Il Sanremo dei cinici | L’editoriale di Ernesto Bassignano

Ernesto Bassignano, cantautore, critico musicale e giornalista, racconta il suo Sanremo fino ai giorni d'oggi.

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Teatro Ariston

Sono un anziano giornalista e cantautore. La mia infanzia e adolescenza l’ho vissuta con una armonica in mano e poi una prima chitarra, accanto alla fonovaligia che babbo mi portò a casa insieme a Chopin, Elvis, Odetta e Belafonte. Erano i tempi di Nilla Pizzi, della De Palma e di Nunzio Filogamo che aprivano la stagione dei fiori, dei terzinati, dei papaveri e papere, le casette in Canadà, i vecchi scarponi. Un’Italia in massa davanti ai quadrati monoscopi ad imparare canzonette che avevano un senso: farci canticchiare e fischiettare tutto l’anno sino al Sanremo prossimo. E così fu e continuò ad essere fino ai deliziosi fasti del blu dipinto di blu e le braccia al cielo di Mimmo Modugno, che fece sul serio facendo volare mezzo mondo. Poi arrivò il ’68, arrivammo noi cantautori impegnati, partì una stagione di belle melodie e parole più importanti che cancellarono brutalmente un mondo naif e stupidello ma verace.

Il golem, il totem della città dei fiori con la grande orchestra, la gara, le bocciature, i grandi successi, gli ospiti internazionali, i Mike, o pippibaudi. Le boutades di Villaggio, le provocazioni di Grillo e di Benigni. Ogni anno gli intellettuali a demonizzare lo scempio della vera musica. Ogni anno (a parte la terribile obsolescenza della metà dei ’70), un sopravvivere a tutti i costi con le camarille e la sottocultura, tra alti e bassi, tra terrorismo e rinascite, tra le mille vicissitudini di una storia e un popolo che ogni anno ha disprezzato e poi ricomprato il Festival. Con una “mamma Rai” sempre più indissolubilmente legata alla sua creatura della sopravvivenza, della pubblicità, dei record per battere la concorrenza del Biscione berlusconiano.

Ed ecco i 90 e il 2000 che Sanremo scandisce dimenticando progressivamente qualsiasi connotazione precipua, scordando folk e pop cantabile con strofe e ritornelli comprensibili e metriche plausibili. Ogni tanto un buon Ranieri, che so… un Minghi-Chiocchio, un Vasco a fare scandalo, e ancora dei Silvestri e dei Cristicchi a mantenere in piedi e sul rigo la buona creanza. Ma sono episodi sempre più rari e flebili di buona cultura. In genere sempre più desinenze inintelligibili, giovanilistiche ad ogni costo, per star dentro ancora ad un povero mercato moribondo, laddove a consumare sono solo bimbine dai 10 ai 20 anni, mentre gli adulti non capiscono più e vedono la Kermesse solo per divertimento, curiosità per gli ospiti, per le polemiche, per invasioni mediatiche che non lasciano scampo alla libertà di andare al cinema.

Pian piano gli Amadeus e i Conti sono finalmente giunti agli apici dell’ascolto tramite ogni tipo di manipolazione dei cervelli già molto provati dal ventennio berlusconiano. Sanremo è divenuto solo un grande show televisivo. Le canzoni da ricordare divenute chimera. Ogni tipo di rapper con l’autotune e i tatuaggi, musica niente, in favore di testi demenziali hanno preso il sopravvento sulla canzone e il bel canto. E se io, “tenchiano” totale, ripenso al fatto che nel ’67 il grande Luigi, angelo senza spada, è andato ad immolarsi per l’italietta sanremese che gli preferì Piero Focaccia, mi sento davvero male. I tempi dei Bindi, Endrigo, ma persino quelli d’un almeno cantabile Toto Cotugno, sono lontani ed illanguiditi ricordi. Oggi? Oggi si spande lo stesso nulla e lo si condisce con tre o quattro umani ascoltabili per intortare i critici come il sottoscritto. Il quale da almeno 20 anni non partecipa alla festa neanche un’ora perché ha sbagliato canale. Tutti sparlano del “San-scemo”, ma poi 15 milioni, un po’ per celia e un po’ per non morire, si incolleranno anche stavolta come sempre per sapere a che livelli di turpitudine musicale siamo sprofondati. È un rito. È il rito. Auguri a chi partecipa da stolto, da curioso o da cinico.

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