martedì 19 Maggio, 2026

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Breve scritto in memoria di Carlo Porta

Il più grande poeta in Milanese, Carlo Porta (1775-1821), morì a soli quarantasei anni per un attacco di gotta. Alla sua morte le “charmant carline” – come lo aveva soprannominato l’amico Stendhal – si lasciava dietro la fama del genio un po’ rimpianto. Sfortuna, qualcuno penserebbe, che il grande poeta in dialetto fosse nato nell’Italia di Manzoni, che si rammaricò della sua poesia quasi perfetta, che migliorava di giorno in giorno ma che, purtroppo, non guardava all’Italia e all’italiano. Porta si aggirò nella burocrazia che gli occupò tutta una vita; suo padre – che soprannominò “il principale” – scaccia via i sogni della carriera da studioso. Quindi Porta fu legato in tutto e per tutto alle piccole cose di quella grande capitale del tempo, alle distinzioni tra gli uomini ed i gradi sociali, più che alle barriere extraterritoriali che impegnavano tanto la mente degli amici intellettuali di allora (come il Berchet o il già citato Manzoni).

E che dire della Milano del Verziere, del Duomo? Se prima abbiamo parlato di sfortuna, ora dobbiamo ricrederci: Porta visse nella città bramata; formò la propria coscienza politica sulle mille bufere dei francesi e degli austriaci: deve biasimarli e poi ricredersi, mantenendo sempre una coerenza nel pensiero, volendosi lasciare alle spalle per sempre l’ancien regime, in vista dei caffè letterari e delle riviste in libera circolazione. Foscolo, Grossi, Visconti, sono tutti amici del poeta, e ne sostengono l’operato letterario, tanto che il Manzoni proporrà di pubblicare le sue poesie con tanto di illustrazioni, proprio come aveva in mente per il suo romanzo. Ma qualcosa dell’“Omero dell’Achille bongé”, come lo aveva definito Foscolo, non convinceva tutta la la critica di allora (e la storiografia postuma).  

Ci si chiede se il suo genio venne oscurato dalle grandi imprese nazionali che seguirono alla fase di assestamento ideologico e stilistico del suo tempo. Forse per la poesia dialettale non vi era tempo, o necessità; sorgevano le grandi tematiche della nazione, dell’unico stato, e fiorivano le figure politico-culturali che si esprimevano al linguaggio della nazione quasi in offensiva alla peculiarità del dialetto locale. O forse il poeta eccentrico e “volgare” si mosse sempre nei movimenti letterari (quale, tra tutti, il Romanticismo) in maniera parziale e svogliata? Fatto sta che fu solo nel secondo dopoguerra che la figura del poeta crebbe notevolmente agli occhi dei critici e dei lettori. Il suo più grande studioso, Dante Isella, di lui scrisse: “È manifesto che la eccezionale personalità portiana ha finito con lo schiacciare sotto di sé, degradandolo a un ruolo più o meno passivo, di allievo o imitatore, chi, dietro il suo esempio, […], si è messo per la strada dello scrivere versi in milanese”.

La sua rivalsa letteraria ha origini nella riscoperta delle particolarità popolari e delle culture che ne seguivano. Se si riflette un attimo, la fine del patriottismo inteso come noi non abbiamo coscienza d’intenderlo, ebbe come causa il quasi totale disgregamento della Nazione, e come conseguenza la riscoperta delle particolarità comunitarie che le culture pedanti avevano eclissato con i tentativi di far valere l’aulico al popolare. Con la Ninetta del Verzee, uno dei primi esempi di protagonisti “vinti” nella storia della letteratura italiana, con le sue versioni in milanese di alcuni canti della Commedia di Dante; genio del particolarismo universale e del realismo violento e ironico che ha ispirato molti scrittori del Novecento (tra tutti, impossibile non pensare a Carlo Emilio Gadda) Carlo Porta è stato un grande poeta della nostra tradizione letteraria e culturale; e guardando gli studi del Salvioni o del Momigliano, ci accorgiamo come per più di un secolo il suo “corpus” poetico venne esaminato soltanto episodicamente. Fa gola attribuire in parte i motivi di questa mancata fortuna popolare alla innegabile difficoltà della lingua che favorì il culto regionalistico del poeta. Ma, d’altro canto, contribuirono altri fattori, riconducibili, citando ancora Isella, al “riserbo, fatto insieme di diffidenza intellettualistica e di diseducazione retorica, della cosiddetta cultura ufficiale di fronte a una poesia così prepotentemente nuova, vera espressione delle speranze e della fierezza morale […]”.