Viaggio nel regno delle tenebre

A scherzare con la mente, a volte ci si brucia

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“Se il mondo finisce, non me ne frega. La mia psiche è una fortezza, ma spero che ancora regga”. Così recita una famosa barra di Guè in Champagne 4 The Pain, brano contenuto nel mixtape Fastlife 4, rilasciato nell’aprile del 2021 dal famoso rapper di Milano. Da parte dei personaggi del mondo dello spettacolo non siamo stati certo abituati ad aperture verso la sensibile tematica della salute mentale, ma nell’esperienza quotidiana sarà certamente capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di dover affrontare una difficoltà di questo tipo, e di venire a conoscenza di situazioni simili da amici o parenti nelle conversazioni più intime.

Ma come può nascere un’allucinazione che ben presto diviene collettiva e che può generare disinformazione in una nazione intera? Uno dei casi più diffusi riguarda il (ri)vivere e il riportare alla mente quello che crediamo essere un vissuto assodato e indelebile, che inspiegabilmente inizia a vacillare e del quale non crediamo di essere più tanto sicuri. Un istante consapevolmente paradossale, ma allo stesso tempo inquietante e da far accapponare la pelle. Quel gelido brivido che trapassa anima e corpo nel momento esatto in cui realizziamo di non avere la certezza assoluta di un ricordo che pur sembra essere così vivido, quasi palpabile di fronte ai nostri occhi. Il frangente in cui una certezza sembrerebbe traballare per far spazio al dubbio e al tentennamento. 

Lo strano caso della famiglia Ingram

Un caso di crollo, di mistero e di manipolazione psichica è avvenuto negli Stati Uniti, e si sta facendo conoscere da poco anche nel nostro Paese. La vicenda, già nota negli States, è stata raccolta nel libro Remembering Satan: A Tragic Case of Recovered del 1994, tradotto solo dallo scorso giugno in italiano con il titolo di Inferno americano: Storia di una famiglia (trad. it. Paola Peduzzi, Nr edizioni, 2024 [1994], pp. 210, euro 20). L’autore è il giornalista investigativo americano Lawrence Wright, classe 1947, vincitore del premio Pulitzer per la saggistica nel 2007 con il libro Le altissime torri: come Al-Qaeda giunse all’11 settembre (nella versione originale The Looming Tower: Al-Qaeda and the Road to 9/11).

La pubblicazione segue le vicende dell’inchiesta giornalistica condotta dallo stesso Wright nel 1994 a seguito di una notizia di cronaca realmente avvenuta sei anni prima, il 28 novembre del 1988 a Olympia, capoluogo della contea di Thurston, nello stato di Washington, del quale è capitale.

In quell’anno le due sorelle Ericka e Julie Ingram, di 22 e 18 anni, denunciano il proprio padre, Paul Ingram, per abusi sessuali e stupri subiti per anni tramite torture, avvenuti nel corso di celebrazioni di gruppi satanici, di cui l’uomo avrebbe fatto parte. Secondo le stesse testimoni, nel corso dei cerimoniali sarebbero inoltre avvenuti reati di ogni tipo, dagli aborti forzati fino agli infanticidi.

Fino ad allora l’uomo era conosciuto in città per essere il vice capo civile dello sceriffo, nonché presidente del Partito Repubblicano della contea, padre di cinque figli, membro di una congregazione protestante fondamentalista, la Church of Living Water, garante dell’ordine del quartiere. Insomma, il classico ritratto del cittadino americano medio, bianco, credente, incarnazione della legge patriarcale, pronto per la grigliata domenicale in giardino.

A riportare l’accaduto e a suscitare l’attenzione del cronista, come lui stesso racconta in un’intervista per La Repubblica, fu il suo analista, tramite il quale venne a conoscenza di un vero e proprio fenomeno di massa nella società americana degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90, che vedeva donne con disturbi della personalità dichiarare di essere state vittime di sequestri e di aver subito violenze sessuali.

L’anomalia nelle testimonianze di Paul

Il caso della famiglia Ingram balza agli occhi dell’opinione pubblica a causa delle controverse confessioni del padre. Nonostante in un primo momento avesse dichiarato di essere del tutto estraneo ai fatti, a seguito di alcuni “suggerimenti” stranamente precisi degli inquisitori,(lo sceriffo, Gary Edwards, e l’altro suo vice, Neil McClanahan, insieme ai detective Joe Vukich e Brian Schoening), della cieca fiducia riposta nelle figlie e dell’aggravarsi delle accuse, l’uomo decise di ritrattare la sua testimonianza, ammettendo non solo di essere colpevole, ma aggiungendo dettagli man mano più efferati e accurati.

La versione definitiva estrapolata dalle testimonianze conduceva ad un ciclo di delitti compiuti in un arco di oltre quindici anni e che allargava i sospetti a gruppi di amici della famiglia e ad ulteriori colleghi del dipartimento.  

All’interno degli interrogatori, ambigui e lacunosi nel loro insieme, viene notato l’emergere delle ammissioni solo in concomitanza di input iniziali, nascosti sotto la falsa veste di “aiuti” per il recupero dei ricordi. In realtà i ricordi erano avanzati dagli inquirenti e da una serie di esperti scelti per tracciare un quadro psichico dei soggetti (psicoanalisti alle prime armi e il pastore evangelico della famiglia, John Bratun). A partire dalle sollecitazioni prendeva avvio la ricostruzione degli eventi da parte dell’imputato, confermata in seconda battuta dalla famiglia, e che valse la condanna a vent’anni di carcere, scontata fino al 2003. Solo nel 2014 ci fu una revisione del processo che sancì l’innocenza di Ingram, anche grazie alla testimonianza di Wright. Dei delitti di sangue e di interruzione violenta di gravidanza, inoltre, non furono mai rinvenute tracce o indizi tali da comprovare i reati. 

Il mosaico da ricomporre

Il caso Ingram ha avuto il merito di aver portato all’attenzione di tutti due questioni con le quali la società nord-americana fu costretta a fare i conti. La prima, di natura prevalentemente psicologica, intreccia a doppio filo la memoria recuperata e la sindrome della falsa memoria, ulteriormente correlate al loro utilizzo nelle risoluzioni di vicende giudiziarie. Nel caso preso in considerazione, solo in un secondo momento è stato possibile appurare come sia le “vittime” che il “carnefice” fossero stati assistiti da consulenti seguaci della Terapia della memoria recuperata (in inglese Recovered-memory therapy, RMT), consistente in una serie di tecniche messe in atto, secondo i suoi sostenitori, per permettere il recupero di eventi traumatici depositati nel subconscio e riportabili alla memoria. La teoria della memoria recuperata è fortemente osteggiata dalla comunità scientifica ed è stata dimostrata la sua complicità nella creazione di falsi ricordi, come anche la sua pericolosità per la salute mentale dei pazienti e per la vita delle persone a loro care. Lo stesso Wright offre una definizione di ricordo falso, spiegando che si tratta di “ricostruzioni elaborate fatte in buona fede di fatti mai avvenuti”, aggregazioni di stimoli esterni associate dalla mente a elementi propri. Altri studiosi di rilevanza internazionale, come Elizabeth Loftus e Richard Ofshe, sono stati schierati in prima linea a favore di quest’ultima spiegazione.      

Durante lo svolgimento delle indagini, insieme a Wright, solo un altro tra gli esperti nominati giunse a dichiarare l’inattendibilità delle testimonianze, causate dall’influenza di ricordi creati ad hoc da terzi (e nei fatti mai avvenuti), instaurando avvenimenti negativi anche nella mente del soggetto incriminato, e riconosciuti dalle figlie. La creazione di “falsi ricordi” fu causata, almeno per quanto ricostruito dalle indagini, dalle suggestioni di libri e di alcuni talk show, in una bieca caccia al satanismo scatenatasi soprattutto nelle zone rurali degli Stati.

Il secondo spunto di riflessione è conseguenza del primo e apre uno scorcio sul fenomeno storico conosciuto negli Usa come Satanic panic, “panico satanico”. Si contestualizza in un periodo di isteria collettiva, radicata in particolar modo nelle realtà politicamente più conservatrici e dalla fede cristiana intransigente, verso il pericolo del culto satanico e dei complotti mondiali contro l’antico schema dei valori tradizionali. I falsi ricordi generarono, in misura maggiore nel periodo compreso tra la metà degli anni ‘80 e gli anni ‘90, un’ondata di oltre 12 mila denunce per il reato di “abuso rituale satanico (SRA)”. Il termine fu coniato proprio in quel periodo, a partire dalla pubblicazione del discusso romanzo Michelle Remembers, basato sul racconto delle violenze subite da Michelle Smith, ricostruita tramite la RMT, e che sembrava confermare le tesi cospirazioniste. In quegli anni, tra le fasce più giovani della popolazione cresceva l’influenza di libri, film, videogiochi, giochi di ruolo e generi musicali come l’heavy metal, che si pensavano creati appositamente per adescare nuovi adepti ai culti satanici. Il libro ebbe l’effetto di scatenare un’ondata di panico generalizzato. 

In realtà si scoprì che la famiglia Ingram era da anni entrata in contatto con il pentecostalismo, tramite la comunità della Church of Living Water, movimento che credeva nella rivelazione diretta di Dio al credente e che la stessa esperienza potesse succedere anche per mano del Diavolo, capace di rimuovere i ricordi dopo aver condotto la persona nel peccato. Secondo quanto scritto da Wright, sarebbe stata proprio una consulente di questa emanazione, Karla Franko, ad infondere l’idea di aver subito degli abusi nella giovane Ericka, sempre ispirata da Dio, scatenando quanto avvenuto in seguito. 

Sulla vicenda sono stati realizzati un film per la televisione, Forgotten Sins, nel 1996 diretto da Dick Lowry e un di un film breve (33 minuti) del 2013, PAUL: The Secret Story of Olympia’s Satanic Sheriff, del regista Nik Nerburn. E’ disponibile anche un sito web dedicato al caso dove seguire e ricostruire, passo per passo, gli avvenimenti delle inchieste.        

Wright sigla l’intervista affermando quanto sia compito dei ”media raccontare le cose come stanno. Dire la verità è l’unico modo per permettere a tutti di prendere le decisioni migliori”. Aggiungiamo noi che, nonostante oggi si abbiano a disposizione tutti i mezzi per poter accedere anche in forma autonoma ad una conoscenza scientificamente comprovata e in grado di motivare i fenomeni di ogni tipo, c’è ancora chi preferisce rifugiarsi in consolazioni dal gusto folkloristico e dalle spiegazioni bizzarre. L’ignoranza è una brutta bestia (di Satana).

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