L’anno si è concluso con una denuncia incredibilmente impattante: una donna francese di 72 anni, in un processo a porte aperte, descrive come il marito e altri 50 uomini abbiano perso la loro dignità e abbiano insultato il genere maschile.
Il mondo è rimasto in silenzio di fronte al coraggio con cui l’eroina francese ha mostrato i filmati che testimoniano la brutalità subita. Architettata dalla mente malata con cui condivideva la sua vita, Dominique Pelicot, che prima di rendere la moglie oggetto di violenza, la drogava, rendendola incosciente e incapace di ribellarsi. Oltre al marito, condannato alla pena massima di 20 anni di reclusione con l’accusa di stupro aggravato, si stimano più di 50 imputati, condannati e riconosciuti, mentre se ne contano altri 30 la cui identità non è stata ancora trovata.
Un calvario durato quasi un decennio, esploso lo scorso settembre che in pochi mesi ha avuto la sua conclusione, ma che rimane un tormento della vittima. L’opinione pubblica ha applaudito l’audacia con cui Gisèle ha affrontato il tribunale di Avignone e la fermezza con cui ha ripercorso le sequenze disumane che l’hanno resa protagonista, affinché tutti potessero essere consapevoli che “a vergognarsi devono essere loro, non io”.
“L’ho fatto perché spero di aiutare le altre donne, le vittime non riconosciute, le cui storie rimangono spesso nell’ombra.” Il processo reso pubblico è un chiaro intento di dare luce ad altre vittime, rendendo la sua storia un manifesto per molte altre donne che hanno subito o continuano a subire violenze e maltrattamenti, senza temere di cadere in quelle assurde paralisi emotive alimentate dalla paura e dalla vergogna. In queste circostanze i sensi di colpa devono essere accantonati, perché uomini che compiono tali nefandezze non hanno giustificazioni.
Le stesse, invece, che durante il processo sono state elencate da Dominique Pelicot e dai 50 uomini contattati da quest’ultimo, i quali hanno insinuato di non essere a conoscenza dei farmaci che venivano somministrati alla Pelicot dal marito, pensando si trattasse di un gioco erotico a tre, in cui entrambi i coniugi fossero consenzienti. Difese smentite dallo stesso Pelicot, che fin da subito ha sempre accertato il fatto che tutti sapessero le condizioni psico-fisiche della moglie al momento dell’atto, inerte e priva di sensi. Tutti i colpevoli sono stati accomunati dalla completa mancanza di riguardo per la vittima, dimostrando un’empatia inesistente e una grande incapacità emotiva di mettersi in discussione.
Il caso di Gisèle pone l’accento su parole che di questi tempi sono molto diffuse: patriarcato e violenza di genere e dell’effetto a cui possono condurre se non comprese bene. I violentatori, molti dei quali seondo le perizie psichiatriche esposti al loro volta a violenze in età giovanile, sono stati espressione drammatica della banalizzazione dello stupro. Il processo serva di insegnamento a tutti, per intuire che il male che è presente in noi deve essere curato e non emulato.
“Ho fiducia nella nostra capacità di proiettarci collettivamente verso un futuro in cui tutti, donne e uomini, possano vivere in armonia, con rispetto e comprensione reciproca”. Gennaio è il mese degli inizi, come il dio che lo rappresenta, Giano, ed esattamente il 20 si celebra la giornata del rispetto, il sentimento che prima di ogni legame emotivo deve coesistere nelle persone affinché si sviluppi la socialità in una società. Tramite le parole di Gisèle si riscrive la parola e il significato di speranza, la stessa che lei non ha perso e che ancora una volta insegna che il male si annulla, finché esiste fiducia nel domani.


