultimo è cercare di fare qualcosa purché si muova la macchina europea, abbandonata dall’alleato Statunitense e quindi scoperta dal punto di vista militare a Oriente, ma anche isolata dalle politiche economiche di Trump, che ha appena presentato dei dazi pesantissimi basati sul deficit commerciale con i partner, che probabilmente riporteranno l’economia indietro in modo significativo.

Insomma, tantissima gente, molti colori politici in piazza, soprattutto per quel che riguarda le forze di opposizione, la volontà di lanciare un messaggio di unità per ricordare a tutti quanti che solo insieme si vince. Sul palco moltissimi messaggi, soprattutto dalla società civile, con membri dei partiti che hanno preferito restare lontano dal palco e presenziare, senza apporre bandiere dove effettivamente non era richiesto, se non per quelle blu con le stelle.

Inutile a dirsi, qualcuno ha dovuto trovare motivi per contestare questa iniziativa promossa dal mondo della cultura italiana ed europeista: il Movimento 5 Stelle e Potere al Popolo, infatti, hanno posto sul tavolo la questione del riarmo come campanello d’allarme per cui venire meno. La mancanza di un’oggettiva presa di posizione contraria al riarmo dell’Unione Europea ha reso inconcepibile per Giuseppe Conte l’idea di presenziare ad una manifestazione che tutt’altro aveva come orizzonte comune, ossia dimostrare che un senso di appartenenza all’Unione Europea fosse ancora presente. Agli occhi di chi scrive, sa ancor di più di beffa l’assenza dell’Avvocato del Popolo, sostenitore di una distensione dei toni con Mosca, a suo dire non così minacciosa come la si dipinge in Occidente. La storia infatti sostiene benissimo la sua teoria, dato che non vi è mai stato bisogno di preoccuparsi in passato di Capi di Stato che aggredivano i propri vicini, così come Hitler si accontentò della soluzione della questione dei Sudeti, una grandissima vittoria dell’appeasement di Chamberlain.

Ironia a parte, una delle cose di cui forse si è parlato poco è che Piazza del Popolo, dall’alto, è apparsa “grigia”: l’età media dei partecipanti, infatti, era abbastanza alta, in linea con la demografia del nostro paese, ma non di certo rassicurante nel valore di questa unità, che dovrebbe guardare al futuro.

I temi trattati, chi è passato sul palco, ma soprattutto chi era di fronte a quest’ultimo dovrebbe essere la fotografia dell’Europa Unita che vorremmo, eppure di giovani ce ne sono stati pochi. Chissà dov’erano quei ragazzi che hanno protestato contro i potenti del mondo che poco o nulla facevano nella lotta ai cambiamenti climatici, esclusi quei pochi che avranno forse presenziato all’evento che ha fatto da contraltare, voluta soprattutto da Potere al Popolo. E anche quei meno giovani, ma comunque diretti interessati, che ora sono attorno ai trent’anni, figli dell’Unione Europea, giramondo dei progetti Erasmus, ma che poi nel mondo del lavoro fanno i conti con disparità prodotte da un’Unione che poco riesce a mettere tutti sullo stesso piano per mancanze di grandi idee comunitarie. Eppure loro sapevano come manifestare, quando al governo guidato da Berlusconi sembrava interessare poco di una crisi economica senza precedenti e lo Spread tra BTP e Bund tedeschi veniva aggiornato più spesso delle previsioni del tempo.

I grandi assenti, forse, sono stati proprio quei giovani che nel sogno di un’Europa unita dovrebbero credere, perché in un mondo dove l’economia è sempre più dipendente da Cina e Stati Uniti, il ruolo del terzo polo sembra destinato ad essere ricoperto da paesi emergenti, giovani demograficamente, ricchi di potenziale ancora inespresso per ritardi nello sviluppo figli di una globalizzazione arrivata più tardi per loro.

Mentre a Roma la passione per l’Europa è stata portata in piazza dalla “Vecchia Guardia”, lo stesso non si può dire per altre manifestazioni che si sono verificate in giro per il vecchio Continente: se ne sta parlando forse troppo poco, ma un vero e proprio movimento studentesco è riuscito a portare in piazza centomila persone lo stesso sabato, dopo mesi di proteste che hanno interessato tutto il Paese. Il Governo Vucic, infatti, è da novembre 2024 che fa i conti con manifestanti stanchi di un governo definito pesantemente corrotto. Tutto è partito con il crollo di una tettoia della Stazione di Novi Sad, costruita poco tempo prima, che ha prodotto 15 morti e diversi feriti, evento che è stato preso a esempio della inadeguatezza del proprio Presidente e di tutta la classe dirigente. Nonostante un passato recente particolarmente cruento, mai nella storia contemporanea serba si era vista una tale mole di gente manifestare per le strade di Belgrado, con un corteo principale spaventoso, ma anche altri piccoli gruppi sparsi in giro per la città, con studenti arrivati a piedi da tutto il paese che hanno suonato la carica anche per altri connazionali, che hanno risposto “presente” a questa chiamata per la democrazia. Aleksander Vucic, esponente di una maggioranza populista e nazionalista al governo dal 2012, ha dovuto ammettere che vi è un’importante mole di cittadini insoddisfatta dell’operato del suo Governo, e staremo a vedere alle prossime elezioni verso dove andrà il Paese, se abbraccerà un europeismo del tutto nuovo per la Serbia o meno, ma di certo vedere chi ha davvero in mano il futuro del proprio paese scendere in piazza è sempre una buona notizia.

Lo stesso discorso vale, con le dovute differenze, per la Georgia, anch’essa poco in risalto sui principali quotidiani, ma meritevole di attenzione. In questo caso, le elezioni dello scorso ottobre hanno consegnato la guida del governo  al partito filorusso “Sogno Georgiano”, il quale ha di fatto rallentato il percorso di adesione all’Unione Europea, che poi questo sia da attribuire ad un forte nazionalismo o a miti consigli provenienti da Mosca è solo questione di cosa si vuol vedere. Di certo, stando a testimonianze provenienti da tutto il Paese, non si possono escludere brogli né intimidazioni portate in atto da fazioni violente vicine al partito vincente. Le politiche adottate contro gli “Agenti Stranieri” emanate dal Primo Ministro Kobakhidze hanno quindi di fatto posto limiti alle influenze straniere, condizione necessaria per la sicurezza interna. Tuttavia, questo è vero solamente nei confronti di coloro che agivano da occidente, con il chiaro intento di andare, appunto, a raffreddare i rapporti con Bruxelles e abbracciare l’alleato Putin, andando a dimostrare per l’ennesima volta che la Guerra Fredda, almeno in quella porzione d’Europa, non è mai veramente finita.

E se un governo viene eletto con il 54% dei voti, è facile immaginare che buona parte della società civile possa osteggiare un così importante passo indietro nell’avvicinamento all’Unione Europea in atto da anni. Decine di migliaia di persone hanno sfilato per il centro di Tbilisi, andando spesso allo scontro sia con i sostenitori del governo che con le forze armate.

La reazione del governo alle proteste è stata particolarmente dura. Il primo ministro Irakli Kobakhidze ha elogiato le forze di sicurezza per la loro risposta decisa alle manifestazioni, durante le quali sono stati utilizzati cannoni ad acqua e gas lacrimogeni contro i manifestanti. Più di 100 persone sono state arrestate, e le proteste si sono estese anche ad altre città, come a Poti sul Mar Nero.

L’influenza russa è emersa come un tema centrale nelle tensioni politiche georgiane. La sospensione dei colloqui per l’adesione all’UE da parte del partito al potere, sebbene il Cremlino abbia dichiarato di non voler interferire negli affari interni della Georgia, ha permesso di paragonare le proteste attuali alla rivoluzione pro-europea del Maidan in Ucraina del 2014, suggerendo che si tratti di tentativi occidentali di fomentare rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico. Ironico come cause ed effetti si mischino tra oriente e occidente, ma spesso la politica ci ha insegnato come sia solo un insieme di opinioni, facile da rimescolare per ottenere un risultato diverso da quello che viene fuori al tuo vicino oppositore.

La comunità internazionale ha espresso preoccupazione per la crescente repressione in Georgia. I ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia hanno condannato la violenza contro manifestanti pacifici, media e leader dell’opposizione, sottolineando il loro sostegno ai movimenti pro-democratici nel Paese. Inoltre, sono state annunciate misure per limitare i viaggi senza visto per i funzionari georgiani e sono in considerazione ulteriori azioni, sempre ovviamente per tutto quello che guarda a Ovest, mentre i contatti con la Russia hanno raggiunto livelli che non si vedevano da decenni.

Sarà molto importante vedere la tenuta del sistema democratico nel Paese, oltre che le decisioni che verranno prese alle prossime elezioni, con metà della Georgia che di certo spererà di poter continuare il processo di adesione, ammesso che non resti solo un cumulo di macerie al posto del ponte verso l’Unione Europea, mentre l’altra metà cercherà sicuramente di continuare il riavvicinamento a Mosca.

La situazione in Bulgaria, dove manifestazioni copiose stanno spingendo per interrompere il processo di adozione della moneta unica, può forse essere l’ago della bilancia in questo periodo, perché per quanto possa sembrare incredibile che l’economia più povera dell’Unione possa avere così tanto peso, di certo potrebbe cambiare pesantemente i rapporti di forza nel Parlamento, andando a foraggiare la schiera dei bastian contrari che vede l’Ungheria di Orban sempre alla ricerca di alleati all’interno dell’UE.

In questo scenario, l’unica vera speranza per i paesi dell’Unione Europea risiede nel restare uniti, accorciare le distanze, ma soprattutto portare avanti l’unica vera motivazione per cui ha senso che 27 Stati così diversi politicamente, storicamente ed economicamente debbano stare insieme, ossia la competitività.

Se qualcuno spera che l’Unione Europea possa avere nei propri valori etici il punto d’incontro, allora speriamo che si dissolva come neve al sole, perché ciò che va bene a Lisbona non andrà mai bene a Varsavia o Sofia. L’Unione Europea ha e avrà senso per i prossimi anni solo per quello che è legato al mercato unico e alla competitività economica in campo internazionale. Se guardiamo agli Stati Uniti, non è un insieme di Stati uguali tra loro, le disparità tra i 50 membri  sono a tratti incalcolabili, soprattutto dal punto di vista economico, di possibilità di crescita e di opportunità. Eppure il loro PIL è ciò su cui si regge buona parte del loro essere una Super Potenza coi fiocchi.

Tra trent’anni, il PIL dei Paesi europei non sarà degno del G7, se considerati singolarmente, mentre qualche buona possibilità che questo avvenga sarebbe da attribuire all’UE come entità unica. Certo è che non si potrebbe nemmeno provare a parlarne senza riforme essenziali, senza un periodo di stagnazione e recessione economica, dato che il centro produttivo tedesco non è più in grado di sostenere i ritmi avuti dagli anni ’90 a oggi e ci sarà bisogno di tempo per riorganizzarsi un po’ per tutti le grandi economie.

Tuttavia, come detto da Mario Draghi poco tempo fa, purché si faccia qualcosa, si salvi questo disegno di cooperazione al più presto, se si vuole contare ancora qualcosa domani. Lo chiedono molte piazze in Europa, e anche se vi sono opposizioni, vale la pena provare lo stesso.