Pasolini, la trasgressione e i giovani d’oggi

Dalle tinte oscure del mondo pasoliniano all’arcobaleno queer dei nostri giorni, a quasi cinquant’anni dalla morte del poeta-corsaro si ripercorre il tema dell’omosessualità: un’altalena di tormenti e di lotte che hanno portato alla ribalta i valori dell’umanità.

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«Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro». Con queste intime parole, Pasolini confessa la sua omosessualità ad una cara amica, Silvana Mauri, all’interno di una lettera del 1950. È proprio all’interno di questo immenso epistolario, rivolto agli amici di Bologna, che si delinea sutilmente una prima ammissione e consapevolezza del proprio orientamento. All’interno delle lettere si percepiscono due timori principali: essere giudicato e la possibile esclusione da parte dei propri affetti. Dopo, inoltre, il caso Ramuscello, che lo vide coinvolto e per il quale venne processato con l’accusa di corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico, Pasolini insieme alla madre fu costretto a fuggire dal Friuli e venne allontanato dal partito politico in cui militava, il PCI.  Lo scandalo era stato un affronto alla morale del tempo, la quale non era la prima volta che si schierava contro l’autore di Ragazzi di Vita, avendo già adoperato misure di censura ai danni delle sue opere. Infatti la figura pubblica di Pasolini era stata ampiamente danneggiata, poiché l’interesse nei suoi confronti non era mai di natura artistica se non politica. Lo scopo, quindi, iniziale del poeta: una vita serena ed equilibrata all’interno della sua classe culturale non era raggiungibile, perché aleggiava sempre il timore che il “nemico” tornasse a scombinare i suoi piani, affrontandolo con la stessa impotenza che si possiede dinanzi a un disastro ambientale, verso il quale non vi è rimedio, se non quello di arrendersi al proprio destino. 

L’archetipo amoroso pasoliniano nasce dall’idea di purezza, non quella intesa sessualmente, ma un’innocenza che emerge da una cultura incorrotta, priva di convenzioni sociali, imborghesite dalla società del tempo. Per questo emigra nelle borgate romane, perché in esse ritrova questo ideale. L’educazione si fonda su un acceso dualismo: da una parte la religiosità contadina della madre e dall’altra la borghesia moralista del padre. Oltre, quindi, il duro percorso di accettazione della propria natura sessuale, Pasolini, deve fare i conti con il senso di colpa scaturito dalla propria classe sociale. Nel corpus letterario e cinematografico si osserva questo continuo rimando autobiografico, nell’intento, forse, di condividere il tormento interiore come forma di terapia per alleggerire il peso delle proprie sofferenze. 

Se nella sfera personale Pasolini risulta, quindi, contraddittorio per via dell’innegabile vincolo conservatore, in quella artistica dà completamente sfogo alle proprie trasgressioni, affrontando i temi più disparati, molto spesso scomodi. Con l’eredità letteraria che ha lasciato al suo seguito, ha rotto degli schemi non convenzionali. Nelle sue opere l’omosessualità è costruita su un disegno complesso, non si narrano storie d’amore o analisi della propria sessualità, ma quest’ultima è un mero espediente descrittivo, la maggior parte delle volte fine a se stessa e ricca di promiscuità. Non vi è alcun elemento sentimentale, su cui si fonda invece l’Ernesto di Umberto Saba, che è considerato un classico tra i romanzi della letteratura omosessuale italiana. 

Risulta, dunque, indubbia la violenza con cui si tentava di ostracizzare l’intellettuale friulano dal panorama culturale degli anni ‘60/’70  per il suo orientamento sessuale, di cui l’omicidio ne è una chiara testimonianza. Non vennero svolte molte indagini approfondite e si volle credere alla prima versione dei fatti raccontata, perché il delitto, essendo la vittima omosessuale, era reputato di poca importanza. Non bisogna dimenticare, però, che Pasolini stesso era estraneo a ogni forma nascente di movimento ed organizzazione dei diritti degli omosessuali, non era interessato a combattere, proprio perché il suo scopo era quello di condurre una vita senza troppi tumulti, ai quali invece doveva sempre rendere conto. Pur inconsapevolmente la visione lo ha contraddistinto. Come quella che ha avuto nel comporre Alì dagli Occhi Azzurri, una profezia di stampo politico in cui prevede la storia odierna, annunciando la complessità e la contraddizione della faccenda migratoria.  

L’impronta che lascia lo scrittore di Casarsa permette di comprendere l’impostazione sociale della classe culturale del suo tempo, basata su un’ipocrisia borghese che del conservatorismo faceva il suo mantra. Nei nostri giorni, nonostante rimanga un po’di ambiguità, le lotte e le manifestazioni sono servite per riconoscere l’omosessualità come una caratteristica dell’uomo e non come un vergognoso vizio. 

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