Cara Luna, ricordi quando Giachi guardando il cielo stellato lo proclamò suo? Non smettevamo di ridere, anche se l’erba secca sotto di noi pungeva più dei maglioni di tua madre. Non ci serviva molto, passavo pomeriggi a scrivere mentre te leggevi, distraendomi continuamente con un sorriso o un volare di pagina, sorseggiando il solito tè. Le giornate non correvano, non morivano bruscamente controvoglia, si limitavano a spegnersi quando più opportuno, a scivolare dietro la collina con la promessa di un’alba più fresca. Per questo avevamo scelto quel vecchio casale immerso nel nulla, la campagna riusciva a liberarci dalle pesanti vesti di angoscia, regalandoci una nudità serena, quella di cui avevamo bisogno dopo gli incubi urbani. Ricordi quanto si divertiva Giachi? Inseguendo il vecchio Rufus tentando di afferrargli la coda, o parlando faccia a faccia con il vento per farlo calmare e lasciar in pace le lenzuola stese al sole ad asciugare: “Ci parlo io”, Diceva serio. Aveva un tale entusiasmo per ogni piccola cosa; ero così felice che in questo fosse diverso da me ed era merito tuo, che rendevi angelico anche il più insignificante dettaglio, anche il suono del mestolo che girava la marmellata di prugnole nella pentola di rame. Non sapeva sorridere senza piegare tutta la pelle della fronte, corrucciato e con ancora i germogli attaccati alle gengive. Le stelle erano diverse da quelle che tentavamo di spiare dalla finestrella della vecchia casa in città, si mostravano libere, senza paura di apparire, e non c’era altro ad illuminare le nostre nottate, fresche anche a Ferragosto. In quei momenti, Luna, la mia rabbia verso ogni cosa veniva meno, ed ero sicuro che l’eternità fosse racchiusa in un minuto, in una folata di vento o una carezza. Ricordo il sapore delle nuvole basse che dominavano silenziose la vallata, pronte per essere raccolte da uno stecco da zucchero filato. Rufus gli abbaiava pure di tanto in tanto, anche di notte mentre dormivamo, solo per ricordarci che l’intelligenza non era una sua dote naturale, ma si faceva perdonare in una sgrullata di orecchie. Anche quando iniziò ad arrancare scappava da Giachi con la stessa voglia di sempre, ma ormai acciuffarlo era facile. Si ritirava sempre più presto nel piccolo ex fienile, e sento ancora addosso il sudore di quando Giachi non si trovava e lo vedemmo lì insieme a lui, addormentato con la mano sulla zampa e un suo orecchio sulla guancia; la terra nuda sembrava un cuscino piumato per loro. Mi piace pensare che a modo suo Rufus fosse consapevole d’esser vecchio e attendesse solo che Giachi fosse pronto. Il giorno che scelse coincise esattamente con quello della caduta dell’ultimo dente da latte di Giachi. Sembrava che l’affetto provato da Rufus gli permettesse di arrivare dove il suo intelletto si fermava. Era un giorno di tramontana, la nebbia era stata spazzata via dal cambio delle correnti, il sole arrossiva fiero e distante sopra alla collina.
“Dov’è Rufus?”
“È andato via”
“Dove?”
“È volato dietro la collina”
“Perché?”
“Perché era stanco”
“E come ha fatto a volare?”
“Con le orecchie gnometto, ti ricordi che grandi orecchie ha?”
“Perché non mi ha salutato?”
“È partito nella notte, a nessuno piacciono gli addii sai?”
“Non lo possiamo andare a trovare quindi?”
“Anche volendo non potremmo, vedi che orecchie piccole che abbiamo?”
Ho sempre reagito in modo strano nei momenti di lutto, solitamente allo sciame di mosche che si gettava sul mio sconforto seguiva un riso amaro, mi rendevo conto di star provando emozioni forti, dosi massicce di vita, ed in quel dettaglio universale ritrovavo l’intero dizionario di un’esistenza, ciò per cui si vive. Forse sbagliai a raccontargli la storia in quel modo, forse dovevo semplicemente essere sincero. Non volevo che nostro figlio diventasse come me, che il cinismo iniziasse a piantar radici in lui da così piccolo. Avevo paura.
Giachi non ebbe reazioni eccessive, lo ricordo bene. Sembrava triste ma non tristissimo, attivo ma non moltissimo, affamato ma non particolarmente. Al vento parlava ancora, ma sottovoce. Come se Rufus gli avesse rubato un pezzetto d’anima per poi nasconderlo come un osso prezioso. Anche noi non stavamo bene, ma con anni e dolori avevamo capito come affrontare momenti del genere, come comprendere la natura delle cose e scordarcene, perché il superamento di una perdita non avviene per accettazione, cosa vuoi accettare? Avviene per abitudine. I ricordi ammansiscono nella nebbia dei giorni nuovi e ciò che si amava diventa volatile, delle immagini, dei guaiti, delle frasi sparse. Ci si abitua all’amore senza verso e lo stesso dolore è cheto dopo aver fatto terra bruciata. Ciò che rimane sono gli spazi vuoti di cui siamo la crisalide e che con gli anni diventano gli unici compagni. E non si cerca qualcuno in grado di riempirli, è impossibile, ma qualcuno in grado di vederli.
Quella primavera mi ricordò quelle da ragazzino, il non capire acerbo come le albicocche più alte, le più belle e lontane regine di alberi ossuti. Le notti nella serena freschezza di lenzuola infinite e i primi vuoti, sparsi come tuoni tesi tra una valle e l’altra durante i temporali. Una stretta che sale dallo stomaco senza scappare mai, mescolandosi alle volte con la nostra ombra. Turbinii di linfe nuove equilibravano il bosco dietro casa, inumiditi i fusti e gocciolanti all’alba le botti di vino. Si giocava a nascondino dietro alle fascine di legno zuppe nel tiepido rimprovero dei miei genitori. Ferdinando era un gatto elegante come un aristocratico decaduto e dai lunghi mustacchi marroni. Non l’avevamo scelto, era arrivato senza preavviso, senza disturbo, come conte convocato dalla primavera. Sorvegliava i nostri pomeriggi durante i pasti che dignitosamente divorava davanti casa, lasciati con cura da mia madre in una ciotolina. Ferdinando divenne un monumento immobile, era per noi una certezza il suo sguardo fino a sera, così come il suo felpato vagabondare notturno. Ogni qual volta uno spiffero turbava l’equilibrio dei sogni, o un raschiare di grondaia li tramutava in incubi, sapevo che Ferdinando era là fuori, coraggioso e distinto custode della casa. Col passare delle stagioni mutava il suo manto, e anche se a volte si faceva attendere per settimane, alla fine rispuntava maestoso come non se ne fosse mai andato. In inverno era ospite gradito accanto al camino grande, dove un cuscino a trapunta ne attendeva le asburgiche ronfate, mentre d’estate lasciava alla corteccia di una quercia il compito di spazzolarlo e alla sua ombra quello di accoglierne il sonno. L’ultima volta che lo vidi era agosto e un caldo allucinante squarciava le cime dei cespugli di alloro. Rincorrevo le lucertole senza voglia di catturarle. Ferdinando mi scrutava dall’ombra della quercia, acciambellato sulle foglie secche superstiti dell’inverno precedente. Maestoso e claudicante si mosse verso di me e la sua coda mi carezzò con l’eterea consistenza d’un essere raffinato. Aveva l’aria di chi parte senza meta per il pretenzioso gusto di incamminarsi, sapendo che chiunque si scanserebbe al passaggio di tale avventuriero. Non seppi più nulla di lui, che ai miei occhi resta ancora vagabondo presso le più grandi corti del mondo.
Giachi tornò alle vecchie abitudini d’una volta con lo scorrere dei temporali e l’avvicendarsi delle stagioni, ma qualcosa in lui era cambiato, nell’immensità dei suoi sguardi, nel ruscello di ogni sorriso. In lui notai lo splendore curioso dell’avventuriero, lo stupore che accompagna il bambino alla soglia dell’adolescenza sembrava in lui più profondo. Girato verso la collina, a favore di vento, sembrava un angelo smemorato che a fondo ha conosciuto la meraviglia d’ogni cosa ma sogna di fuggire a scoprirla. Lì, bozzolo tra i venti pietosi, Giachi fissava la collina, e nel frusciare d’ogni ramo e nel frugare d’ogni volpe, la collina fissava Giachi. Aveva stabilito un contatto diverso con ciò che lo circondava, sentivo che ci stava scivolando via. Ricordo di non aver dato peso a fondo alle mie paranoie fino al giorno in cui dall’ampia finestra della cucina vidi Giachi seduto a gambe incrociate in mezzo a un prato. Lontana, davanti a lui, seduta con eleganza regale, una volpe, impettita e fiera lo scrutava dal suo cappotto bianco arancio. Avevano lo stesso sguardo da spiriti sinceri, un crepitio di fuoco ruggiva dai loro occhi divorando il sottile cigolare delle persiane al vento. Sembrava che l’intero universo fosse muto davanti alla più primitiva e profonda intesa a cui anche quelli che non lo sanno ambiscono. Non vidi nostro figlio Luna, vidi qualcosa di diverso, un altrove che mi lasciò senza suoni. Si alzarono parlando in ogni lingua antica e inesistente nel ritorno alle loro tane. Potrà sembrarti sciocco, ma a volte mi piace pensare che tutta l’acqua che riempì il sempre secco fosso vicino casa in quella stagione, fosse il pianto cheto del colle, che sempre aveva vegliato su Giachi come monumento silenzioso.
Poi quella notte di stelle vive e la porta di casa socchiusa. Quella luce fioca della luna lo chiamò come madre infinita e premurosa, e Giachi scivolò nel buio in un battito d’ali di falena. Sono tante le cose che non so Luna, forse tutte. Ma so che non fu colpa tua, non fu colpa di nessuno, credo che Giachi avesse già preso una decisione. E così, nel giorno in cui non parlò al vento, il vento cantò a lui. Le ricerche furono mesi bucati, il colle lo nascose, complice. E gli insegnò a volare come a ogni suo figlio. Così voglio ricordarmi di Giachi, Luna, il giorno in cui decise di volare, lo fece. Sono sicuro che sia felice ora e che voglia lo sia anche tu.
Sempre tuo, Amedeo.

