“La medaglia – Ai piedi del tempo si muore”

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Un suono si abbatte sul tempo e lo inchioda. Sono quasi le ventidue. Avviato verso una serata che non prospetta alcunché di entusiasmante, vengo braccato dalla curiosità per un rumore insolito e sospetto. Lo sderenante guaito è l’elemento da cui dipende un bioma che si è innestato in una via del centro città, parte del mio tragitto per arrivare dove ne avevo l’intenzione. Persone, insegne, asfalto, tutto sembra muoversi in funzione di quel verso che aveva all’improvviso cominciato a prosciugarmi l’anima, come un canto di Sirena che lascia presentire l’orrore, e per ciò stesso ti attrae. Sento crescere il coro di questionanti: “Chi è, o cosa?” “Dove sta?” “Esiste?”. In tutti i modi si cerca uno spiraglio verso la verità, che ne plachi la sete. I più fortunati che sono riusciti ad avvicinarsi tentano, nel massimo delle loro capacità, di spiegare a chi è rimasto dietro e non può guadagnare neanche un mezzo passo. Il tempo è fermo, muto, ogni attimo denota un inusuale attaccamento alla vita. Mi è bastato essere sfiorato dal suono per venirne completamente assorbito. Dimentico la mia strada, il pub che mi aspetta… Potrei dire di aver perso qualunque traccia di memoria recente. Mi aggrappo al primo corista che incontro affinché chiarisca ogni mio dubbio, per potere uscire dal disagio di non sapere nulla di quanto stia accadendo e riuscire a livellarmi ai miei compari spettatori. Forse non sto neanche cercando la verità, piuttosto un brivido o, ancora meglio, un’emozione a cui non sono mai stato così vicino. Mi rendo conto che chiunque in quel frangente sta segretamente covando un desiderio di inferno. Quante cose si avrebbero poi da raccontare… Altro che quelle quattro nuvolette pacifiste che se ne svolazzano lì in alto! Stanno troppo lontane dalla Terra per capire come realmente funziona. “Qua ognuno ha da pensare ai fatti suoi. Ognuno deve sorbirsi le proprie fatiche e le proprie pene. A parte a quei pochi che ci fanno stare bene e non è giusto che godiamo per i loro mali, quelli degli altri li dobbiamo sfruttare per smorzare i nostri. Lo sai quanto valgono quindici minuti?”. Aleggio perturbato tra i corpi drogati. Nei pochi sprazzi di lucidità mi sembra d’essere uno Scrooge che assiste terrorizzato alle rivelazioni sul suo presente. Sento una voce che mi ridesta, “È un pazzo, lo stanno bloccando in attesa dei rinforzi!”. Ora distinguo le forme, due uomini vestiti uguali che sommergono un corpo di cui si intravedono soltanto un paio di gambe irrequiete. Da quel mucchio si elevano grida dal carattere incerto: dolore, paura, rabbia, forse una pozione delirante dei tre insieme. Sono sassi e coltelli che frantumano lo specchio celeste, il coro sta lì e si gode la pioggia di vetri sperando in una ferita che porti respiro all’anima. Tutti sentono che può esserci una svolta da un momento all’altro, lo stallo è destinato a terminare. Tensione e fervore aleggiano tra i coristi assorti. Ogni grido può segnare l’inizio di un nuovo capitolo, ogni scatto delle gambe può sconvolgere l’ordine di quel piccolo universo. Sono tante piccole speranze d’inferno. Proprio nel momento cruciale il mio incanto si rompe. Forse devo ringraziare un’intercessione celeste ad hoc, ma a posteriori penso che tutti nella via si credessero protagonisti della storia che si stava scrivendo sul Papiro Universale. In un amen vengo espulso dalla bolla così come ne ero entrato, senza accorgermene. Mi sovviene la mia strada, il pub che mi aspetta, l’orologio che ormai segna poco più delle ventidue, e abbandono di punto in bianco quel cinema improvvisato. Il tempo riprende conoscenza, il mondo torna ad essere un tachicardico correre e un insolvibile passare. Accesa la macchina, il turbine di sensazioni, emozioni, pensieri, scola via come da una grondaia, in un rivolo che si allontana piano piano. Con la stessa andatura, vado via di lì. Una volta arrivato e aggregatomi al gruppo, non esito a sfruttare l’accaduto per animare sin da subito la serata, accogliendo tra le braccia il velo di compiacimento che ne deriva. Non sono diverso da tutti gli altri, desidero anch’io qualche medaglia per alleviare la gravità dell’attesa. Prima, quando ancora non conoscevo nulla, ogni cosa sembrava tutto. Oggi tutto è nulla. Allora è giusto aggrapparsi ai momenti d’estasi, giusto per ricordare di esserci di tanto in tanto. Ché ad aspettare l’amore per un fremito di cuore, si rischia di vedere sé stessi scivolare tra le proprie stesse mani. L’amore non è cosa che tutti sanno, e anche a chi lo sa spesso non gli basta, e ripiega sulla contemplazione pietosa dei mali altrui. L’argomento fa presto ad esaurirsi, si avanza con balzi fluidi nella conversazione e allo stesso modo arriviamo a congedarci. Il rivolo si è perso nel mare e ha spento la sorgente. A dire il vero, ha dato un paio di sgoccioli ancora quando il mio occhio è cascato sulle immagini del telegiornale. Una pena dopo l’altra hanno riaperto un poco la fonte, rinumidendomi le sinapsi. Sui miei passi verso la macchina ricapito per quella via. Ora è tutto chiuso, nessuno passeggia se non un mezzo silenzio cittadino. Mi volto, sospiro. Penso che ho sonno e voglio andare a dormire. Ho ancora tanto da aspettare.

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