Era il 1999 quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) stabilì la celebrazione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne il 25 novembre, in memoria delle sorelle Mirabal, brutalmente assassinate quello stesso giorno nel 1960 per essersi ribellate al regime dominicano di Trujillo, una delle dittature più dure dell’America Latina. Da allora, la ricorrenza è accompagnata da una serie di eventi e iniziative, organizzate in tutta la Penisola, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema: un’esigenza che si ripresenta con forza sempre maggiore considerando l’incremento di femminicidi registrato negli ultimi anni.
Parlando di violenza contro le donne vanno, tuttavia, considerati non solo i numerosissimi casi di morte, ma anche di sfruttamento, quali la prostituzione, specialmente se esercitata per costrizione piuttosto che come libera scelta. Solamente qualche giorno fa veniva scoperto a Grosseto l’ennesimo sodalizio criminale responsabile del commercio di giovani donne straniere, indotte a vendere il proprio corpo in cambio di denaro. La gravità dell’accaduto stavolta risulta amplificata dal fatto che a gestire le povere vittime erano proprio donne.
Discutere oggi il tema della prostituzione in Italia, si sa, è tutt’altro che facile per via del complesso quadro giuridico e sociale, che genera inevitabilmente ampi dibattiti e divisioni nell’opinione pubblica. Sebbene l’attività non venga vietata dalla legislazione italiana, le circostanze e le condizioni in cui viene praticata sono regolamentate esclusivamente al fine di prevenire lo sfruttamento e mantenere l’ordine pubblico, trascurando del tutto il problema della tutela delle escort. Legalizzando la prostituzione, invece, come avviene in Germania e nei Paesi Bassi, si migliorerebbero le condizioni lavorative di queste donne proteggendole e tutelando i loro diritti attraverso controlli più efficaci sullo stato di salute e sulle condizioni igieniche in cui si svolgono le pratiche sessuali.
Esaminando il fenomeno da un punto di vista più ampio, emerge un quadro complesso e diversificato in relazione alla stessa definizione di “prostituzione” che, se rapportata all’era digitale in cui viviamo, assume nuove connotazioni. Come affermato dalla Corte di cassazione, non occorre ci sia contatto fisico tra i soggetti coinvolti nella prestazione sessuale affinché si parli di prostituzione e nemmeno che questi si trovino nello stesso luogo, ma solo che l’atto sia prestato dietro corrispettivo. Quindi, cosa si intende oggi esattamente per “prostituzione”? I social network e il web più in generale svolgono un ruolo determinante in tal senso: l’utilizzo di piattaforme qualiOnlyfans, che permettono di fruire di performance sessuali online a pagamento, hanno modificato la concezione tradizionale del fenomeno finendo per suscitare dubbi e polemiche. Secondo alcuni, Onlyfans non può essere equiparato alla prostituzione, intesa come scambio di denaro per sesso, perché comporta scambio di denaro per foto (o altre tipologie di contenuti) di sesso. Secondo altri, invece, la condanna della piattaforma è fuor di dubbio poiché ritenuta strumento di oggettivazione del corpo femminile e conseguente sfruttamento sessuale online, dato l’alto numero di minorenni non di rado vulnerabili dinanzi a utenti malintenzionati.
Osservando il fenomeno in prospettiva storica, è interessante sottolineare l’importanza rivestita da un altro mezzo, che potremmo definire ancora “analogico”: l’arte. Nel corso dei secoli, scultura e pittura hanno permesso di esprimere visivamente le violenze sessuali indagandone con estrema efficacia gli aspetti tanto sociali quanto religiosi. Primaria fonte d’ispirazione di pittori e scultori sono stati i miti greci e romani incentrati sui maltrattamenti subìti da giovani donne mortali sedotte e rapite dagli dèi, generalmente manifestatisi sotto forma umana o animale. Il conseguente stupro delle vittime, giustificato poiché necessario a garantire una stirpe semi divina, risultava funzionale anche all’affermazione del potere, come dimostrano i radicali cambiamenti politici verificatisi ad Atene e a Roma, innescati da violenze sessuali che portarono all’istituzione della repubblica.
La rappresentazione artistica di tali drammatiche vicende iniziò nella prima metà del Cinquecento con la Danae (1530-31, Roma, Galleria Borghese) del Correggio – al secolo Antonio Allegri –, ritratta nella sua spontanea e sensuale nudità mentre sposta il lenzuolo, simbolo del velo virginale, per accogliere Zeus che, sceso su di lei sotto forma di pioggia d’oro, la possiede contro la sua volontà. Il tema godette di più ampia fortuna a partire dal Seicento grazie all’opera di grandi maestri come Gian Lorenzo Bernini, capace di illustrare il momento culminante dell’azione modellando il marmo con estrema abilità naturalistica. Il Ratto di Proserpina (1621-22), e l’Apollo e Dafne (1622-25) della Galleria Borghese esprimono alla perfezione il sentimento di dolorosa intensità attraverso la straordinaria resa materica delle superfici che, unita alla teatralità dei gesti, favorisce il coinvolgimento emozionale dello spettatore. Pur trovandosi dinanzi alla rappresentazione di un rapimento (quello di Proserpina per mano di Plutone che la trascina negli Inferi) e del triste epilogo di un amore non corrisposto (la trasformazione della ninfa in alloro per sfuggire ad dio), l’osservatore viene distratto, e affascinato al tempo stesso, dalla forza del linguaggio espressivo berniniano che gli impedisce di cogliere la verità alla base dell’iconografia.
Situazione analoga si verifica nel caso di raffigurazioni di altri episodi storico-mitologici aventi per protagoniste donne vittime di violenze sessuali, come il Ratto delle Sabine di Nicolas Poussin (1634-38, Parigi, Louvre; New York, MET) e Tarquinio e Lucrezia di Tintoretto (1610, San Pietroburgo, Ermitage). Anche stavolta lo sguardo del pubblico si concentra inevitabilmente sulla bellezza dei soggetti femminili e sui loro volti espressivi carichi di dolore non considerando la gravità degli eventi raffigurati: lo stupro di massa che diede vita alla città di Romolo e la violenza esercitata dal re Tarquinio il Superbo sull’eroina romana.
L’unico artista a non aver idealizzato la bellezza femminile osando mettere in scena la cruda realtà del suo tempo fu Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, attivo nella Roma di fine Cinquecento. In quel contesto di povertà e miseria – dovuto alla fine delle Guerre d’Italia e alla diffusione dell’epidemia di peste –, egli finì per rivoluzionare la pittura devozionale contemporanea rendendo le meretrici protagoniste delle sue opere a tema sacro; per questo spesso rifiutate dai committenti che le giudicarono indecorose. Fillide, Lena e Annucciasono solo alcune delle tante donne che il Merisi dovette incontrare nei pressi dell’Ortaccio a Campo Marzio, una sorta di “ghetto” entro cui papa Pio V relegò, alla fine degli anni Sessanta, tutte le “cortigiane” nel tentativo di arginare la diffusione del fenomeno.
Scorrendo rapidamente la vasta produzione del pittore lombardo, è facile riconoscere le fanciulle variamente ritratte nei panni della Madre di Dio; un’iconografia paradossale che, pur generando scandali, esercitò un fortissimo impatto psicologico sullo spettatore. Se si osserva la tela raffigurante Giuditta e Oloferne (1599), ad esempio, oggi esposta alle Gallerie Nazionali d’Arte Antica in Palazzo Barberini, è possibile riconoscere nell’eroina del Vecchio Testamento Fillide Melandroni, colei che ebbe “conoscenza carnale” con Ranuccio Tomassoni, uomo di malaffare ucciso proprio dal Merisi durante una partita di pallacorda. La Madonna della Serpe (1605) alla Galleria Borghese, invece, è incarnata da Lena, o Maddalena Antognetti, che qui appare come una giovane sensuale dalla scollatura accentuata, intenta a reggere il Bambino nudo che schiaccia il serpente (simbolo del peccato). E ancora, la bella fanciulla dai “capelli rosci et lunghi” che vediamo ritratta con straordinario realismo nella Morte della Vergine (1604) – finita al Louvre in seguito al rifiuto dei Carmelitani Scalzi di S. Maria della Scala a Trastevere – è Anna Bianchini, detta Annuccia.
Dalla selezione di opere proposta emerge chiaramente come l’arte sia capace di raccontare, e talvolta denunciare, la violenza sessuale esercitata sulle donne in diversi contesti attraverso i secoli. Tuttavia, l’accento posto sulla bellezza femminile, sapientemente eternata dai capolavori artistici, tende spesso a distogliere chi li guarda impedendo di percepire immediatamente il riprovevole atto rappresentato. Il messaggio insito nell’opera, dunque, viene recepito a pieno dal riguardante solo in un secondo momento.
Tale circostanza induce alcune riflessioni: innanzitutto, siamo davvero consapevoli di ciò che osserviamo quando visitiamo un museo? Se si, siamo capaci di percepire la differenza di genere celata dietro il fascino accattivante delle forme? Sebbene responsabile di rapimenti e stupri, l’uomo è stato sempre accettato e persino osannato quale conquistatore e dominatore; la donna vittima degli abusi, invece, è sempre stata costretta a subire in silenzio le violenze. Purtroppo, la disparità di genere si manifesta tutt’oggi a più livelli nella società in cui viviamo, ancora improntata ad una cultura patriarcale in cui le donne sono impegnate nella lotta per la conquista della parità dei diritti.


