Lettere del mese | La verità, vi prego, sull’amore.

La riflessione sull'amore, partendo da uno scritto di W.H. Auden.

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È una minuscola sensazione che parte dal niente – che sembra quasi improbabile, se ci si ferma a pensare – e che finisce per prendersi ogni centimetro del nostro spirito, del nostro corpo. Quello fatto di carne, di quella carne spesso in netto contrasto con il nostro stesso gusto. Una sottile tenda che si posiziona all’altezza degli occhi e che ci permette di equilibrare tutto – come quelle imperfezioni della carne che ci tediano così tanto – che ci consente di provare un momento, ma un momento soltanto, di estasi. L’amore è un giro di giostra aperto a tutti. Non è richiesto quasi niente. Unico requisito, esserci. E cos’è l’amore? Tutti gli scrittori in qualche modo ne hanno parlato. Anche i politici del secolo scorso (i cosiddetti tribuni) sembra cercassero nel popolo l’amore verso la loro persona più che il pratico e sincero consenso alle loro idee politiche. Alla domanda “e se Hitler si sposasse?” Jung rispondeva che se lo avesse fatto, non sarebbe stato lui a sposarsi. Che Hitler avrebbe ceduto di essere Hitler. Che, evidentemente, “la sua vera passione” era la Germania.  

Allora cos’è questo sentimento che proviamo e che ci stringe con così tanta energia a qualcosa che conosciamo così poco e in superfice; da dove proviene quella sconosciuta forza che esercitiamo per mettere in evidenza il nostro amore – e far sì che venga immediatamente ricambiato? Non se lo sono chiesto solo gli scrittori e i politici. È la domanda delle domande, il particolare che include l’universale: da dove provengono la fede e la rabbia; Dio e il talento; il riso e il pianto? In qualche via particolare e assai astratta tutte queste definizioni condividono qualcosa con quanto noi chiamiamo amore. La necessità di legarsi alle cose, il dubbio che prende incredibilmente forma – qualcosa che noi non conosciamo, ma che conosciamo benissimo. E se il digitale tende sempre più a proiettare l’innamoramento verso una dinamica prettamente corporale, se si sta cercando di dare un nome e un cognome alle emozioni, questo non può di certo sostituire, in fondo, la natura riflessiva e spesso innocente dell’uomo nei confronti del misterioso. Può sembrarvi un cliché, ma non spaventatevi. Come abbiamo detto finché si deve amare l’unico requisito è esserci, in carne ed ossa. E affermando ciò, non posso non parlare di un poeta, un poeta inglese, che nell’amore c’è stato nei modi più tormentati. Parlo di Wystan Hugh Auden, che sull’amore ha scritto la poesia più semplice della storia. Ma facciamo un passo indietro.  

Auden è considerato un poeta impegnato, un poeta di sinistra, che ha studiato Marx e Freud, che ha partecipato alla guerra civile spagnola – come autista – e che ha vissuto, come tanti grandi poeti, a cavallo fra la prima e la seconda Guerra Mondiale. È l’Auden che sta nel mezzo, fra la prima e la seconda guerra, precisamente negli anni Trenta, quello che ha messo in pagina i versi semplici che tra poco leggeremo. Tirato per un braccio dal tremendo ricordo del primo conflitto, e per l’altro dal minaccioso presagio di un possibile ritorno dell’oblio, il poeta dichiaratamente omosessuale, sempre in fuga dall’Inghilterra (prima in Germania, poi negli Stati Uniti) ha dovuto pensare all’amore. Non con tono consolatorio, o con poesia “complicata”, “demagogica” – e talvolta Auden poeta è stato letto e interpretato con non poca difficoltà –, ma con una tutta particolare impronta attivistica che portò Brodskij a definire “La verità, vi prego, sull’amore” come una raccolta utile per posare lo sguardo su quello che è stato “il più grande poeta del nostro secolo”.   

Queste poesie vennero scritte per il teatro. La forma – solitamente consolatoria, ospitale – che Auden scelse per questi componimenti, fu sostanzialmente una versione moderna della “folk ballad”, e anche se nella ballata ogni componente, dal testo alla voce, è in qualche modo portata a “muoversi”, ad assumere cioè un ritmo innocuo, riproducibile senza particolari sforzi, le canzoni d’amore di Auden sono tutte drammatiche. È quella posizione suggestiva dell’uomo che cede alle complessità della guerra, alle burocrazie diplomatiche, ai soffocanti limiti vitali, al rancore, alla paranoia collettiva, decidendo di guardare al vento che corre, di fermarsi per un momento e domandarci, commosso, che gli venga detta la verità su quella cosa così essenziale, da così tanto tempo dimenticata dagli uomini, ovvero sull’amore.  

E, come sul taccuino di un ragazzo, Auden comincia a scrivere. 

Dicono alcuni che amore è un bambino, 

e alcuni che è un uccello, 

alcuni che manda avanti il mondo, 

e alcuni che è un’assurdità, 

e quando ho domandato al mio vicino, 

che aveva tutta l’aria di sapere,  

sua moglie si è seccata e ha detto che  

non era il caso, no.  

Da un primo momento corale, in cui il poeta riporta le versioni degli altri, come fosse del tutto ignorante sull’argomento, cominciano i suoi interrogativi, e continua domandandosi:  

Assomiglia a una coppia di pigiami,

o al salame dove non c’è da bere? 

Per l’odore può ricordare un lama,  

o avrà un profumo consolante? 

È pungente a toccarlo, come un pruno, 

è tagliente o ben liscio lungo gli orli? 

La verità, vi prego, sull’amore. 

Continua, poi, la poesia, con tutti simili dilemmi, e con lo stesso verso ripetuto alla fine di ogni strofa: Auden chiede la verità sull’amore, cerca di capire quando questo verrà a trovarlo. Si chiederà, se l’amore darà “una svolta” alla sua vita, o se il suo saluto sarà spicciolo e fugace. Come tanti uomini del suo tempo, che hanno chiesto in ginocchio queste verità, che hanno vissuto, come lui l’apparente eclissarsi di queste semplici quotidianità umane, Auden non può aver scritto queste canzoni con gioia, e noi lo immaginiamo triste, nel suo studio, in ombra fra il pubblico di quel teatro.

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