Si torna a morire a Gaza. Nelle prime ore del mattino di martedì 18 marzo, l’esercito israeliano ha lanciato l’operazione Forza e spada, violando l’accordo momentaneo sull’interruzione delle azioni militari a Gaza. Sono avvenuti bombardamenti aerei su tutto il territorio della Striscia, che ha causato la morte di più di 404 persone (salito a più di un migliaio nei giorni a seguire), secondo i dati forniti dal ministero della Salute gestito da Hamas. La situazione è tornata a precipitare, dopo l’apparente accordo trovato, a seguito di numerosi cambiamenti politici internazionali.
Per comprendere come si è tornati a bombardare l’enclave palestinese bisogna ripartire dagli accordi previsti dalla tregua e dai cambiamenti politici che sono intercorsi in Israele, negli States (con la seconda e “nuova” amministrazione Trump), e nei rapporti tra questi due paesi. Nei primi tre mesi del 2025, infatti, gli eventi della guerra di invasione di Israele nella Striscia di Gaza hanno subito dei rapidi e contraddittori cambiamenti. Dal cessate il fuoco e il rilascio reciproco di ostaggi e prigionieri, la tregua è saltata nel giro di due mesi. Ecco perché:
La tregua entrata in vigore lo scorso 19 gennaio è nata dopo negoziazioni durate mesi. I colloqui tra le delegazioni di Hamas e di Israele si sono tenuti a Doha, capitale del Qatar, sotto la supervisione degli stati mediatori di Egitto, Stati Uniti e dello stesso Qatar. La notizia di un accordo raggiunto è stata pubblicamente comunicata dal primo ministro dello stato qatariota, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Il piano prevedeva tre fasi progressive verso un cessate il fuoco totale, delle quali, però, al momento dell’annuncio era stata concordata solo la prima. Le altre due (pace permanente e ricostruzione) avrebbero dovuto essere oggetto di valutazione solo con l’inizio della prima. Essa ha previsto una durata di 42 giorni (sei settimane), conclusasi il 2 marzo, in cui Hamas ha rilasciato un totale di 34 ostaggi (sui 33 stabiliti), tra vivi e morti, ricevendo in cambio la liberazione di almeno 1606 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, stando alle cifre ufficiali dichiarate. Oltre a questo, è stato raggiunto un cessate il fuoco momentaneo con la sospensione delle azioni militari dell’Idf nella Striscia ed è stato consentito l’ingresso di operatori e aiuti umanitari, insieme al ritorno degli sfollati alle proprie abitazioni, ormai quasi del tutto ridotte a macerie.
Una clausola importante della Fase A prevedeva che la momentanea sospensione del conflitto durasse a oltranza, andando oltre i 42 giorni stabiliti, se non si fosse raggiunto un accordo entro quel termine. I problemi sono sorti proprio in corrispondenza delle trattative per l’inizio della seconda fase. Cos’è successo dopo il 2 marzo, cosa avrebbe dovuto accadere con la seconda fase, e perché la tregua è saltata?
Al giungere di quella data, l’accordo non era stato ancora trovato e le liberazioni si sono fermate. E’ da qui che hanno iniziato a crollare le già fragili condizioni che mantenevano in piedi l’accordo: questo ulteriore passo infatti avrebbe dovuto includere il rilascio di tutti ostaggi israeliani rimasti ancora nella Striscia (cinquantotto, di cui ventiquattro ancora in vita) per ottenere la liberazione di altri prigionieri palestinesi, il cessate il fuoco permanente e il ritiro delle truppe militari dalla Striscia. La macchina ha iniziato a incepparsi il 22 febbraio, dopo la liberazione degli ultimi sei ostaggi della prima fase (a cui se ne sono aggiunti altri quattro, nei giorni successivi), seguita dal rifiuto di Israele di rilasciare i carcerati palestinesi per protesta contro le “umilianti cerimonie” messe in scena dal partito islamista durante la cerimonia di consegna alle autorità intermediarie tra le parti. Il riferimento è alle immagini trasmesse del 22 febbraio scorso nelle quali l’israeliano Omr Shem Tov ha pubblicamente baciato sulla testa un militante di Hamas per ringraziare della propria liberazione. Lo stato ebraico, per quel giorno, avrebbe dovuto infatti rendere liberi altri 620 prigionieri palestinesi, sancendo una prima battuta d’arresto della già di per sé fragile tregua. Hamas, di tutta risposta, ha detto in un comunicato che i video “riflettono il nobile trattamento umano nei loro confronti”, chiedendo ai mediatori di indurre al rispetto degli obblighi previsti l’altra parte. A suggellare questa versione dei fatti è stata l’opposizione parlamentare della Knesset (il parlamento israeliano) tramite la voce del leader del nuovo partito I Democratici, Yair Golan. Quello stesso giorno, infatti, ha commentato la scelta del governo su X affermando che Netanyahu abbia violato “apertamente l’accordo, facendo saltare la fase A”. E’ fatto noto che la guerriglia urbana verso i civili non sia mai terminata del tutto dal 19 gennaio e che molti sono stati gli impegni inadempiuti da parte di Israele, soprattutto in merito all’approvvigionamento di materiali pesanti e abitazioni mobili per gli sfollati. Solo a seguito della pressione internazionale, Bibi ha dato il lasciapassare per la liberazione del numero previsto tra il 26 e il 28 febbraio.
Dal 22 febbraio, nonostante sporadici scambi di ostaggi/prigionieri,il tavolo delle trattative si è avviato verso la situazione di stallo di oggi. Il grande problema è sorto intorno alla scelta da compiere su un eventuale prolungamento della prima fase, come avrebbe voluto Israele, oppure sul passaggio alla seconda, come invece ha preteso Hamas. Dal 28 febbraio sono iniziate nuove interlocuzioni al Cairo per non impantanare la tregua e per trovare una quadra prima della scadenza del 2 marzo, sempre sotto la mediazione dei primi paesi garanti dell’accordo. Allo scadere delle prima fase, le due parti non erano ancora giunte a siglare un accordo completo, ma hanno continuato a trattare fino al 2 marzo, quando Israele ha fermato l’afflusso di aiuti umanitari nella Striscia, violando nuovamente l’accordo di tregua. In un contesto dove gli accordi di non belligeranza sono stati sistematicamente violati tramite bombardamenti (nei fatti mai cessati) e morti civili, questa strategia è stata avvertita come un ulteriore modo per mettere sotto pressione i negoziatori di Hamas e per far ritornare alla guerra lo stato ebraico.
Ed è qui che è entrato in gioco un personaggio-chiave nella nuova amministrazione Trump e nella trattativa tra le due parti, Steve Witkoff. Chi è questo alto funzionario del governo americano? Steven Charles Witkoff è “l’inviato speciale della Casa Bianca in Medio Oriente”, da come si apprende dalle fonti ufficiali del governo statunitense. E’ lui l’uomo intorno a cui sta girando l’accordo di pace in Palestina (e non solo). Ex avvocato, adesso è imprenditore immobiliarista, amico personale di Trump, nato a New York nel ‘57 da genitori ebrei di origine russa e bielorussa. C’è lui dietro al pressing esercitato sul governo Netanyahu per raggiungere la tregua prima della seconda investitura di Trump a presidente degli Stati Uniti d’America. Pur non avendo nessuna esperienza o capacità in termini di diplomazia e politica estera, la scelta sembra essere ricaduta su di lui grazie alle elevate capacità d’affari di cui sembra capace e per la sua personalità sfacciata e schietta verso gli interlocutori. Inoltre, sembra avere un giro d’affari tra i paesi del Golfo, soprattutto in Qatar (che nel 2018 ha salvato un suo progetto immobiliare a Manhattan).
Questo asso nella manica della seconda e inedita facciata della gestione Trump si è immischiato nuovamente come mediatore nel conflitto proprio in questo frangente. L’uomo del presidente è intervenuto nelle settimane successive per sbloccare i negoziati, proponendo il cosiddetto Piano Witkoff. La proposta, apparsa quando i negoziati sembravano essere ad un punto morto, prevedeva un’estensione del cessate il fuoco e il rilascio della metà degli ostaggi totali ancora rimanenti senza entrare nella seconda fase e fino al termine del Ramadan e della Pasqua ebraica nel giorno del 20 aprile 2025. Alla fine di quest’arco di tempo si sarebbe dovuti giungere agli accordi previsti per la fase B. Il nuovo tentativo d’accordo ha trovato il consenso della parte ebrea, ma non di quella palestinese: Hamas ha rifiutato la proposta perché non assicurava alcuna garanzia sull’inizio della seconda fase con il previsto ritiro delle forze armate dalla Striscia e il cessate il fuoco permanente. Il 9 marzo, infine, Hamas ha lanciato sul tavolo un accordo che prevedeva la liberazione di tutti gli ostaggi detenuti in cambio di un cessate il fuoco permanente, del ritiro militare e di un piano di ampio respiro per la ricostruzione della Striscia e dei punti politici fondamentali (Gerusalemme e lo status dei rifugiati palestinesi). Israele ha rifiutato la proposta perché ha a sua volta alzato la posta, richiedendo la demilitarizzazione del gruppo palestinese e il suo allontamento dalla piccola porzione di fascia costiera, che è la Striscia. Questa situazione si trascina fino ad oggi e sta attraversando un inasprimento, con nuove operazioni militari adesso anche via terra nella Striscia e con il blocco totale delle trattative.
Ma perché Israele sembra aver improvvisamente voluto rompere l’accordo che aveva portato un reciproco vantaggio per entrambe le parti? Molti analisti politici sospettano che dietro a questa scelta ci siano, in realtà, questioni di politica interna che potrebbero potenzialmente minare la stabilità del sesto governo di Netanyahu. Il capo del Likud si trova attualmente tra due fuochi. Da una parte, l’ala della destra radicale ultra religiosa interna al governo e rappresentata rispettivamente dal ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso, e dal ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, del partito Otzma Yehudit, da poco rientrato nel governo dopo la rottura del cessate il fuoco. Questi due uomini politici sono fondamentali alla sopravvivenza della maggioranza in parlamento del governo, godendo in totale di 13 parlamentari (6 per il primo e 7 per il secondo) su una maggioranza risicata di 63 parlamentari su 120. Dall’altra, ci sono le proteste della popolazione per la gestione del conflitto, delle trattative di pace e del ritorno a casa degli israeliani ancora presenti nella Striscia. Ogni fine settimana, infatti, in Israele sono state portate avanti proteste contro una presunta mancanza di volontà governativa per il ritorno a casa degli ostaggi. A muoversi in questo senso è stata anche la magistratura: l’Alta Corte di Giustizia ha intrapreso un processo, più volte rimandato a causa dello stato di emergenza proclamato, per verificare le responsabilità dell’intelligence e dell’esercito israeliano nell’attacco del braccio armato di Hamas, le brigate Izz al-Din al-Qassam, del 7 ottobre 2023, e dal quale potrebbero emergere delle chiare responsabilità e inadempienze politiche.
Le proteste, in realtà, montavano anche prima di quella data ed erano mosse da due questioni giudiziarie non meno scottanti: il cosiddetto Qatargate (su fondi illegali provenienti dall’emirato qatariota per promuovere la propria immagine mediatica in Israele e che, fino ad adesso, ha portato all’arresto di due stretti collaboratori di Netanyahu, lo scorso 31 marzo) e la riforma della giustizia proposta dalla maggioranza, recentemente approvata dal parlamento israeliano (che aumenterebbe l’influenza politica nella commissione incaricata delle nomine dei giudici della Corte Suprema israeliana). Sembrerebbe che la ripresa della guerra e dei suoi sforzi siano il modo con cui il presidente del consiglio di origine polacca stia evitando di affrontare questioni vitali per restare a galla ed evitare di affrontare le insidiose accuse che pendono sulla sua testa. Sembrano non essere state così casuali nemmeno le rimozioni dell’ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, prima, e dell’ex capo dello Shin Bet (i servizi segreti interni), Ronen Bar. L’uno, adesso sostituito dal membro del Likud Israel Katz, era ritenuto troppo vicino alla Casa Bianca sotto la scorsa amministrazione Biden, e destituito dal suo ruolo proprio il 5 novembre del 2024 (giorno delle elezioni americane) e ritenuto troppo “morbido” sulla gestione di una possibile tregua nella Striscia; l’altro, silurato il 20 marzo scorso, ufficialmente perché reo di alcune mancanze nella gestione e previsione del 7 ottobre, ma sembra anche che sia dovuto al suo incarico di investigare proprio sulla vicenda del Qatargate. Ultimo, ma non meno importante, è stato il cambio di nomina a Capo di Stato Maggiore dell’esercito al generale Eyal Zamir, dopo le annunciate dimissioni del suo predecessore, il generale Herzi Halevi, ufficialmente sempre a causa degli sbagli durante l’attacco di Hamas. Zamir sembra molto più apprezzato dall’ala estremista del governo e per le sue tendenze decisamente più violente nella lotta ad Hamas.
La situazione da quel giorno si è arenata sulle diverse posizioni mantenute nei colloqui di pace e sembra non vedere luce in fondo al tunnel. Hamas, chiede il rispetto delle fasi e dei piani originali per riprendere a trattare; mentre Israele vorrebbe un prolungamento della prima fase per trattare ancora su alcuni aspetti della Fase B entrante. Una volta giunti a questo punto, la tregua sta continuando ad essere violata ogni giorni da continui bombardamenti su Gaza uniti a operzioni terrestri, con lo scopo esplicitamente dichiarato dal neoministro della Difesa, Israel Katz, di voler “incoraggiare” una migrazione volontaria dei palestinesi verso altri paesi dell’area. Le stesse potenze garanti dei dialoghi di pace non sembrano avere reale forza decisionale e gli Usa viaggiano, come al solito, sempre su due binari paralleli: da una parte spingono Israele verso un accordo di pace, forse per garantire a Trump il tanto agognato Nobel per la Pace e presentare l’amministrazione americana come vincente e “pacificatrice” agli occhi del mondo; dall’altra, l’appoggio incondizionato alle politiche di Netanyahu e dei suoi ministri non è mai stato messo in discussione, così come la precisa volontà di estirpare Hamas dalla vita politica palestinese. Una soluzione profonda e reale alla questione israelo-palestinese sembra, oggi più che mai, lontana.


