Un grido silenzioso tra bullismo e suicidio

Storia di una generazione allo sbando.

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L’adolescenza è una fase cruciale della vita, caratterizzata da cambiamenti profondi, esplorazione di sé e un forte bisogno di appartenenza. Durante questo periodo, il giudizio dei coetanei e l’immagine di sé che si sviluppa attraverso il confronto con gli altri possono influenzare profondamente il benessere psicologico di un giovane. Quando questi processi si intrecciano con il bullismo, il rischio di esiti tragici come il suicidio aumenta drammaticamente.

“[…] Ancora adesso vengo preso in giro, mi chiamano asociale, apatico, depresso, anoressico, problematico, quello che è meglio che vada a suicidarsi, quello che non doveva mai nascere…ma loro non sanno contro cosa sto combattendo, loro non vivono quello che vivo io, non sanno proprio niente di me. Io non ce la faccio più e, soprattutto, ho troppo odio verso queste persone che mi stanno portando via tutto”. Queste erano le parole di Michele Ruffino, diciassettenne che nel 2018 si tolse la vita gettandosi da un ponte nel Torinese. Lui, come molti altri, è stato vittima di bullismo.

Il bullismo è un fenomeno complesso che include atti ripetuti di aggressione fisica, verbale o sociale, in cui un individuo o un gruppo esercita prepotenze su una persona percepita come più vulnerabile. Le forme possono variare: dalla violenza fisica all’esclusione sociale, fino agli insulti diretti o indiretti. Per parlare di bullismo, secondo gli esperti, devono essere presenti tre caratteristiche principali: intenzionalità, sistematicità e relazionalità. Chi subisce il bullismo spesso appartiene a gruppi socialmente stigmatizzati: persone con disabilità, minoranze etniche o sessuali, o chiunque venga percepito come “diverso”.

Con l’avvento della tecnologia, il cyberbullismo ha amplificato il problema. Questa forma di bullismo utilizza i social media e altre piattaforme online per molestare, denigrare o umiliare le vittime. Secondo l’Istat, il 22% dei giovani vittime di bullismo ha subito anche episodi online. Il cyberbullismo può essere particolarmente insidioso, poiché rende le aggressioni visibili a un pubblico vasto, intensificando il senso di umiliazione e isolamento. Le ragazze, in particolare, sono più esposte a questo fenomeno, il che aumenta il rischio di depressione e disperazione. Crea inoltre, molta tensione, sapere che gli adolescenti che subiscono episodi di cyberbullismo tendono a cercare aiuto meno frequentemente rispetto a chi subisce episodi di bullismo diretto.

Un sottotipo particolarmente doloroso è il bullismo omofobico, che si manifesta con atti di prepotenza basati sull’orientamento sessuale reale o percepito della vittima. Studi recenti rivelano che circa uno studente su venti è vittima di bullismo omofobico, con conseguenze devastanti sulla salute mentale. Questo fenomeno è maggiormente diffuso tra i maschi per due ragioni; prima di tutto i maschi sono più omofobi, in quanto il ruolo di genere maschile è definito in modo più puntuale e le sue deviazioni sono maggiormente sanzionate nella nostra società. L’essere gay viene erroneamente associato al non essere uomini, per cui l’omosessualità va a costituire una minaccia all’identità sessuale maschile; in secondo luogo, il bullismo, come fenomeno sociale più ampio, risulta essere prevalentemente presente all’interno del genere.

La combinazione di bullismo e isolamento sociale può condurre ad esiti estremi, come dimostra la drammatica storia di Andrea Spezzacatena, conosciuto come “il ragazzo con i pantaloni rosa”. Andrea, adolescente sensibile e spontaneo, è diventato vittima di bullismo omofobico a causa di un semplice errore: un paio di pantaloni scoloriti in lavatrice. Questo dettaglio insignificante è stato usato dai compagni per deriderlo e isolarlo, trasformando la sua vita scolastica e digitale in un inferno. Gli insulti si sono moltiplicati, sia di persona che online, dove una pagina Facebook creata per schernirlo ha ulteriormente alimentato il suo senso di esclusione. Il silenzio e la mancata attenzione degli adulti hanno contribuito a peggiorare il dramma. Andrea, forse per vergogna o per paura di non essere compreso, non ha trovato la forza di confidarsi con i genitori, mentre gli insegnanti non sono riusciti a cogliere i segnali del suo disagio o a intervenire in modo adeguato a proteggerlo. Il dolore accumulato lo ha spinto, il 21 novembre 2012, a togliersi la vita. Aveva solo 15 anni.

È proprio questo dolore accumulato che accomuna molti giovani, come spiega lo psicologo Edwin Shneidman, considerato il padre della suicidologia, a definire il suicidio non come un gesto impulsivo e un vero desiderio di morte, ma piuttosto il tentativo di sfuggire a emozioni intollerabili. I dati Istat mostrano che, in Italia, il suicidio è la terza causa di morte tra i giovani tra i quindici e i ventinove anni, con metodi che variano dall’impiccagione alla precipitazione da luoghi elevati principalmente per passare poi a metodi meno utilizzati ma quanto mai cruenti come l’annegamento o l’avvelenamento. Questo dramma evidenzia la necessità di un intervento precoce per prevenire gesti estremi e salvare vite.
Per affrontare il fenomeno del bullismo e del suicidio giovanile è necessario un intervento precoce e condiviso tra famiglie, scuole e società. Un primo passo fondamentale è la formazione di insegnanti e genitori attraverso programmi specifici che li aiutino a riconoscere tempestivamente i segnali di disagio nei ragazzi e a intervenire in modo adeguato. L’attivazione di sportelli psicologici nelle scuole si rivela cruciale, ma non tutte le istituzioni educative offrono questa risorsa. È quindi indispensabile lavorare per garantire, in futuro, un accesso diffuso a consulenze psicologiche sia negli ambienti scolastici sia in quelli territoriali, così da offrire un supporto concreto a chi ne ha bisogno.

Parallelamente, è essenziale promuovere una cultura inclusiva nelle scuole, educando al rispetto delle diversità e alla gestione dei conflitti. Creare un ambiente sicuro permette ai giovani di sentirsi accolti e valorizzati. Inoltre, è importante integrare percorsi di educazione emotiva, che aiutino i ragazzi a comprendere e gestire le proprie emozioni, nonché a esprimerle in modo sano e costruttivo per affrontare le difficoltà senza isolarsi. Parlare apertamente di bullismo e suicidio è un passo imprescindibile per abbattere il tabù che ancora li circonda. Costruire una rete di ascolto, sostegno e aiuto è l’unico modo per prevenire tragedie come quella di Andrea e per offrire ai giovani la possibilità di affrontare il futuro con forza e speranza.

La storia di Andrea Spezzacatena, come anche quella di Michele Ruffino e tantissimi altri, è il simbolo di un problema che coinvolge tutti: il bullismo e il suicidio non sono drammi individuali, ma sociali. Affrontarli significa agire collettivamente, promuovendo il dialogo, l’inclusione e la prevenzione. Solo così possiamo offrire ai giovani non solo una speranza, ma anche gli strumenti per affrontare la vita con coraggio e consapevolezza.

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