Si incontrarono una sera di maggio in cui la luna illuminava quel ponte sospeso sul Tevere. Lei si nutriva del buio e dei pensieri che ostacolavano il suo cammino; le panchine desolate incorniciavano il quadro di una città che mai vive il silenzio, ma quella sera la solitudine era protagonista, stava sullo sfondo. Un libro, compagno fedele di silenzi segreti, avvicinava il suo cuore a due stranieri cuciti su pagine logore come la sua esistenza. Le parole erano l’arma della sua libertà, ciò a cui si aggrappava quando non capiva il corso degli eventi e il caos della città che tanto amava e odiava. Era sola sui tram, guardava la gente ridere e parlare, cantare e piangere; lei, ferma come nello scatto di una polaroid, immaginava di essere altrove, dove non si sa. Ma quella sera era in compagnia di frasi capaci di allontanarla dalla frenesia delle strade e immergerla nel tumulto di parole altrui che comprendeva. Non riusciva mai a trattenere il fiato prima di pensare; si uccideva di “perché” a cui non voleva dare risposte.
Lui camminava a testa bassa scansando con i piedi i sassolini lungo il marciapiede di quello stesso ponte in cui lei viveva la sua storia interiore. A volte alzava lo sguardo per cercare occhi conosciuti ma vedeva solo lampioni che sembravano fissarlo con insistenza. Erano giganti ingombranti che illuminavano il buio, e lui non voleva, desiderava spegnere l’incendio di un’anima tormentata. Parlava a bassa voce con il sé raggiante che aveva perso da tempo; dialogava con lo sconosciuto che era ancora in lui e non conosceva più.
Stava per incontrare una similitudine ma non lo sapeva. Due mondi vicini crearono un microcosmo impenetrabile, ricco di incomprensioni e misteri. Gli occhi si incrociarono all’improvviso, bastò un secondo e il ponte divenne folla di profondità nascoste a tutti. Gli stranieri di quelle pagine si incarnarono in una realtà invisibile agli altri. Gli sguardi danzavano su note silenziose e potenti annullando la distanza che separava i loro passi; lei sorrise incredula di assistere alla magica sintonia di due sconosciuti che il fato aveva fatto incontrare in una notte buia ed eremitica. Lui, timido e assorto, si risvegliò da quel sogno che durava da tempo, la guardò perdendosi nella luce dei suoi occhi e capì tutto. Vide se stesso in ciò che non conosceva ma lo attraeva ritrovando l’estraneo che era in lui e si amò di nuovo.
Il Tevere inondò il ponte avvolgendo quelle anime solitarie che per la prima volta vissero l’emozione dell’unione, della comprensione. Era bastato un secondo per connettere eternamente due persone destinate a perdersi tra la gente.
La profondità di quell’incontro resistette al tempo, allo scorrere delle stagioni, all’apocalissi della gente in continuo movimento. Tutto si era fermato per un istante impercettibile agitando il cuore di due incompresi.

