Braccio destro teso e alto, formando un angolo di circa 135 gradi rispetto al corpo, le dita della mano serrate: questa è la ricetta per il cosiddetto saluto romano. Un gesto adottato da regimi totalitari di estrema destra e che ancora oggi torna a far discutere. Durante l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, uno dei suoi supporter più rinomati, il miliardario Elon Musk, ha teso il braccio destro verso la folla. Molti lo hanno subito interpretato senza dubbi come un saluto romano esplicito, altri invece affermano che si è trattato semplicemente di un modo per mostrare affetto alla platea, lanciando un messaggio del tipo: “vi dono il mio cuore”.
Indipendentemente dal fatto che Musk volesse esplicitare le sue affinità politiche o banalmente ringraziare il pubblico, il suo gesto ha riportato il saluto romano al centro del dibattito pubblico e mediatico.
In merito bisogna fare chiarezza, perché nonostante il nome possa trarre in inganno, questo tipo di saluto tanto romano non era. Gli antichi romani non si salutavano in quel modo: come dimostrato dallo storico Martin Wrinkler, tutt’ora non esiste infatti nessuna fonte o testimonianza storica, letteraria, artistica o archeologica dell’epoca che attesti la diffusione di questa particolare forma di saluto tanto cara alle destre estreme. Wrinkler è stato il primo studioso che si è occupato in modo sistematico di questo tema, pubblicando il suo libro “Il saluto romano: storia, cinema, ideologia” nel 2009. In questo volume, per esempio, l’autore descrive alcune opere classiche, come la Colonna Traiana, in cui sono presenti soldati che alzano la mano aperta per salutare, come faremmo noi oggi, ma senza tendere il braccio. Oppure, gli imperatori salutavano la folla alzando il braccio verso la folla, ma senza distenderlo completamente, e con il palmo della mano rivolto in avanti e le dita non serrate, come fa Marco Aurelio nel gruppo scultoreo conservato ai Musei Capitolini: un gesto di benedizione e augurio, ben diverso sia visibilmente sia simbolicamente da quello fascista.
Perché dunque i fascisti hanno (erroneamente) creduto che questo saluto venisse utilizzato dagli antichi predecessori? Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro e tuffarci nella storia dell’arte, atterrando al periodo del neoclassicismo, la corrente artistico-culturale che si è sviluppata nella seconda metà del Settecento e a cavallo dell’Ottocento. Il Neoclassicismo si basava su un rinnovato interesse e su una profonda ammirazione per il mondo greco-romano, soprattutto come conseguenza delle recenti scoperte di Pompei ed Ercolano. Uno dei suoi maggiori esponenti di questa corrente, il francese Jacques-Louis David, nel 1784 dipinge uno dei suoi capolavori, il Giuramento degli Orazi, conservato al Museo del Louvre. La tela si ispira al leggendario scontro tra gli Orazi di Roma e i Curiazi di Alba Longa e rappresenta il padre degli Orazi nell’atto di conferire le armi ai suoi tre figli, che lo accolgono salutandolo con il braccio teso, un giuramento di fedeltà. Molto probabilmente è quest’opera ad aver giocato un ruolo cruciale nel diffondere questa credenza – infondata – che i romani si salutassero in quel modo. Questa rappresentazione è frutto dell’interpretazione artistica di David e non ha alcun fondamento storico.
Uno dei primi a utilizzare il saluto “romano” in Italia è stato il poeta Gabriele D’Annunzio durante l’impresa di Fiume nel 1919. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la città di Fiume era rivendicata dall’Italia e tra il 1919 e il 1920 fu occupata da un gruppo di volontari di destra, con la guida di d’Annunzio. Il fascismo, in seguito, nel tentativo politico-propagandistico di mostrare il regime come legittimo erede dell’impero romano, per legittimare il proprio potere e creare un legame con la grandezza di Roma, ha strumentalizzato questo mito, presentando questo tipo di saluto come un gesto antico e glorioso.


