Alla domanda si può leggere Pascoli oggi? Ne sorge automaticamente un’altra, più generale diremo, che ha a che fare con il metodo: il nostro presente è ancora una continuazione del nostro passato? Maancora,questa domanda potrebbe sembrarci facilmente aggirabile. Il passato è storia, si direbbe, ed essa è, per cause ovvie, una parte di noi, in quanto noi stessi un giorno diverremo il passato d’altri, e così fin quando esisteremo. Dunque, posti tali dubbi, basterebbe un mero esercizio teorico (quasi elementare) per arrivare a capo della faccenda, come abbiamo visto; e allora per essere più esatti, dovremmo domandarci: siamo, noi, una continuazione del nostro, o del loro passato?
Per guardare al passato si deve guardare ciò che venne messo in luce dagli uomini di una determinata epoca, poiché basare formulazioni sulle ombre della storia risulterebbe un esperimento assai infelice, quasi improbabile. Ma ritornando alla nostra domanda, forse abbiamo delle risposte.
Fra i tanti modi che abbiamo di fare storia, ci può essere d’aiuto la letteratura.
Il lettore si domanderà, per certi versi, come si possa far capo ad un solo autore per comprendere cosa è accaduto all’uomo prima di noi. Leggere i pensieri d’un uomo che in un primo momento sembra così distante – e che magari usa una lingua che noi non usiamo più – potrebbe recarci qualche momento di esitazione. Ma bisogna tenere conto di alcuni fattori, per accorgersi che noi siamo, per dirla un po’poeticamente, ciò che già in qualche modo fummo. Partiamo da una constatazione evidente. Se abbiamo letto qualche poesia di Myricae (pubblicata per la prima volta nel 1891, e modificata sino al 1911), la raccolta di poesia forse più celebre di Giovanni Pascoli, ci saremo accorti che l’uomo poeta – e non è detto che le due cose siano sempre combinate, ma questo non è il caso di Pascoli – ha sofferto i mali che soffriamo noi, in prima persona: lettori e abitanti del mondo.
Prendiamo alcuni versi del sonetto Anniversario (il secondo momento del colloquio del poeta con l’ombra della defunta madre, pubblicato per la prima volta nell’edizione del 1892), e leggiamo: Sappi – e forse lo sai, nel camposanto – / la bimba dalle lunghe anella d’oro, / e l’altra che fu ultimo tuo pianto, / sappi ch’io le raccolsi e che le adoro. Il poeta dialoga con la mamma defunta, con moto d’orgoglio misto a dubbio e dolore (– e forse lo sai, nel camposanto –) che scandisce con esattezza lo stato d’animo di un uomo che si apre in un discorso intimo, raccontando delle due sorelle, che ha raccolte (probabilmente dalla disperazione), sostituendosi alla figura materna.
I versi che abbiamo appena letto possono suscitare in noi quel senso di malinconia, suscitata dal pensiero della morte e della paura di perdere la madre, in noi tutti presente. Così un susseguirsi non troppo complesso di parole ha riportato in vita un dolore per noi, sino a qualche momento prima, inesistente (se avessimo appreso una storia simile ai notiziari, avremmo reagito alla stessa maniera?).
Di Pascoli si è detto e scritto molto, nell’ultimo secolo. Ho pensato che la sua figura, in quanto poeta, fosse radicalmente emblematica – e necessaria – per la discussione sull’attualità del passato.
A differenza di altri suoi contemporanei (Carducci e D’Annunzio) Pascoli instaurò un rapporto che poi si rivelerà necessario, nella poesia successiva, di legame fra sentimento (dell’autore) e sentimento (del lettore). Ma intuì anche un’altra cosa, essenziale: ovvero che l’oggetto descritto poteva in qualche modo comunicare al lettore (e a chi scrive in primis) lo stato d’animo di chi lo descrive, e così le sue percezioni sugli eventi, che non può controllare. Dunque il poeta ci tornerebbe utile (tornando ai quesiti storici) non più come oggettivo e razionale portatore di concretezze storiche, ma più come una esatta fonte della storia dei sentimenti dell’uomo, e dei modi di reagire ad essi.
Un’altra opera assai nota, Il Fanciullino (apparso per la prima volta nel 1897, poi ripubblicato nel 1903) ci viene in aiuto per comprendere meglio il tema della rappresentazione delle cose. Detto con parole nostre, questo fanciullo di cui parla il poeta, altro non è che lo sguardo meravigliato che si cela dentro ognuno di noi. Mentre nell’età matura si cresce, diventando spesso tristi, iracondi, disinteressati, esso non cresce mai, rimane lì, come una figura metafisica, dentro i nostri corpi, pronto ad uscire nei momenti necessari.
Un tentativo di portare questa poetica in poesia, si può trovare nel suo componimento più celebre (ma che qualcuno preferì non elencare fra i suoi testi più elevati), La cavalla storna, compresa nella raccolta Canti Di Castelvecchio (1903).Il padre di Pascoli venne assassinato, nel 1867 (quando il poeta aveva dodici anni) probabilmente da alcuni sicari.
Pascoli ritrasse la conversazione – esasperata e melodiosa – della madre con l’unica testimone del delitto, appunto, la cavalla. In questa poesia vi è il fanciullo lì che guarda la viltà dell’uomo contrapporsi alle incertezze della vita. La mamma che tenta questo gioco magico, alle prese con la cavalla: chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. / E tu fai cenno, Dio t’insegni, come, si affida così all’impossibile evento. Il fanciullo – ovvero il poeta – non commenta: osserva l’attimo e ne descrive tutta la drammaticità, priva di atti eroici o colpi di scena clamorosi. Non è evidenziato neppure il senso di vendetta. Questa la proverà il lettore (come la proverà lo stesso Pascoli, che cercò gli assassini del padre per tutta la vita) ma la poesia, lì, in quei minuti di racconto, appare quasi una silenziosa messa in scena del dolore d’una famiglia.
Perché leggere Pascoli oggi? In un momento assai complicato per la storia dei sentimenti, lo sguardo arricchito di un nuovo interesse, per le cose che accadono, per le – seppure turbolente – primizie della vita, come il Pascoli e altri pochi fu capace di accogliere, dovrebbe tornare a far parte delle nostre potenzialità rappresentative, ora, dove ciò da cui siamo circondati è l’oggetto portato al solo scopo utilitaristico, riprendere l’esercizio dell’incanto (e non si fraintenda il termine incanto con l’assenza di riflessione critica) tornerebbe utile nel sanare lo stato degli spiriti, messi in ginocchio e profondamente smarriti, tendenti, per forze attrattive, alla rabbia e al protezionismo da ogni forza esterna.
In conclusione, Pascoli ci fu maestro perché seppe camminare nella realtà che sta nel mezzo, nell’eterno alternarsi fra alba e tramonto, dimostrandoci come la morte – e cerchiamo di intenderlo oltre, questo termine – fu un grande metodo per descriversi nel tempo.


