La nuova vita di Michela Murgia

A poco più di un anno dalla scomparsa, la scrittrice sarda continua a mantenere alta la sua influenza sia sul mercato editoriale che sulla vita intellettuale italiana.

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«Stai zitta». Non è una frase qualsiasi, non lo è per nessuno. Non lo è neanche al maschile. È la morte del pensiero libero, che vive solo a gran voce. È la morte della dignità umana. È la morte della parità sociale, la nascita di una subordinazione unilateralmente imposta su basi inconsistenti. Non era una frase qualunque neanche, soprattutto per Michela Murgia, che ne ha fatto il titolo di uno dei suoi libri. Ricordate l’episodio di “delirio” dello psichiatra Raffaele Morelli durante una diretta su Radio Capital, che andò virale sui social? “Zitta! Zitta e ascolta! Sto parlando e non voglio essere interrotto!”, la frase dell’ospite – in palese difficoltà per i riferimenti ad alcune sue dichiarazioni poco chiare sul concetto di femminilità – dopo che in maniera del tutto arbitraria aveva iniziato a dare del “tu” alla scrittrice. Qui si riassume la lotta che Michela Murgia ha condotto per tutta la vita: dimostrare che certe situazioni non sono deliri temporanei e sporadici, ma manifestazioni di una cultura tossica di cui la società umana ancora non è riuscita a liberarsi.  

«La morte ha un potenziale enorme. È una specie di lente d’ingrandimento gigantesca che mette a fuoco la transizione». Lo scrive in Ricordatemi come vi pare, l’autobiografia postuma nata da una settimana di incontri con lo scrittore Beppe Cottafavi. A poco più di un anno dalla scomparsa dell’autrice, il pensiero e la lotta di Michela Murgia proseguono con ampia risonanza. Oltre alla biografia, è stato pubblicato post mortem il saggio Dare la vita, incentrato sul concetto della famiglia queer. L’ultimo testo narrativo pubblicato da Murgia quando era ancora in vita, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, è risultato il quarto libro più venduto in Italia nel 2023. Sfortunatamente, una sola posizione sopra il non-libro di Roberto Vannacci, che di Murgia potrebbe essere considerato il polo opposto. 

«Una delle cose più difficili da bambini è coniugare i verbi, dividere il passato dal presente e dal futuro. Così è difficile adesso parlare di Michela Murgia al passato. Così ne parlerò al futuro». È l’esordio del discorso che ha tenuto l’amica Chiara Valerio ai funerali della scrittrice. Per quello che ha rappresentato nel panorama intellettuale italiano negli ultimi anni, per la sua attitudine alla lotta in cerca della rottura con gli schemi del passato, per il tentativo di dare una struttura agli schemi del futuro, Michela Murgia non può e non deve diventare una semplice forma nella nostra memoria. Il suo pensiero e le sue azioni, le sue parole, devono sopravvivere più del commovente – ma effimero – ricordo della persona. 

«Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite». Ha lavorato in un call center, in una centrale termoelettrica. È stata insegnante di religione, portinaia notturna. Attivista, scrittrice, intellettuale tagliente. In Ricordatemi come vi pare, scrive: «Se dovessi dire che mestiere faccio, direi che, stando dentro la realtà, guardo il punto nero, quello scuro, e lo descrivo, racconto come si smonta, come si decostruisce e come si può battere. Come si pulisce questa macchia? Come si rende abitabile e vivibile questo angolo scuro? Ho usato diversi strumenti per rispondere a simili domande: ho usato la politica, l’attivismo, ho usato, molto, la parola». Il 10 agosto 2023 le vite sono diventate undici, ne è cominciata un’altra in absentia. Oggi Michela Murgia è una protesta afona. Oggi Michela Murgia sta zitta, ma permea ogni fessura. Michela Murgia è un simbolo. 

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