martedì 19 Maggio, 2026

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Da cardinal “Fregnese” a papa Farnese: la damnatio memoriae di Giulia “la bella”.

Dall’11 febbraio al 18 maggio 2025 a Villa Caffarelli, presso i Musei Capitolini, è possibile visitare la mostra I Farnese nella Roma del Cinquecento. Origini e fortuna di una collezione, a cura di Claudio Parisi Presicce e Chiara Rabbi Bernard. Riunendo più di 100 capolavori tra sculture antiche, bronzi, dipinti, disegni, manoscritti, gemme e monete appartenenti a una delle più prestigiose raccolte d’arte rinascimentali, l’esposizione racconta il momento di massimo splendore della collezione Farnese, dal primo Cinquecento fino agli inizi del Seicento. Il percorso espositivo si sviluppa in 12 sale attraverso cui è facile immergersi nel meraviglioso universo farnesiano orchestrato da Fulvio Orsini, erudito umanista e antiquario che s’impegnò nell’incremento e valorizzazione della raccolta, al quale è dedicata un’intera sezione espositiva. Ma chi erano i Farnese? E come si formò la prestigiosa raccolta artistica?

Originari di Capodimonte, un piccolo borgo a nord di Roma, i Farnese erano dei signorotti di campagna di lunga ascendenza, che governavano ancora secondo i principi feudali. L’ascesa sociale della famiglia avvenne nel 1534 con l’elezione papale del cardinal Alessandro Farnese col nome di Paolo III (1534-1549). Uomo di grande ingegno e cultura, noto come uno dei maggiori mecenati del Rinascimento, Alessandro è passato alla storia come il papa che convocò il Concilio di Trento dando così avvio alla Controriforma. Fu lui, infatti, a fondare l’Inquisizione Romana per combattere il protestantesimo. Alessandro istituì anche la Compagnia del Gesù e fece costruire il maestoso Palazzo a Campo de’ Fiori (attuale sede dell’Ambasciata di Francia e della bellissima Biblioteca dell’École française), eretto il 1513 e 1589 sotto la direzione di 4 grandi architetti, fra cui Michelangelo Buonarroti, che proprio in quegli anni stava dipingendo la Cappella Sistina (1508-1512). Al genio michelangiolesco il papa affidò, inoltre, in vista del Giubileo del 1550, la riqualificazione del colle capitolino e la monumentalizzazione di Piazza del Campidoglio, che trovò il suo fulcro nel Marco Aurelio – statua equestre tradizionalmente legata al destino di Roma e del suo popolo –, appositamente trasferito dal Laterano.

Agli interventi urbanistici promossi da papa Farnese in vista dell’Anno Santo è dedicata la prima sezione dell’esposizione dove, attraverso una mappa di metà Cinquecento, si possono ripercorrere cronologicamente le trasformazioni volute da Paolo III e metterle in rapporto con quelle realizzate per il Giubileo 2025, notando come ogni quarto di secolo il solenne evento porti con sé inevitabili cambiamenti nella città. Proprio in occasione del Giubileo della Speranza, che ha comportato un notevole incremento delle visite guidate al magnifico palazzo romano, l’Ambasciata di Francia ha ampliato le aperture al pubblico da 3 a 4 giorni a settimana, permettendo così a tutti, romani, turisti e pellegrini, di ammirare gli splendori farnesiani.

Le celebrazioni dell’anno giubilare non furono la sola ragione alla base del rinnovamento urbanistico attuato da Paolo III. Poco tempo prima della sua elezione, infatti, nel 1527, la Capitale era stata saccheggiata dalle truppe di Carlo V che, devastando ogni cosa, costrinsero il pontefice alla fuga. Roma non più città sacra inviolabile, vide la sua popolazione decimata. Seguirono anni di ricostruzione e fu proprio in quel contesto che i Farnese proposero una nuova idea di Roma e un nuovo modo di concepire l’arte, mezzo per accrescere il proprio prestigio e affermare il potere temporale della Chiesa.

Prima ancora dell’ascesa al soglio di Pietro, il futuro Paolo III iniziò a raccogliere la preziosa collezione artistica – poi arricchita dai suoi nipoti, in particolare dal Gran Cardinale Alessandro (1520-1589) – riservando particolare attenzione alle antichità, che all’epoca emergevano numerose dagli scavi. Deciso ad accaparrarsi qualsiasi pezzo antico fosse emerso dal sottosuolo romano, il papa emanò persino un editto contro la Fabbrica di San Pietro, attraverso cui conferì ai Farnese il diritto di operare scavi per ricavare marmi, pietre e sculture da reimpiegare nella costruzione e ornamentazione del palazzo in via Giulia. Qui confluirono, dunque, opere colossali copiate da artisti e antiquari, fra cui l’Eros a cavallo di un delfino, ora esposto in mostra.

Fondamentale per l’incremento qualitativo e quantitativo della raccolta fu il suddetto cardinal nepote Alessandro ‘il Giovane’, che assunse la porpora a soli 14 anni, nel 1534. Fra i maggiori mecenati del suo tempo, egli consolidò la fortuna del casato e instaurò una fitta rete di rapporti con intellettuali, letterati, collezionisti e amatori d’arte, che era solito ospitare nello sfarzoso Palazzo a Campo de’ Fiori. In quel circolo riunitosi attorno al Gran Cardinale prese corpo, una sera del 1546, l’idea di redigere una raccolta di biografie “degl’uomini illustri nell’arte del disegno, stati da Cimabue insino a’ tempi nostri”; la cui realizzazione venne affidata ad un giovane aretino da poco giunto nella Capitale. Stiamo parlando delle celebri Vite di Giorgio Vasariintrodotto presso il cardinale da Paolo Giovio. Chi era costui e che c’entra con le biografie vasariane? Membro insigne di quella compagnia, Giovio fu un medico, storico, scrittore e collezionista che, disponendo di una serie di ritratti di uomini celebri, esortò l’Aretino a redigere le Vite così da porle a corredo della raccolta di effigi in suo possesso.

Grazie agli innumerevoli benefici di cui Alessandro godette per il tramite del nonno pontefice, poté commissionare una gran quantità di opere ai migliori artisti del suo tempo. Giusto per citare alcuni esempi, la monumentale villa Farnese a Caprarola (VT), la Chiesa del Gesù a Roma e la Danae di Tiziano (1545), oggi a Capodimonte. Fu lui, inoltre, nel 1580, ad acquistare la splendida villa trasteverina, oggi detta “Farnesina”, originariamente proprietà del banchiere senese Agostino Chigi, affrescata nel primo Cinquecento da Raffaello e dalla sua scuola.

Consapevole d’aver portato la collezione al suo grado di massimo sviluppo, il Gran Cardinale precisò nel proprio testamento – esposto a Villa Caffarelli – che sarebbe dovuta rimanere nel palazzo a Campo de’ Fiori stabilendone, altresì, l’inalienabilità. Nel secolo successivo, tuttavia, gran parte di essa lasciò definitivamente l’originaria dimora romana per volere di Ranuccio II, duca di Parma, che negli anni Sessanta del Seicento diede avvio al depauperamento della collezione trasferendo nella città ducale diversi quadri e pezzi antichi. Nel Settecento poi, estinta la dinastia Farnese, il resto dei beni passò ai Borbone e finì, così, a Napoli ad opera di Carlo III, figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta, l’ultima dei Farnese.

Riassunta la storia del casato con un focus sugli artefici della magnifica raccolta, si può ora comprendere come i Farnese riuscirono ad affermare il proprio potere attraverso l’attività collezionistica. Non v’è dubbio sul ruolo determinante giocato da nonno e nipote, entrambi uomini che segnarono la storia di Roma, della Chiesa e del mecenatismo cinquecentesco. Ma siamo sicuri che tale successo fu tutto merito loro? Come diceva Virginia Woolf, dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna! E infatti, all’origine della fortuna dei Farnese ci sarebbe una giovane fanciulla, la cui bellezza procurò al casato potere e ricchezza condannandola, però, alla damnatio memoriae. Stiamo parlando di Giulia Farnese (1475-1524), detta appunto “la bella”, una donna controversa, che svolse un ruolo storico importantissimo, poi cancellato dagli esiti stessi di quel ruolo: guadagnare la porpora cardinalizia al fratello Alessandro, futuro Paolo III.

Nata in provincia di Viterbo intorno al 1475, la bella Giulia appena 15enne fu data in sposa a Orsino Orsini, nipote del cardinal Rodrigo Borgia, e soprattutto offerta alle voglie di quell’uomo, al tempo il più potente di Roma, noto per essere avido amante di giovani fanciulle. Le sorti di Giulia mutarono rapidamente: nel 1492 il Borgia salì al soglio col nome di Alessandro VI e la nominò prima dama di corte. Etichettata come l’amante del papa, la novella sposa ebbe vantaggi, ricchezze e privilegi, ma subì lo scherno dei contemporanei, dai quali venne additata con l’infamante epiteto di “Sponsa Christi” (sposa di Cristo), espressione generalmente riservata alle monache.

Conscio dell’intenso desiderio nutrito dal pontefice verso la sorella, il giovane Alessandro Farnese, spinto dall’ambizione a raggiungere a tutti i costi i vertici della società romana, non si fece alcuno scrupolo a sfruttare le grazie di Giulia per accaparrarsi la benevolenza del papaspagnolo. La sua scomparsa a inizio Cinquecento determinò l’inevitabile tramonto della dinastia Borgia e il cardinal Farnese intuì che la presenza della sorella avrebbe ostacolato la propria carriera; perciò la esortò a lasciare Roma. “Adesso devo stare nell’ombra perché questo è il volere di mio fratello card. Alessandro” avrebbe scritto Giulia che, costretta a ritirarsi nel Viterbese, da quel momento venne quasi del tutto dimenticata.

La sua bellezza rappresentò per i Farnese la chiave d’accesso al potere romano consentendo al fratello Alessandro la scalata al soglio pontificio. Questi, tuttavia, non sembrò ricambiare i favori della sorella, senza la quale non sarebbe diventato il celebre Paolo III. Sapendo dell’influenza da lei esercitata sul defunto Rodrigo, i romani lo soprannominarono cardinal “gonnella o della gonna” e persino cardinal “Fregnese”, ovvero cardinal vagina, a sottintendere il motivo del suo prematuro potere.

Nonostante la sua rara bellezza e l’importante ruolo svolto a corte, di Giulia non ci resta alcun ritratto. Ma com’è possibile? Senza dubbio il venefico ambiente romano e le torbide vicende in cui fu, a suo malgrado, coinvolta influirono sulla sua damnatio memoriae; tuttavia, il primo motivo andrebbe rintracciato nel successo ottenuto da Paolo III, il cui regno durò ben 15 anni, fino al 1549. Deciso a cancellare dalla memoria collettiva lo scomodo e ingombrante ricordo della sorella, Alessandro avrebbe fatto distruggere tutte le opere d’arte in cui era raffigurata. Tutt’oggi, infatti, non esiste alcun ritratto certo della nobildonna, fatta eccezione forse per due dipinti: la Madonna con Bambino affrescata dal Pinturicchio a fine Quattrocento nell’appartamento Borgia in Vaticano e la Dama con Liocorno di Luca Longhi – tradizionalmente ritenuta una raffigurazione postuma di Giulia, recentemente esposta a Castel Sant’Angelo in occasione dei 500 anni dalla sua morte (1524-2024).

Leggenda vuole che la bella Farnese andrebbe riconosciuta con più probabilità in un’altra opera, posta in San Pietro: una delle 2 allegorie che decorano il monumento funebre di Paolo III, commissionato dal nipote Alessandro. Eretto in fondo alla navata centrale della Basilica, il sepolcro farnesiano accoglie la solenne statua bronzea del papa affiancata, in basso, dalle figure marmoree della Giustizia e della Prudenza, rispettivamente personificazioni della sorella e della madre: Giulia Farnese e Giovannella Caetani. Non appena terminato il monumento, cominciarono già a circolare voci sull’identità della sensuale donna scolpita ai piedi del pontefice. La sua provocante nudità mal si addiceva all’interno della più importante chiesa cattolica, per di più nel clima controriformistico. Difatti, non trascorsero neanche vent’anni che la statua venne coperta con un panno metallico per ordine di Clemente VIII. Nel Settecento poi, quando si scoprì che il panneggio poteva esser rimosso per ammirare le nudità sottostanti, la Giustizia suscitò ancor di più la curiosità dei contemporanei.

Amante di un papa e sorella di un altro papa, desiderata e poi dimenticata, la bella Farnese venne di fatto utilizzata come merce di scambio da barattare con qualcosa di valore, il potere temporale del Papato. Oggi viene ricordata come una donna che sostenne le ambizioni della famiglia concedendo il proprio corpo e che, per questo, venne sottratta alla memoria collettiva.

Se si prova a guardare la vicenda da un’altra prospettiva, propria dei tempi moderni, capiterà a molte donne di riconoscersi in Giulia Farnese. Questa figura così controversa ed intrigante risulta, infatti, ancora emblematica per comprendere certe dinamiche della società odierna. Quante volte la donna oggi è costretta a sacrificare la propria carriera, il proprio tempo libero e perfino il proprio corpo pur di favorire il marito, il figlio o il fratello? La società sembra ormai aver imposto tale condizione a qualsiasi donna sia contemporaneamente figlia, moglie e madre, e se prova a ribellarsi a questo ruolo, viene inevitabilmente giudicata egoista, assente, distratta. Ma non si tratta di scegliere tra lavoro o famiglia: ogni donna ha il diritto di emanciparsi attraverso una professione che la soddisfi, di scegliere di avere o non avere una famiglia, che in ogni caso non deve diventare un limite alle sue ambizioni.

Trascendendo le celebrazioni strettamente legata all’imminente festa della donna e della mamma va, dunque, ribadita con forza l’urgente necessità di rivalutare il ruolo sociale femminile, purtroppo ancora oggi subordinato a quello maschile.