Solingen è una città della Renania Settentrionale-Vestfalia, fondata 650 anni fa, occasione per cui erano stati organizzati vari eventi pubblici, tra cui concerti dal vivo e altre manifestazioni culturali. L’attacco è avvenuto nel cuore delle celebrazioni, precisamente nella piazza principale della città, il Fronhof, dove erano presenti numerosi cittadini e turisti. Alle 21:45, l’aggressore ha iniziato a colpire a caso i presenti con un coltello, mirando deliberatamente al collo delle sue vittime. Le vittime, una donna e due uomini, erano originarie di Solingen e Düsseldorf, e non sembra ci fosse alcuna connessione personale tra loro e l’assalitore, come sarebbe poi stato confermato sia dall’identità delle persone fermate – due complici – sia dalla rivendicazione dell’ISIS, che già aveva provato a colpire il cuore dell’Europa qualche settimana prima, in occasione del tour della Pop Star americana Taylor Swift.
Le indagini hanno condotto ad un ragazzo di 15 anni ospite di un centro per richiedenti asilo a poche centinaia di metri dal Fronhof, il quale è stato riconosciuto come un interlocutore dell’attentatore da alcuni testimoni. Un altro arresto, sempre di un cittadino ritenuto vicino all’ISIS, ha contribuito ad infiammare il dibattito. A livello politico, l’attacco ha già avuto ripercussioni sulle politiche di sicurezza interna e sulle relazioni internazionali della Germania. Innanzitutto, è bene citare la Ministra dell’Interno tedesca, Nancy Faeser, che aveva da poco annunciato un innasprimento delle leggi volto a vietare il trasporto in pubblico di coltelli con lame oltre i 6 centimetri di lunghezza, oltre che l’uso di coltelli a serramanico.
A questo si unisce il problema della percezione dei richiedenti asilo, i quali hanno sempre cercato in Germania un porto sicuro, spinti dalle condizioni di vita particolarmente positive, anche a confronto con il resto d’Europa. È doveroso ricordare che, sin dall’inizio della guerra in Siria, centinaia di migliaia di rifugiati siano arrivati dai Balcani in Germania, avviando un processo di integrazione che, purtroppo, non è riuscito fino in fondo, nonostante vi siano sicuramente storie molto positive.
Eppure, la tendenza degli ultimi anni è stata di una repulsione da parte dei cittadini tedeschi, accelerata ed inasprita dal difficilissimo momento che l’economia di Berlino sta vivendo. Infatti, tra una ripresa economica post-Covid che non decolla, resa peggiore dalla crisi dell’industria interna, e la zavorra economica che il sostegno all’Ucraina porta sulle casse dello Stato, il problema della migrazione sembra sia sempre più sentito. Non a caso, le elezioni che ha coinvolto i Lander di Turingia e Sassonia hanno prodotto un risultato storico: non solo i socialdemocratici di Olaf Scholz, l’attuale cancelliere, ha raccolto il 10% delle preferenze con i suoi alleati, ma Alternative für Deutschland (AfD) ha segnato una crescita impensabile anche solo pochi mesi fa. I due Lander, che ironia della sorte vengono dalla Germania Est Comunista, hanno scelto in massa di votare per un partito di estrema destra, anti-immigrazione e anche euroscettico. E se in Sassonia la maggioranza è stata comunque conquistata dalla CdU, esponente pur sempre moderata della destra, in Turingia la vittoria è arrivata, sfiorando il 33%. A peggiorare il quadro, in entrambi i casi il podio ha visto una sola forza di sinistra, quella del BSW, anch’esso contrario alle attuali leggi sull’asilo e al sostegno all’Ucraina. E mentre sulla questione immigrazione il governo ha risposto, dopo gli attacchi, con una legge più stringente e anche rimpatriando 28 siriani, sulla questione della Guerra in Ucraina, il dibattito resta. Se da un lato gli esponenti di AfD hanno più volte parlato di un avvicinamento della Germania e di Mosca, dall’altro lato BSW ha chiesto di cessare il sostegno a Kiev e aprire negoziati con Putin.
La Germania è stata sin dal primo momento un importante sostenitore dell’Ucraina, portando a più riprese la questione sul tavolo in Europa, e mettendo spesso quote più alte rispetto agli altri Stati dell’Unione. Al momento, però, pare che il popolo tedesco veda quantomeno altre priorità davanti a sé, e queste elezioni ne sono la prova. A poco serviranno le dichiarazioni di Scholz, che ha parlato di AfD come i responsabili dell’indebolimento del Paese. In un momento in cui il governo si trova ai ferri corti con sindacati, preoccupati da una recessione ormai certa e dall’impoverimento dell’industria, con Volkswagen sempre più vicina al licenziamento di molti dipendenti in barba agli accordi che garantivano uno stop agli esuberi fino al 2029, le questioni scottanti sul tavolo sono diventate troppe.
Allo stesso tempo, viene da chiedersi cosa succeda alla Germania, un paese che circa novant’anni fa dava inizio ad uno dei periodi più bui della storia del mondo. Sebbene il disegno totalitario di Hitler sia naufragato, e nonostante siano state dedicate moltissime energie ad arginare un rigurgito di quegli ideali durante i decenni passati, la fiamma del nazionalismo più estremo parrebbe non essersi spenta del tutto.
Arendt, così come molti altri volti illustri nel panorama accademico, hanno sempre riconosciuto come l’arma più potente del nazismo il carisma del Leader, la sua forza, l’immagine a cui aggrapparsi per uscire dalla crisi. Le pesanti riparazioni di guerra che hanno tenuto la Germania sotto il controllo dei paesi vincitori della Grande Guerra hanno portato alla ricerca di questa forza, trovandola nel dittatore più temuto d’Occidente, che seppe tirare fuori dal baratro un paese allo sbando, con un’inflazione che farebbe raggelare il sangue a confronto con quella attuale. Eppure la storia può diventare ciclica in un attimo, e sebbene sembri alquanto improbabile che si torni ad un regime tanto forte e ostile alla Democrazia, un nazionalismo spinto sarebbe comunque in grado di portare la Germania a mettere in discussione moltissime cose, a partire dal sostegno all’Ucraina, ma anche alla sua partecipazione all’Unione Europea, la quale andrebbe a perdere, dal lato suo, il motore economico principale.
Per quanto tutto questo sia fantapolitica, o anche distopia, sarebbe opportuno iniziare anche a prepararsi ad un’importante spaccatura nell’Unione, quantomeno sui temi legati alla guerra e all’immigrazione. Poco importa se vi sono state le elezioni europee due mesi fa, se pensiamo al sentimento emerso in Germania dopo gli avvenimenti di Solingen e le elezioni: il Governo guidato da Scholz, ad oggi, si trova a dover fare i conti con se stesso, e dovrà scegliere se continuare a seguire la sua agenda politica, oppure se ridiscutere gli accordi sull’immigrazione e il sostegno all’Ucraina.
La Germania post-Merkel, suo malgrado, ha perso la capacità di mantenere l’indirizzo politico con forza ed equilibrio impeccabili, e probabilmente questo non è dovuto nemmeno ad incapacità della classe politica, che ha sicuramente ereditato una situazione solida. I conti amari, purtroppo per Scholz, arrivano tutti da fuori, e sono probabilmente il frutto di uno scenario geopolitico in cui Berlino aveva poche altre possibilità da prendere in considerazione.
Resta da scoprire solamente se adesso il governo tedesco deciderà di andare contro la sua natura e abbracciare almeno alcune delle richieste delle forze di opposizione, oppure di affrontare questa crisi di petto e sperare che la tempesta termini al più presto.


