Il ritorno del passato

Con il rientro alla Casa Bianca di Trump, il mondo si appresta a non essere più lo stesso.

0
827

Partiamo dalla politica: mentre l’Europa e lo stesso Biden consegnano armi pesanti all’Ucraina solo adesso, dando anche il loro benestare ad attacchi frontali, lo stesso Zelensky comincia a sentire il fiato sul collo dei tagli che verranno probabilmente fatti da Trump, ammesso e non concesso che il Tycoon non decida direttamente di imporre una pace che, al momento, vedrebbe Putin come vincitore probabilmente, ma che poco cambia rispetto agli equilibri venuti fuori poco dopo l’inizio delle ostilità. Le cosiddette “repubbliche indipendenti” che verrebbero scorporate dall’Ucraina e poco altro, dopo ormai tre anni di guerra dove l’hanno fatta da padrona, soprattutto nell’ultimo anno, droni lanciati da ambo le parti coinvolte senza nemmeno troppa convinzione, come se non sapessero già da loro che una buona contraerea ne avrebbe abbattuti la quasi totalità. Le offensive vere e proprie sono state poche, spesso nemmeno troppo effettive se consideriamo che hanno di poco spostato un confine, e ancor meno l’ago della bilancia. In ogni guerra c’è sempre un punto morto, e di solito sono gli effetti della politica interna a cambiare le carte in tavola. Basti pensare alla Russia che si accartocciò su sé stessa durante la Prima Guerra Mondiale, o la decisione degli Stati Uniti di usare subito la bomba atomica sul Giappone senza quasi sapere se sarebbe bastato, ma che avrebbe dovuto evitare di mandare altre centinaia di migliaia di soldati a combattere una guerra di cui, tendenzialmente, agli Stati Uniti importava fino ad un certo punto, non essendo coinvolti territorialmente e avendo liberato gli Alleati europei.

Il cambiamento non lo hanno portato né i soldati Yemeniti, né tantomeno i poveri soldati Nordcoreani usati poco, male, e soprattutto, stando a voci abbastanza forti, intrappolati nel labirinto della scoperta dei siti a luci rosse al di qua dei loro confini natali. Roba da comicità, e invece sempre di guerra si tratta. Stavolta, invece, ecco che il cambio di vertice alla Casa Bianca potrebbe portare il vero e proprio cambiamento, soprattutto se consideriamo che i missili a lungo raggio promessi e consegnati all’Ucraina ultimamente non possono essere certamente lanciati su Mosca, a meno che non si accetti che Kiev veda come risposta un bel lancio di bombe atomiche nei suoi cieli, senza possibilità di rispondere con la stessa arma. Invece Donald Trump, lui sì che potrebbe cambiare le cose davvero: innanzitutto è stato il primo Presidente degli Stati Uniti a fare una foto (e relativo incontro) con i Presidenti di Corea del Nord e Russia, insieme. E questo suo rapporto molto rilassato con questi due leader di paesi ostili alla visione occidentale potrebbe fare la differenza, accantonare il male della guerra, e probabilmente riportare uno status quo che, per quanto sperato, riqualificherebbe la Russia eliminando ogni singolo potere di decidere con chi avere a che fare nel mondo del commercio che l’Europa ha avuto dal 2022 a oggi. Questo sarebbe il primo vero cambiamento di cui fare menzione era davvero importante.

Per quanto riguarda la politica interna, tolti alcuni scandali venuti fuori, ecco che la squadra di Governo è stata definita. Menzione d’onore per la persona scelta per guidare l’Istruzione, Wrestler della terza età nel tempo libero, che farebbe sorridere se non si pensasse a quanto sarebbe davvero invece la persona probabilmente meno indicata, almeno come rappresentanza. Abbiamo invece finalmente capito dove siederà Elon Musk, al dipartimento per l’efficienza Governativa, della quale penso chiunque, anche in America, sia venuto a conoscenza solo adesso che ci si è fatta attenzione grazie a questa nomina. Sebbene l’imprenditore Musk sia totalmente agli antipodi rispetto a Trump, sia per product placement che per visione in generale, l’uomo Musk sembra invece aver trovato un valido alleato in politica. Dimenticato il ban da Twitter al profilo del futuro Presidente, i due hanno unito le forze, e staremo a vedere cosa vorrà dire questa nomina, oltre ai già promessi tagli per due miliardi di dollari alla spesa pubblica americana. La distopia di pensare che Musk abbia preso questo ruolo per impiantare il suo Neuralink all’interno dei cervelli degli impiegati statali, per il momento la lascerei alle chiacchiere da bar. Tuttavia il ritorno economico che potrà portare questa nomina non è da sottovalutare, sia per quel che riguarda SpaceX, prossima a soppiantare la NASA secondo molti analisti – anche dal punto di vista dei finanziamenti pubblici – sia per ogni altro business che Musk sta portando avanti con la sua insostituibile forza mentale. In ultima battuta, il rapido cambiamento in politica economica sarà violento rispetto all’era Biden, ma non per forza dannoso.

Sia chiaro, per noi europei, padroni della dottrina dello Stato socialmente impegnato, non possiamo capire moltissime cose dell’America, a partire da quello che viene definito il “Sogno Americano”. Il film di Muccino, in cui Will Smith interpreta un uomo che da rappresentante per le vendite di macchinari medici arriva a crearsi il suo spazio nel mondo dei Broker, ci dovrebbe insegnare un valore costituente del gigante americano: tutti hanno la possibilità di crescere e realizzarsi, non importa da dove parti, basta l’idea, la dedizione, la fortuna, ma ci arrivi. In una società del genere non c’è spazio per uno stato assistenzialista, come invece hanno provato a far vedere Obama e Biden, con l’ultimo costretto quasi dal Covid-19 ad agire così. Un paese che ha un gettito fiscale basso da sempre, almeno rispetto a noi, non può permettersi di cambiare rapidamente paradigma dopo un secolo e più, e lo dimostrano i risultati delle elezioni spesso. La spesa pubblica è importante se vuoi essere la più grande potenza mondiale, ancora peggio se sei sotto lo scacco di Pechino, poco importa se lasci indietro gli ultimi. Questo è uno dei principali argomenti su cui si dovrebbe discutere quando si parla del Nuovo Mondo, eppure ci si ragiona poco. Tornando a Pechino, i dazi promessi il 26 novembre dallo stesso Trump non ci sorprendono, e non dovrebbero nemmeno essere fraintesi: sicuramente danneggiare le esportazioni dalla Cina farebbe bene all’economia Statunitense, ma il vero punto è proprio far crescere internamente la propria economia andando a garantire un vantaggio competitivo alle proprie industrie. Questo è ancora più evidente andando a vedere che, tra gli altri, si è deciso di attaccare anche lo stesso Messico, abbastanza vicino da far pensare di delocalizzare dal Texas, e quindi nemico della crescita dell’indotto interno. Vedremo adesso cosa toccherà all’Europa, che guarda con stupore a questa mossa, sebbene abbia fatto la stessa cosa lo scorso mese, andando ad azzoppare ancora di più le grandi industrie interne che con l’export verso la Cina avevano prodotto utili negli ultimi dieci anni, basti pensare all’automotive tedesco o al lusso made in Italy. 

L’elezione di Trump ha poi portato ad un fragoroso fermento delle personalità di spicco americane: moltissimi attori o esponenti dello showbiz e politicamente schierati hanno dichiarato di aver deciso di lasciare il paese dopo queste elezioni, seguendo l’esempio della figlia Trans di Musk stesso. Le voci hanno detto apertamente che il Paese non è più sicuro, né per loro, né per chi crede nei diritti. Che sia vero, come al solito, non sta a noi deciderlo, vivendo a migliaia di chilometri da New York. Ma una considerazione la vorrei fare: potrà mai Trump in soli quattro anni davvero rendere l’America un posto così tremendo dove vivere? La risposta è no: ci saranno comunque le Mid-Term Elections tra due anni, che potrebbero imbrogliare le redini del Senato e quindi osteggiare il suo operato. O forse ci aspettiamo che questo risultato reazionario del cinque novembre scorso sia solamente l’inizio di una dinastia del Partito Repubblicano?

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il commento!
Inserisci qui il tuo nome