Waltz & Vance – I gentlemen dietro le spalle del Presidente

In un dibattito acceso in maniera pirotecnica da Donald Trump, Kamala Harris ha deciso di puntare su un approccio molto più orientato al mantenere i temi del suo programma al centro, cercando di rispondere alle insinuazioni del candidato Repubblicano con la sua versione dei fatti, ma soprattutto alzando i toni solo e unicamente quando necessario per tirare fuori dal bunker reazionario il suo sfidante. C’è però una fortunata isola felice di democrazia nelle elezioni americane, e sono i due candidati Vicepresidente.

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Talmente tanto ha fatto male a Trump la freschezza di Harris durante il loro primo incontro, che non abbiamo visto i due candidati alla Casa Bianca affrontarsi. Il Tycoon avrebbe deciso con il suo team elettorale di non dare l’ok ad un nuovo confronto con la candidata Democratica, quindi stavolta parleremo di uno scontro tra gentlemen. O almeno, due persone che hanno deciso di avere tra loro un dibattito civile rispetto a quello che abbiamo visto fino ad ora con Donald Trump sullo schermo.

Il dibattito, durato più di un’ora, ha visto i due sfidanti duellare in maniera onesta, senza interruzioni, lasciando parlare l’altro e ascoltando per preparare in caso una risposta o una domanda, precisare qualcosa meglio e mettere in fallo ciò che era stato detto poco prima dall’altro. Sicuramente sono stati toccati temi caldi, come quello economico, ma la vera chimera era sicuramente il tema immigrazione, soprattutto se ricordiamo che qualche settimana prima Trump ci si era impantanato per la durata di un intero dibattito, cercando di mettere in difficoltà Harris con la storia degli animali domestici mangiati dagli immigrati clandestini in Ohio. La smentita della polizia di Springfield sulla faccenda poteva anche non arrivare; tuttavia, la sorpresa lasciata da queste affermazioni di Trump non permette quasi a nessuno di ricordare altri temi del dibattito in maniera concreta, eppure di scivoloni ce ne sono stati tanti, soprattutto dal lato Repubblicano.

Waltz e Vance, invece, un po’ per la loro grande esperienza dietro le quinte, un po’ sicuramente anche per una buona dose di raccomandazioni da parte dei loro rispettivi entourage, hanno deciso di affrontare il discorso in maniera non solo pacifica, ma anche più costruttiva e soprattutto materiale, senza andare a cercare la storia positiva per il loro tornaconto, quanto numeri, dati e situazioni oggettive che potessero rendere il giusto riconoscimento al loro piano d’azione per i prossimi 5 anni. Può sembrare poco, ma è sicuramente una boccata d’ossigeno sapere che vi sia una possibilità, comunque vada il 5 novembre, che le elezioni portino al ruolo operativo per antonomasia all’interno della Casa Bianca qualcuno in grado di dialogare bene con la propria controparte. Soprattutto Vance, è doveroso ammetterlo, dovrà fare un lavoro impeccabile per frenare le mosse del proprio Presidente che, in compagnia del più grande sostenitore di sempre, Elon Musk in versione MAGA total black e tanta energia da mostrare ai suoi sostenitori, è tornato proprio in quella Butler dove la corsa di Trump si stava per interrompere per sempre. Elon Musk ha preso l’elezione del Tycoon per un investimento molto importante, come dimostrano le voci secondo cui abbia donato al suo partito una cifra attorno ai 290 mila dollari solo nel mese di agosto.

A questo punto, cosa ci preoccupava davvero di questo dibattito in televisione tra Waltz e Vance? Che si potessero replicare le stesse dinamiche viste nei confronti di livello superiore, probabilmente. Nulla di tutto ciò è avvenuto, si potrebbe anzi dire che probabilmente chi è rimasto sveglio tutta la notte per seguirlo in diretta da questo lato dell’Atlantico non avrà avuto quello che si aspettava, toni guerrafondai o scambi affilati come rasoi dietro a sorrisi falsi e superbi. Lo spettacolo andato in onda il primo ottobre, invece, ha portato contenuti, magari non sempre alti di valore, ma pur sempre contenuti. Quindi, adesso, il problema: perché siamo sorpresi che la politica abbia svolto il suo compito, una volta su tutte? Forse sta qui il problema: la televisione ci ha portati a vedere le cose con una percezione a cui non eravamo pronti: siamo spettatori in terza persona di tutto, che sia una guerra o uno sceneggiato poco importa, sono emozioni tangibili, azioni che possiamo quasi toccare con mano. Tutto molto interessante, sebbene ormai questo ci abbia tolto il lusso di sorprenderci nel vedere qualcosa per la prima volta, perché lo abbiamo già vissuto da dietro uno schermo. Dall’altro lato, però, in questo nuovo mondo, la politica si è presa la scena, il confronto tra candidati è uno strumento di diffusione di programmi e idee senza paragoni, permette anche di dare una terza dimensione all’individuo perché direttamente a contatto con chi sta affrontando. Questo modo di fare politica, tuttavia, ha aperto la strada ad una schiera di personaggi che sono stati in grado di ingurgitare gli altri con il proprio carisma, anche quando magari a idee e progetti erano indietro di lunghezze fuori scala. Eppure, un sorriso, un modo di parlare convincente, una battuta al momento giusto, hanno cambiato magari completamente esiti elettorali già scritti, dati per certi.

Berlusconi è stato mattatore di questo modo d’intendere la televisione, avendola poi tutto sommato fatta proprio lui, quando per esempio ha scelto di scendere in politica con un discorso a reti unificate, oppure quando ha pulito la sedia su cui poco prima era seduto Travaglio. Poco importa se toccherebbe lasciarlo andare ormai, a più di un anno dalla sua morte, il suo peso è tutt’ora tangibile nel Parlamento italiano ed europeo, anche grazie a Tajani che, conscio dei limiti di Forza Italia nel mantenere il suo elettorato al di fuori delle case di Meloni e Salvini, lo continua a riesumare ad ogni campagna elettorale per puntare sulla nostalgia canaglia di chi lo ha seguito fin dentro il suo eterno giaciglio.

Provocatoriamente, ho sempre pensato che la deriva di contenuti in favore di uno spettacolarizzare la politica sia sempre da ricondurre all’esistenza di Berlusconi, sostenendo quindi la teoria per cui, se la politica mondiale adesso ha altri esponenti di questa dottrina da mettere in mostra, molto sia da riconoscere alla potenza del modello “zero”, made in Arcore. Ovviamente la moda possiamo averla lanciata noi, ma in America ne hanno fatto il capolavoro con Trump, come ben sappiamo; e adesso ci annoia vedere politici ricoprire effettivamente il loro ruolo? Forse siamo cambiati noi, forse il mondo ci ha cambiati. E forse, stavolta, sarebbe il caso di capire cosa ci è successo quando cerchiamo una scena che dovrebbe appartenere alla satira nella massima espressione della democrazia.

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