Tra scandalosi interventi sui ritardi dei treni, dovuti a non meglio comprovati – anzi, in alcuni casi negati – episodi di sabotaggio, e l’arrampicata sportiva degli specchi sui casi che vedono indagata la Ministra Santanché, altri mal di testa della Presidente Meloni sono arrivati da gravissime cadute di stile.
Come già era successo negli ultimi mesi del 2024, il governo italiano ha ripreso in mano la sua politica di contenimento dell’immigrazione clandestina, che prevede il trasferimento di alcuni migranti in Albania per la gestione delle loro richieste di asilo. Questo accordo, stipulato tra la premier italiana Giorgia Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama, mira a esternalizzare parte della gestione dell’immigrazione, riducendo la pressione sulle strutture italiane. Che poi questa “riduzione di pressione” conti per meno del 2% degli arrivi totali, e che tecnicamente non possa durare più di 30 giorni per migrante – ben al di sotto di quanto tempo serve solitamente per la gestione delle pratiche legate al riconoscimento dello status di rifugiato – non può di certo essere tenuto in secondo piano. Come se non bastasse, la sua applicazione ha incontrato numerosi ostacoli legali e politici: la Corte d’Appello di Roma ha bloccato per la terza volta l’operazione di trasferimento, non convalidando il trattenimento di 43 migranti che erano stati inviati nel centro di Gjader, in Albania. Il tribunale ha ritenuto che le procedure adottate non fossero conformi alle normative europee e ha ordinato il ritorno dei migranti in Italia. Questi sono stati poi trasferiti al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) di Bari Palese. Tutto più o meno è andato come nelle altre due occasioni.
Uno degli aspetti principali della decisione giudiziaria riguarda l’origine dei migranti. Secondo la Corte, il Bangladesh e l’Egitto – paesi di provenienza della maggior parte di essi – non possono essere considerati completamente sicuri. Questo ha sollevato dubbi sulla legittimità dell’espulsione e sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte. Anche qui, a poco sono serviti i nuovi Decreti approvati in fretta e furia dal Governo, se poi la loro applicazione non viene nemmeno presa in considerazione dalla giustizia.
La questione è ora al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che il 25 febbraio dovrà esprimersi sulla conformità del piano italo-albanese alle norme comunitarie. Nel frattempo, la decisione della magistratura italiana ha alimentato il dibattito tra il governo e l’opposizione.
Il governo Meloni ha difeso la strategia di esternalizzazione come un metodo efficace per ridurre l’arrivo di migranti irregolari e velocizzare le procedure di rimpatrio. Tuttavia, le associazioni per i diritti umani e parte della magistratura italiana ritengono che questa politica possa violare il principio di non respingimento, sancito dal diritto internazionale.
Questo episodio ha messo in luce le difficoltà di applicazione del piano Italia-Albania e potrebbe compromettere il suo futuro. Se la Corte UE dovesse confermare i dubbi sollevati dai giudici italiani, il governo potrebbe essere costretto a rivedere completamente l’accordo con Tirana, rischiando anche di andare ad incorrere in sanzioni se dovesse continuare a cercare scappatoie per portare altri migranti nel Centro di Gjader. Senza considerare il discorso dei danni all’Erario, a cui contribuiscono sia la continua navetta tra Puglia e Albania che i costi di gestione del Centro stesso. Infatti, le forze dell’ordine impiegate nel Centro sono ovviamente militari italiani.
Inoltre, il caso ha sollevato interrogativi più ampi sulla gestione dei flussi migratori in Europa, con alcuni Stati membri che cercano di esternalizzare il problema, mentre altri spingono per una riforma del sistema di asilo. Il verdetto del 25 febbraio potrebbe avere implicazioni significative non solo per l’Italia, ma per l’intera politica migratoria dell’UE.
E mentre in Italia possiamo sperare di rivedere un coinvolgimento maggiore di altri paesi, la campagna elettorale di AfD in Germania ci racconta ben altri scenari.
Non va meglio su altri fronti giudiziari per il Governo. Galeotta fu la Juventus, infatti, dato il caso fortuito che vede una partita di calcio portare all’arresto di Naieem Osema Almasri Habish, un cittadino libico accusato di crimini contro l’umanità. Le accuse riguardano presunti atti di tortura e violenza sessuale commessi in Libia, in particolare ai danni di migranti detenuti nei centri di detenzione gestiti da milizie locali. Nonostante l’esistenza di un mandato di arresto internazionale e la gravità dei reati contestati, Almasri è stato successivamente scarcerato e rimpatriato in Libia, sollevando una serie di perplessità sul perché l’Italia non abbia trattenuto l’uomo per l’eventuale estradizione presso la Corte Penale Internazionale. La cosa che dovrebbe più di tutte farci vergognare, purtroppo, è che nelle foto degli abbracci in Libia tra Almasri e i suoi campeggi un aereo di Stato Italiano, con il tricolore ben visibile sulla fusoliera.
Il 5 febbraio, il Parlamento italiano è stato teatro di un importante dibattito istituzionale. I ministri della Giustizia, Carlo Nordio, e dell’Interno, Matteo Piantedosi, intervenuti alla Camera per fornire un’informativa sul cosiddetto “caso Almasri”, sono stati mandati in pasto ad un’opposizione che non ha nemmeno dovuto faticare tanto a trovare i motivi per accusare i due malcapitati Ministri. Inizialmente, la maggioranza aveva proposto che l’informativa fosse svolta dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ma le opposizioni hanno insistito affinché fossero direttamente Nordio e Piantedosi a riferire. La questione ha poi preso una piega più politica con la richiesta, respinta, di una presenza della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in Aula. Senza parlare delle parole dette sulla Meloni un po’ da tutti, pare assurdo che non si sia scelta una strategia di difesa comune, se non oggi, tra i più importanti personaggi coinvolti. Ne abbiamo sentite molte, diverse tra loro, dalle più serie e credibili fino alla grande sconfitta linguistica tirata in ballo da Antonio Tajani, che ha incolpato un dossier di 40 pagine in inglese come grande ostacolo al portare davanti alla CPI il carnefice libico.
Uno degli elementi più controversi riguarda la mancata trasmissione in diretta televisiva dell’informativa alla Camera, diversamente da quanto accadrà al Senato. Questa scelta ha alimentato ulteriori polemiche, con le opposizioni che accusano il governo di voler ridurre la visibilità di una vicenda scomoda.
Tantissime le domande che ci restano, sebbene la visione comune che viene fuori è quella di una restituzione per evitare peggioramenti nei flussi migratori che il Governo vorrebbe evitare. L’unica voce ad averlo ammesso da destra è quella del giornalista Bruno Vespa che, senza contraddittorio, nell’ultimo momento utile della sua trasmissione in prima serata, ha detto senza parafrasare che tutti i governi trattano con persone losche per evitare guai.
Mandare poi la linea ad un gioco per famiglie dà grandiose immagini su come la politica italiana sia ormai costume, niente di più, senza distacco dai pacchi e Stefano de Martino. E chissà in campagna elettorale cosa succederà. Anche se per fortuna manca ancora tanto.


