Il Volere del Presidente

Si potrebbe definire imbarazzante che un ordine presidenziale parli di TikTok, ma in questa distopia Made in Washington tutto fa brodo a quanto pare.

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Con un colpo di spugna, Donald Trump ha praticamente cambiato faccia agli Stati Uniti. 45 Executive Orders non appena insediatosi alla Casa Bianca per il suo secondo mandato. Dai fatti di Capitol Hill all’abbassamento dei costi nel pubblico impiego, sono tantissime le modifiche apportate, moltissime delle quali vanno a cancellare totalmente ciò che è stato fatto da Biden nei precedenti 4 anni. Cosa cambia davvero?

Sono ben 45 gli Executive Orders firmati da Donald Trump, tutti in data 20 gennaio 2025, all’alba del suo secondo mandato presidenziale. Fondamentalmente, il nuovo corso ha cercato di imprimere sin da subito una svolta politica importante, con l’eliminazione di gran parte dei provvedimenti della precedente amministrazione, e la creazione di un nuovo assetto, anche internazionale, a dir poco a immagine e somiglianza del proprio Presidente.

La numerazione di questi Executive Orders gioca un ruolo molto interessante, a suo modo: i primi due ordini, il numero 14147 e seguente, sono un ponte con il giorno più buio della democrazia americana dato che forniscono, sotto le mentite spoglie della fine della “militarizzazione” Federale, l’amnistia per i fautori materiali dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Da scienziato politico, posso invece dirmi elettrizzato dalla declassificazione dei files sulle morti di John F e Robert Kennedy, oltre che di quella di Martin Luther King. Tre incredibili misteri irrisolti i cui risvolti non sono ancora chiari, ma che hanno giocoforza influenzato l’andamento dell’ultimo sessantennio in America. Sicuramente vedremo teorie fantasiose galoppare libere nell’etere, date le svolte di Twitter e Meta nei confronti del fact-checking.

A proposito dei social, si potrebbe definire imbarazzante che un ordine presidenziale parli di TikTok, ma in questa distopia made in Washington tutto fa brodo a quanto pare, quindi ben venga la difesa di una piattaforma figlia del Paese visto come nemico numero uno dell’America dall’ex Presidente Trump. Come dite? È sempre suo quest’ordine? No dai, impossibile. Eppure una piattaforma bloccata dall’Amministrazione precedente per dubbi sulla sua chiarezza nella gestione dei dati raccolti è – per ora – riuscita ad ottenere il placet presidenziale, mentre la Cina stessa ricomincia ad essere attaccata a suon di dazi commerciali. Vedremo quindi come intenderà salvaguardare l’interesse nazionale, che viene allargato ai 170 milioni di utenti americani sulla piattaforma. Si è parlato di una cessione a Musk del marchio per la distribuzione negli Stati Uniti, ma nulla è definito se non il ritorno dopo soli due giorni della piattaforma, grazie ad un Ordine Esecutivo.

Si passa poi ad altre importanti voci della campagna elettorale del Tycoon, come la nascita della nuova policy “America First” per la politica estera, dove si deve guardare agli interessi del Paese prima di tutto – anni di guerre in Medio Oriente e di pesanti confronti a distanza con l’Unione Sovietica pare non rientrassero nella categoria – o l’abolizione delle spese “superflue”, ossia quasi tutte quelle orientate alla Diversità, alla salvaguardia del cambiamento climatico – e quindi all’uscita dagli accordi di Parigi – e anche il benservito all’Organizzazione Mondiale per la Sanità. A quest’ultimo, segue poi un altro ordine dal nome curioso, il numero 14174: “Revoca di certi Ordini Esecutivi”. Ironia della sorte, ne elimina due, nominati solo all’interno, entrambi figli della pandemia del 2020, che sancivano il bisogno di garantire le misure per il contenimento della stessa e garantivano le vaccinazioni. Trovo alquanto deludente l’accoppiata nome-effetti, soprattutto vedendo che il numero 14148 avrebbe meritato forse maggiormente tale titolo, cancellandone da solo una sessantina. E invece no, quest’ultimo si chiama semplicemente “Initial Rescission of Harmful Executive Orders And Actions”, che delusione.

Si potrebbe aprire un dibattito lunghissimo sull’Ordine 14187, che sancisce la fine del processo di transizione chirurgica per gli adolescenti, ma forse sarebbe meglio tacere sull’argomento per i risvolti etici. Tanto, con un governo così orientato ad essere reazionario, le discriminazioni e la paura torneranno ad essere talmente preponderanti che la scelta migliore potrebbe essere quella di allontanarsi per proteggersi. Dove andare, tuttavia, sembra un grattacapo da emicranie ben più lunghe di quattro anni, considerando il rigurgito reazionario che sta prendendo piede dappertutto, Canada compreso.

Si passa poi ad una serie lunga di Ordini legati alla questione più nazionalista di tutti, ossia la difesa dei confini dai flussi migratori, per la salvaguardia dei posti di lavoro e del “Significato e Valore della Cittadinanza Americana” (Ordine numero 14161). Che poi gli Stati Uniti siano nati da una diaspora Europea, e che molto probabilmente si reggano come moltissime altre nazioni sviluppate sul lavoro economico fornito da immigrati, poco importa.

Ciò che dovrebbe importare più di tutto, se fossimo in un blog scritto da un qualsiasi utente americano, è poi l’Ordine Esecutivo che dà a Elon Musk pieni poteri su tutta la linea. Parliamo di quell’ordine che in Italia, ma anche in altri paesi Europei, potrebbe portare a vere e proprie rivolte, ossia quello che sancisce la nascita dell’Ufficio per l’Efficienza Governativa, che avrà il compito di alleggerire quanto possibile la macchina statale degli Stati Uniti.

In politica interna, dalla nascita dello Stato Sociale, le più grandi voci di spesa sono sempre state le stesse, al di fuori del campo militare: sanità, burocrazia, istruzione. Queste tre hanno sempre avuto un peso importante per un semplice motivo, ossia quello di essere sempre spese oggettivamente antieconomiche, perché non è possibile quantificare mai un utile per la loro natura intrinseca. Costano da mantenere, non hanno effettivi surplus, non producono utile economico, al massimo danno un benessere che non si può quantificare. Non si può dire che un investimento in sanità produce ricchezza, perché una diagnosi non garantisce un Premio Nobel (e anche se fosse, non entrerebbero soldi nelle casse dello Stato); allo stesso modo, un buon lavoratore nel pubblico non è detto che ti faccia produrre ricchezza, o comunque non tanta da garantire un PIL migliore; infine, un’istruzione migliore non vuol dire per forza ricchezza, soprattutto quando cambia così velocemente il mercato del lavoro e la vera sfida diventa la risoluzione della disoccupazione frizionale. Non dimentichiamoci poi che, di tutte queste voci, in un paese dove sanità e istruzione sono privatizzate oltre ogni logica, l’unica su cui far cascare l’incudine resta quella del lavoro statale per eccellenza.

Adesso, oltre ad alcuni alleggerimenti prodotti da licenziamenti, non è dato sapere a noi comuni mortali dove si andrà a parare. Tuttavia, resta anche difficile immaginare che domani mattina Musk si svegli e impianti in tutti i dipendenti rimasti dal suo rastrellamento con un suo dispositivo Neuralink. Però cosa possiamo dire con certezza? Che tutto ciò che non verrà pagato dalle tasche dei cittadini americani sotto gettito tassabile sarà in mano ai privati. E questo ci può far stare tranquilli?

Come al solito, al di qua dell’Atlantico, teoricamente questo è un problema che non ci tocca. Possiamo quantificare eventualmente i risvolti sull’economia, e quindi sulla domanda dall’estero di prodotti europei, ma ha senso fino ad un certo punto se poi toccherà fare prima i conti sui ben più pericolosi dazi che tuonava Trump da inizio febbraio.

La cosa che ci dovrebbe adesso preoccupare è il prezzo da pagare per mantenere buone relazioni con il gigante Yankee: sebbene sembri impossibile che si arrivi a cedere la Groenlandia a Washington, come vorrebbe Trump stesso, la battaglia a suon di dazi può far più male a chi, di materie prime, ne ha poche e se n’è dovuto privare a caro prezzo con il distacco dalla Russia cominciato tre anni fa. Di grandi manovre comunitarie non se ne vedono all’orizzonte, con un’Unione Europea sempre più debole e composta da Stati deboli, con governi traballanti e il mito della destra che torna a ruggire sulle ceneri di un progressismo senza più leadership.

E se la risposta fosse in Italia? L’unico capo di governo presente all’insediamento del 47° Presidente degli Stati Uniti non era forse Giorgia Meloni? La mano che potrebbe tenere le relazioni con Washington potrebbe essere proprio la nostra, anche se non possiamo sapere davvero cosa potrebbe comportare. Se la scelta deve essere tra questo compromesso nei binari del Patto Atlantico, oppure rispolverare una Via della Seta di cui sempre e solo noi ci siamo presi l’onere di essere promotori a Bruxelles, forse vale la pena di volgere lo sguardo a ovest, almeno per i prossimi quattro anni.

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