Due guerre e mezzo

Mai come oggi sentiamo parlare di guerra da ogni parte ci giriamo: mentre alle porte d’Europa si combatte ormai da tre anni, lo scontro eterno tra Israele, Palestina e ogni altro possibile Stato affacciato sul Medio-Oriente ha preso la scena prepotentemente sin dal 7 ottobre dello scorso anno. Nel frattempo, una grande minaccia si percepisce forte a Est, con la Cina che ha più volte violato lo spazio aereo e marittimo attorno a Taiwan, grande oggetto del desiderio di Xi. Con le elezioni americane, è probabile che si decida anche l’esito di queste tre situazioni critiche, nel bene o nel male. L’Unione Europea, come sempre, deve per forza stare alla finestra, incapace di avere un ruolo chiave in tutti gli scenari elencati, soprattutto militarmente.

0
779

Eppure ci avevamo sperato tutti che le sanzioni economiche varate avrebbero potuto indebolire la Russia a tal punto da costringere Mosca a ritirarsi velocemente, così come credevamo che, con migliori armamenti, l’Ucraina avrebbe potuto resistere tanto a lungo da far desistere Putin. L’ingaggio di soldati dalla Corea del Nord, uniti agli accordi commerciali con la Cina, hanno iniettato linfa nei progetti del Cremlino, oltre ad aver spento le speranze di chi credeva che la Democrazia – per quanto Kiev sia lontana dal concetto occidentale di libertà democratica – avrebbe potuto sconfiggere la violenza. Cosa è successo invece da quel momento? Georgia e Moldavia, paesi ormai avviati da tempo ad accogliere i dettami dell’Unione Europea, fanno i conti con pesanti frange filorusse, mentre la Germania che aveva sostenuto Kiev dal primo minuto si sta sciogliendo come neve al sole, di fronte ad una ripresa economica che stenta, pesantemente indebolita dalla situazione che la guerra in Ucraina ha causato. Per non parlare di Francia e Italia, dove chi era al comando due anni e mezzo fa, ora è molto più debole e impossibilitato a prendere il posto di Berlino.

Gli Stati Uniti, dal loro canto, hanno prodotto uno sforzo economico incredibile per aiutare Zelensky a fronteggiare il loro nemico comune, ma le condizioni precarie di Biden, oltre alle elezioni che proprio adesso si stanno tenendo, potrebbero essere letali per questo filo rosso che unisce Kiev e Washington. Trump, una volta vicino a Putin, potrebbe mettere fine al sostegno a Kiev? Quasi impossibile, ma come vedremo più avanti, non si può dire con certezza che continuerebbe a produrre debito per risolvere una situazione distante migliaia di chilometri. Per quanto concerne la volontà di Kamala Harris, ci si può aspettare una sorta di continuità con il suo mentore e predecessore, ma la domanda sorge spontanea: per quanto ancora?

Non va meglio in Medio-Oriente, dove dopo tredici mesi abbiamo una situazione anche peggiore delle aspettative più nere: da una parte, Hamas che perde i propri esponenti di rilievo con cadenza ravvicinata, eppure è ancora lì; il Libano che ricomincia ad essere una polveriera e teatro di un conflitto che non dovrebbe nemmeno appartenergli, ma con un governo ingessato da faccende economiche disastrose, lotte interne tra le varie religioni e un confine caldo e incontrollabile anche per le forze Onu, si trova a dover sorreggere il peso di una guerra da cui uscirà sicuro sconfitto; per finire, Israele, dove c’è chi invoca alla “soluzione finale” della questione Palestinese, puntando a prendersi Gaza e liberarla ad ogni costo da chi, tecnicamente, era lì da ben prima degli anni ’40. Che l’idea di due Stati che convivono in quell’area sia ormai irrealizzabile è chiaro. Tuttavia, la soluzione al momento non esiste, così come non si riesce nemmeno a trovare una buona ragione per una tregua che permetta quantomeno di intervenire in favore di chi sta perdendo tutto, cittadini ormai abituati a vivere tra macerie ed esplosioni. Come se non bastasse, adesso si attende anche un ingresso più deciso da parte dell’Iran nel teatro di battaglia.

Un punto molto delicato, questo della guerra Israelo-Palestinese, su cui si giocano moltissimi voti sia Harris che Trump, date le grandi fazioni che appoggiano entrambe le parti coinvolte in questa guerra. Vedremo cosa succederà in questa tornata elettorale, durante la quale il tema è stato preso con le pinze più dai Democratici magari, ma che sicuramente consegnerà a chi vincerà una situazione grave in cui la superpotenza più antica del mondo dovrà per forza di cose intervenire decisamente. Difficile poi credere che il dossier su questa guerra non si espanda ancora nel periodo che va da oggi all’insediamento del nuovo Presidente.

Come se non bastasse, la Cina sta stringendo la morsa attorno a Taiwan, una volta patria della Cina riconosciuta dalle Nazioni Unite, oggi centro nevralgico degli interessi economici del mondo, soprattutto per il comparto elettronico, dato il simil-monopolio industriale andatosi a creare nell’ultimo decennio e che vede le industrie di micro-chip più importanti risiedere in questa piccola isola.

Non sappiamo se Pechino proverà a occupare davvero Taiwan nel giro di poco tempo, né se davvero riuscirà nella sua impresa. Ciò che è certo è che gli USA non sembrano in grado, eventualmente, di impedire questo ipotetico tentativo. Dall’altro lato, Trump ha già affermato in campagna elettorale che il sostegno a Taiwan potrebbe addirittura diventare  “a pagamento”, se non cessare. Risultato di queste affermazioni: crollo repentino del valore delle azioni di tutte le compagnie più importanti di Taiwan, oltre che del comparto collegato a quest’industria in tutto il mondo, tranne un solo titolo, ovviamente americano: Intel.

Proprio dalle parole di un semplice candidato, non ancora Presidente, abbiamo avuto una rinascita del colosso Americano, incerottato da alcuni pesanti errori nell’interpretazione dei cambiamenti del settore, ma ancora molto importante dal punto di vista strategico. Essendo di fatto il più grande gruppo nell’industria dei microchip non asiatico, Intel è ad oggi l’unico baluardo su cui gli Stati Uniti possono contare in caso anche solo di un attacco dalla Cina verso Taiwan. Ovviamente questo è chiaro anche a chi, per poche ore ancora, è stato seduto nello Studio Ovale per gli ultimi quattro anni, come dimostrano i pesanti finanziamenti statali di cui ha potuto giovare l’azienda anche solo nell’ultimo anno. Questa importante iniziativa può forse indicare cosa potrebbe succedere nei prossimi anni, ma non possiamo dirlo con certezza. Di certo, oggi più che mai siamo davanti ad una crisi che potrebbe scoppiare senza avvisaglie particolari, come successo nel 2022 con l’inizio delle operazioni militari in Ucraina da parte della Russia.

In tutto questo, l’Europa resta alla finestra: sebbene il suo peso nella questione di Taiwan sia veramente nullo per cause di forza maggiore, il discorso può essere diverso negli altri scenari di guerra. Tuttavia, abbiamo visto come Israele abbia deciso di sparare contro le basi Unifil italiane senza troppi complimenti e senza grandi effetti in Europa, se non sgomento. Una convocazione dell’Ambasciatore, tuttavia, è stata per il momento l’unica risposta presa in considerazione dal Governo Italiano, una figura degna delle donne di Sant’Ilario cantate da De André in Bocca di Rosa.

L’unico vero teatro in cui l’Europa ha detto qualcosa di più è stato quello ucraino, ma la presidenza istituzionale nelle mani di Orban potrebbe essere fatale per i prossimi mesi; e mentre il più grande alleato di Putin nell’Unione può far valere la propria voce, chi aveva sostenuto Kiev potrebbe andarsene a casa, come Scholz.

Questo quadro drammatico ci porta adesso davanti ad un bivio: l’Unione Europea deve diventare più forte, oppure può prendere in considerazione l’idea di una dissoluzione? Un’organizzazione sovranazionale senza poteri in politica estera rischia di diventare un naufrago che cerca un salvagente per restare a galla, senza però potersi mai salvare da solo. E allora a che serve?

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il commento!
Inserisci qui il tuo nome