1936, Harbin, Manciuria, territorio della Cina nord-orientale occupato dall’esercito imperiale giapponese; l’inferno apre ufficialmente i suoi cancelli, l’unità 731 diventa operativa. Negli anni in cui il Giappone si macchia di alcune tra le peggiori nefandezze della storia, tra cui il massacro (o stupro) di Nanchino, di nascosto, dottori giapponesi e i loro assistenti sottopongono cavie di laboratorio umane agli esperimenti più raccapriccianti nel nome della scienza. L’unità nacque grazie al lavoro del medico e militare Ishii Shiro, considerato un pioniere nella ricerca e sviluppo di armi batteriologiche. Shiro, figlio di una ricca famiglia produttrice di Sakè, mostrò fin da ragazzo una spiccata intelligenza e grande interesse verso lo studio delle malattie e dei loro effetti sul corpo umano; studiò medicina arruolandosi poi nell’esercito, dove avrebbe assunto un ruolo cruciale negli anni a venire. Lo studio della medicina in Giappone, all’epoca, non prevedeva approfondimenti etici: non vi erano giuramenti di ampia tradizione come quello occidentale di Ippocrate, e la morale era considerata un fattore interno allo scienziato, sul quale non era necessario soffermarsi durante gli studi. Quando venne eretta la struttura dell’unità 731, fu presentata al pubblico e alle autorità come una segheria, per mantenere il massimo della segretezza; da qui l’utilizzo del termine maruta, ovvero tronco d’albero in giapponese, per parlare dei pazienti, considerati come semplici oggetti di sperimentazione. Ad Harbin, tra il 1936 e il 1945, si stima che tra i 3000 e i 10.000 (ma anche di più secondo molte stime. Il numero crescerebbe ulteriormente se si prendessero in considerazione anche le armi batteriologiche testate sui villaggi vicini) ‘maruta’ siano stati soggetti ai più atroci esperimenti nella storia dell’umanità. Le cavie erano principalmente cinesi, militari e contadini dei villaggi circostanti, ma anche prigionieri di guerra russi e coreani. L’aspettativa di vita all’interno dell’unità 731 era molto breve, seppur variabile a seconda del tipo di esperimenti a cui erano sottoposti i pazienti. Inizialmente, questi erano nutriti a sufficienza, così da permettere ai medici di cominciare la sperimentazione su esemplari sani. La gamma degli esperimenti era ampissima, vennero testati sulle cavie (che potevano essere indiscriminatamente e in ogni esperimento di qualsiasi età: bambini, adulti o anziani) gli effetti di varie malattie per studiare le reazioni dei corpi: un maruta poteva essere contagiato con la sifilide, la peste, il tifo, il colera, l’antrace. La vivisezione era pratica diffusa, sia sui prigionieri precedentemente infettati, sia su donne incinta, individui sani, bambini; vivisezioni che avvenivano senza anestesia (per studiare la resistenza al dolore) e con le cavie sveglie e agonizzanti. Spesso donne venivano fatte violentare e ingravidare da uomini a cui era stata iniettata una malattia, di solito venerea, e i loro feti successivamente estratti durante la vivisezione e analizzati, o analizzati dopo il parto, oltre a test di aborto forzato. Ad alcuni pazienti vennero rimossi gli arti (sempre da svegli e coscienti) e ricuciti tra loro invertiti, per altri la rimozione riguardava organi, per testare la capacità di sopravvivenza senza di essi. Ci furono anche trasfusioni di sangue animale nel sistema circolatorio umano per verificarne gli effetti, iniezioni di urina di cavallo nei reni delle persone. Esperimenti sulle temperature estreme: ad un paziente potevano essere congelati gli arti e poi posizionati in acqua bollente, provocando così la scarnificazione delle braccia, oppure congelati gli arti per poi essere percossi e spezzati. Altri esperimenti riguardavano l’uso di insetti infetti, di serpenti velenosi, di armi nuove o vecchie di cui testare l’efficacia sulle cavie, di analisi della resistenza dei soggetti al dolore, alla fame e alla tortura di ogni tipo, attraverso elettrodi, neurostimolazione, operazioni al cervello, simulazioni di interrogatori violenti, strumenti di tortura appartenenti a epoche passate, gas tossici, condizioni psicologiche o climatiche estreme per verificare gli effetti di resistenza al dolore, manipolazione mentale e del sonno. E molti altri atroci esperimenti. Nel caso dell’unità 731, la sofferenza non fu il risultato di un’esplosione incontrollata di violenza, ma l’esito di un piano razionale, accuratamente concepito per trasformare il corpo umano in un oggetto di analisi e sperimentazione. La dignità umana, già descritta come ontologica da Cicerone (il primo a parlarne in certi termini nel De Officiis 44 a.C.), dipinta poi come necessaria da Voltaire, che con il suo: “Trattato sulla tolleranza” del 1763 fece da apripista per la sistematizzazione e messa in pratica di ideali e concetti sviluppati nell’illuminismo, trasformati poi da Kant in un vero e proprio paradigma novo, e oggetto di studio filosofico-giurisprudenziale-politico tutt’oggi, venne meno non attraverso una presunta volontà divina, attraverso una sragione, usando il termine che il filosofo francese Michel Foucault applica alla tortura pre-illuminista, ma attraverso un piano sistemico e scientifico. La scienza amorale ha aperto le porte dell’inferno più di quanto l’era della sragione non fosse riuscita a fare. L’atrocità della tortura premoderna e medievale, spettacolarizzata e simbolo spesso di un contrappasso infernale in terra, aveva in sé l’obiettivo di punire e giudicare per conto di Dio e del sovrano, di estorcere la verità attraverso la tortura: “Che il dolore divenga crogiolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile” Scrive a tal proposito il giurista Cesare Beccaria, nell’arcinoto e fondamentale: “Dei delitti e delle pene” del 1764. Nel paradigma della disumanità scientifica e razionale, e in questo caso in particolare, invece, il dolore non è neppure una pena, le cavie non sono ritenute colpevoli, sono semplicemente ‘tronchi di legno’ su cui costruire la propria ricerca. Il dolore, dunque, non rappresenta più una punizione ingiusta e atroce come in precedenza, ma un numero da quantificare, incasellare e annotare per la ricerca. Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, definisce il passaggio dalla tortura premoderna alla modernità come una trasformazione del potere: “Non si tratta più di infliggere sofferenze pubbliche e spettacolari, ma di organizzare una strategia di controllo sistematico che penetra nel corpo stesso, disciplinandolo e sfruttandolo” (Sorvegliare e punire, 1975). In questo senso, l’unità 731 rappresenta una perversione estrema di tale paradigma, in cui la razionalità scientifica e il controllo biopolitico si intrecciano per giustificare la disumanizzazione e lo sterminio. Se confrontiamo questa realtà con la tortura premoderna, descritta da Voltaire come una pratica che “traduce la rabbia di un potere arbitrario” (Dizionario Filosofico, 1764), possiamo osservare un cambiamento fondamentale. La tortura nell’Ancien Regime era spesso irrazionale, caotica e spettacolare, uno strumento del sovrano per manifestare pubblicamente il suo potere. Voltaire stesso criticò le pratiche punitive della sua epoca, evidenziandone l’inutilità e la barbarie: “La tortura non illumina mai; la crudeltà genera solo menzogna”.
Con l’avvento dell’Illuminismo, si assiste a una trasformazione radicale. La violenza non viene eliminata, ma disciplinata e razionalizzata, inserita in un quadro scientifico e giuridico che la rende meno visibile e apparentemente più giustificata. Il caso dell’unità 731 mostra fino a che punto questa razionalità possa essere distorta, generando un modello di violenza sistematica che si presenta come neutrale, oggettivo e persino necessario. L’autoritarismo statuale nazionale ha portato (e porta ancora oggi) a declinazioni del controllo e della violenza sorrette da una presunta razionalità scientifica, sorretta a sua volta da una presunta razionalità burocratico amministrativa che trova la sua giustificazione in quella scienza che essa stessa direziona. È sicuramente più corretto, a tal riguardo, parlare di neo-sragione: in quanto una vera ragione dovrebbe partire dalla morale, che investe poi a 360 gradi ogni aspetto dell’umano, dalla politica al diritto, passando per la scienza, la cui direzione non può non essere dettata dall’etica. È facile ingannarsi e archiviare condizioni di de umanità e disumanità alle sole opere di uomini mostruosi. Sicuramente alla base del biopotere e della logica del controllo scientifico ci sono tali uomini mostruosi la cui morale è assente o distorta ai loro scopi, ma il problema è sistemico. La parcellizzazione dei ruoli porta con estrema facilità alla collaborazione all’interno di un sistema che repellerebbe la maggioranza degli individui. Nell’unità 731 hanno lavorato circa 5000 persone nel corso degli anni, tra collaboratori, ricercatori e personale sanitario e militare. È di facile comprensione, considerando tale numero di individui, come l’azione di questi non fosse necessariamente governata da sadismo o istinto violento: un numero importante di costoro erano medici di Tokyo probabilmente incapaci, in altri contesti, di immaginare di torturare un essere umano. Il loro coinvolgimento è dunque figlio di tre fattori dominanti: la subordinazione ad un potere superiore, la parcellizzazione dei loro compiti (divisi in modo da assegnare ad ognuno solo un piccolo e di per sé non decisivo ruolo), e l’immersione in un contesto giuridico scientifico (di potere) in grado di normalizzare e far sembrare giuste anche le più gravi atrocità attraverso la propria retorica: “Tutto ciò serve, tra l’altro, a ‘scaricare’ il possibile senso di colpa del torturatore, a creargli un alibi di fronte alla propria coscienza; in breve, a rendergli possibile la commissione di atti che qualunque essere umano, dotato di un minimo di ragione, dovrebbe considerare ripugnanti.” (Antonio Cassese I diritti umani oggi 2019). Le testimonianze degli operatori sopravvissuti confermano questa tesi: un assistente medico dell’unità 731, che testimoniò nei processi di Khabarovsk (1949), dichiarò:
“Non pensavamo ai prigionieri come esseri umani, ma come strumenti di ricerca. Non mi sentivo un assassino, perché stavo eseguendo ordini, contribuendo a un progetto scientifico per il bene del Giappone.”
Ancora altri assistenti medici all’unità 731, in interviste rilasciate molti anni dopo:
“Ero addestrato a considerare i prigionieri come nient’altro che materiale da esperimento, non esseri umani. Ci dicevano che tutto ciò che facevamo era per il bene del Giappone. All’inizio avevo paura e rimorsi, ma alla fine mi abituai. Era come lavorare su animali in un laboratorio.”
“I prigionieri venivano sottoposti a esperimenti di congelamento per vedere quanto tempo ci voleva perché il tessuto si distruggesse. Usavamo acqua bollente per riscaldare le mani congelate, ma la pelle cadeva a pezzi. Non ci fermavamo mai a riflettere, era tutto parte del lavoro.”
Un altro fattore che traspare dalle parole degli operatori e si può aggiungere alla riflessione riguarda la possibilità estrema di adattabilità dell’essere umano alle situazioni più tragiche e disparate, la sua capacità di normalizzazione e abitudine, nel contesto sociale e politico retorico adatto, a ciò che, come individuo isolato, non condividerebbe; a conferma quasi delle teorie Darwiniste sulla sopravvivenza del più adatto. Il Leviatano del biopotere è creato dell’umano ma è composto da moltissime vite (che disumanizzano e perdono esse stesse la propria umanità) che non hanno neppure coscienza della sua natura. Conclusa la guerra e con il Giappone in ginocchio, anche l’unità 731 chiuse. Ma se i responsabili della Shoa vennero processati subito dopo il conflitto, quelli dell’unità 731 ricevettero l’immunità da parte degli Stati Uniti in cambio dei risultati degli esperimenti, Shiro compreso. Gli USA pensavano di potersi servire di certe conoscenze nell’ottica del nascente bipolarismo che avrebbe contraddistinto la seconda metà del secolo. Seguendo questa logica, per contrapposizione, l’Unione Sovietica, che aveva liberato la Manciuria, rese pubblici alcuni crimini giapponesi attraverso i processi di Khabarovsk (che non ebbero però risonanza, soprattutto in occidente), per sottolineare la superiorità morale del blocco comunista rispetto agli Stati Uniti, ma sfruttò comunque le informazioni raccolte per rafforzare le proprie capacità militari. L’inferno terminò in un silenzio, un silenzio che uccise e continua a uccidere le vittime di quei massacri: l’unità 731, una delle pagine più tragiche e forse l’estremo più atroce nella storia dell’uomo, è un argomento essenzialmente sconosciuto e non menzionato nella stragrande maggioranza dei libri di testo. Da parte del governo giapponese inoltre non c’è mai stata un’ammissione ufficiale completa di responsabilità (solo delle scuse parziali nel 2002) né risarcimenti specifici alle vittime.


