La Corsa di Miguel: quando la gara va oltre lo sport, divenendo una bandiera di pace e libertà.

“I dittatori non hanno pensato che le persone possono vivere anche dopo la morte”, questo è il pensiero condiviso di Valerio Piccioni, ideatore e fondatore della competizione sportiva che è nata casualmente da un viaggio in Argentina.

0
222

“Lo Sport è un mappamondo”, questo è il valore della Corsa di Miguel, che viene ampiamente delineato da Valerio Piccioni, il quale parte dal ricordo di Miguel Benancio Sanchez, grande atleta argentino, per comunicare che lo sport non è fatto solo di vincitori, ma anche di coloro che sono stati a un passo dal traguardo o che semplicemente hanno amato lo sport e non hanno potuto gridarlo.

La storia di Miguel è quella comune a molti ragazzi argentini, oltre trentamila, vittime anche loro della feroce tirannia che aveva afflitto l’Argentina negli anni ‘70. La cosiddetta Guerra sporca strappò via i sogni e le vite di giovani ragazzi che stavano imparando il verbo vivere, segnando una delle più grandi pagine nere della storia argentina, che solo qualche decennio prima aveva brillato con la politica illuminata del governo Peròn e dalla stella che portava al suo fianco, Evita. 

 “Per te, atleta, che disprezzi la guerra e aneli la pace.” Così scriveva Miguel Sanchez che oltre ad essere un abile podista, era anche un poeta sensibile. Il destino spezzato ingiustamente all’età di 25 anni dalla sua stessa patria, per la quale aveva corso e aveva portato con orgoglio i suoi colori nell’anima. Non poteva la sua vicenda restare in sordina, tanto era stato rumoroso il suo martirio. Così Valerio Piccioni, giornalista della Gazzetta dello Sport, insieme al Club Atletico Centrale inaugura il 9 Gennaio del 2000 la Corsa di Miguel, affinché la storia di questo ragazzo sia il manifesto di uno sport senza barriere che combatte sopraffazioni e discriminazioni. 

Dal momento che lei ha dato vita alla Corsa di Miguel, cosa ci può dire in merito alla sua genesi? O meglio quale idea o ispirazione l’hanno condotta a questo progetto?

Nasce tutto tramite un viaggio in Argentina che feci, in cui casualmente, tramite un libro mi sono imbattuto nella storia di Miguel Sanchez. Lo stesso in cui aveva scritto una poesia, Per te atleta, pubblicata il 31 Dicembre 1977 sulla Gazzetta del Brasile, proprio pochi giorni prima del sequestro. Ho subito avuto un attrazione nei confronti della vicenda di questo ragazzo, che amava la corsa e la scrittura come me, quindi mi è venuto spontaneo cercare di fare qualcosa. In un primo momento ho pensato di scrivere un libro, poi mi è venuta in mente una corsa, perché a Miguel, sopra ogni cosa, piaceva correre. Così insieme ad un gruppo di amici, abbiamo inventato la Corsa di Miguel. 

In generale, quindi, cosa si sa delle sorti di questo ragazzo argentino, Miguel?

Purtroppo, ad un certo punto, abbiamo capito, tramite la testimonianza di un uomo, Javier Casaretto, che Miguel era stato sequestrato, era bendato e che, a differenza degli altri detenuti, gridava e strillava: “Che cosa state facendo? Io ho rappresentato l’Argentina, siete pazzi, che cosa sta succedendo?”.  Quindi, presumibilmente, il destino di Miguel è stato simile a quello di tanti ragazzi: prima drogato e poi gettato nell’oceano. 

Il fatto che la gara venga sempre organizzata di Gennaio ha a che fare con qualche rimando specifico?

Si, perché Miguel fu sequestrato nella notte tra il 7 e l’8 Gennaio del 1978. Quindi presumibilmente la morte è avvenuta in prossimità di quei primi del mese. 

Cosa pensa, invece, riguardo al tema di questi cosiddetti desaparecidos e della cornice dittatoriale che ha afflitto il popolo argentino durante gli anni ‘70 del ‘900.

Io credo che le dittature siano sempre feroci, nel caso specifico dell’Argentina, secondo me, si è aggiunta una doppia ferocia. Poiché c’è stata l’imposizione di eliminare sia tutte le forme di opposizione politica e di pensiero, sia quelle riguardanti la socialità, la collettività. Infatti Miguel ad un certo punto, pose il problema di rifare la pavimentazione della stazione di Berazategui, a Villa España, la località argentina dove viveva con la sua famiglia. Nello stesso tempo mi viene da dire che i dittatori non hanno pensato che le persone possono vivere anche dopo la morte. Quindi adesso riunirsi con le scuole, gli studenti, i ragazzi serve proprio per insegnare l’esempio di Miguel. Nel dépliant che portò con sé dalla sua ultima corsa sono riunite tutte le bandiere del  globo e poi gli autografi delle persone che correvano con lui, chi lascia un segno è dunque immortale e i dittatori non hanno mai fatto i conti con l’energia, la passione e la bellezza del mondo. 

Miguel non era un rivoluzionario, era un semplice ragazzo con una grande passione per lo sport e per la poesia. Nutriva un amore incondizionato per la sua patria, la sua Argentina, tanto che aveva dipinto di celeste le pareti di casa, lasciando il soffitto bianco. Ma tutto ciò non è bastato a salvarlo, il sacrificio di un’anima nobile, come quelle di tanti altri ragazzi, sono serviti per giustificare la brutalità di una dittatura che ha annientato i cuori di tutte quelle madri che ancora oggi nella Plaza de Mayo non si stancano di chiedere giustizia per i loro figli. L’Argentina era stata resa muta. Negli anni successivi però è riuscita a ritrovare la sua voce, nel grido di molte persone che non hanno tradito la memoria del paese e che nella Corsa di Miguel hanno ridato vigore alla parola libertà.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il commento!
Inserisci qui il tuo nome