Un quarto di secolo senza Mario Giacomelli, “l’uomo nuovo della fotografia” al CSAC di Parma

Poetica, informale e contrastata, la fotografia di Giacomelli restituisce una visione fra realtà e immaginazione, perfettamente documentata dall’archivio parmense.

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A 25 anni dalla sua scomparsa e a 100 dalla nascita, quest’anno prende avvio un ambizioso programma di celebrazioni volto ad omaggiare l’opera di uno dei più importanti fotografi italiani del Novecento: Mario Giacomelli (1925-2000). Un percorso commemorativo fatto di eventi espositivi che si susseguiranno fino al 2027, a cominciare dalla mostra inaugurata lo scorso dicembre nello storico Palazzo del Duca a Senigallia: La camera oscura di Giacomelli, visitabile fino al 6 aprile 2025.

Definito “l’uomo nuovo della fotografia”, Mario Giacomelliè stato un fotografo, tipografo e pittore marchigiano che ha profondamente influenzato la fotografia nazionale e internazionale a partire dal secondo dopoguerra.

Nato a Senigallia da una famiglia contadina, Giacomelli vi trascorse tutta la vita senza mai allontanarsi dalla realtà rurale che lo aveva ispirato. Dopo aver vissuto un’infanzia segnata dalla morte del padre e dalla povertà, iniziò a lavorare come tipografo, un mestiere che gli permise di sviluppare un rapporto unico con la materia visiva e le superfici stampate. L’incontro con il critico d’arte e fotografo Giuseppe Cavalli segnò l’inizio del suo straordinario percorso artistico. Introdotto nei grandi circoli fotografici dell’epoca, come la “Bussola” di Milano e la “Gondola” di Venezia, Giacomelli iniziò a riflettere sul ruolo svolto dalla fotografia nell’arte e nella società contemporanea. Nel 1954, insieme a Cavalli e ad altri, fondò l’associazione fotografica “Misa”.

L’opera giacomelliana, prodotta tra il 1950 e il 2000, venne ben presto apprezzata tanto nel circuito amatoriale quanto dagli specialisti. Nel 1964, il fotografo marchigiano raggiunse la massima notorietà esponendo alcune sue opere al MoMA di New York, divenute parte integrante della collezione museale. Ricordiamo che all’epoca gli unici fotografi italiani noti negli USA erano i fratelli Alinari e Giacomelli.

Negli anni successivi, si andò via via consolidando il suo ruolo di protagonista della fotografia contemporanea: nel 1978 partecipò alla Biennale di Venezia e nel 1980 alla retrospettivaorganizzata dal CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma), curata da Arturo Carlo Quintavalle, presso la Pilotta a Parma. Lì Giacomelli espose più di 500 opere, buona parte delle quali acquisite dal prof. Quintavalle per il CSAC, da lui fondato e allora diretto, che conserva tutt’oggi il Fondo archivistico del fotografo. Il catalogo della rassegna, a firma di Quintavalle, rappresenta la prima antologia critica esaustiva su Giacomelli: una pubblicazione di quasi 300 pagine arricchita da oltre 500 foto, che costituisce tutt’oggi l’unico libro analitico sull’opera del maestro. In copertina, una delle sue più note fotografie, Il Bambino di Scanno (1957), già esposta al MoMA.

Nonostante la sua notorietà avesse oltrepassato i confini nazionali e le sue opere venissero richieste dai maggiori musei d’arte di tutto il mondo, Giacomelli restò fedele alle sue radici. La sua Senigallia, con i paesaggi ondulati e la luce vibrante, continuò a essere al centro del suo immaginario, che prendeva forma all’interno della camera oscura, spazio fisico e simbolico in cui trasformava il reale in visioni straordinarie.

Considerando la macchina fotografica prolungamento del suo corpo e della sua mente, Giacomelli elaborò un proprio linguaggio espressivo caratterizzato dal forte, e all’epoca sconvolgente, contrasto fra il bianco e il nero, divenuto la sua cifra stilistica. Il significato più profondo dei suoi scatti emerge proprio dalle numerose tonalità di grigio, tutte inalterate fra i poli opposti di bianchi e neri, che egli esasperava fino al limite per creare contrasti netti e indirizzare, così, l’attenzione dello spettatore verso i protagonisti dell’immagine. Luce e oscurità divengono potenti metafore della sua visione, in una continua oscillazione tra l’immenso e l’intimo. Giacomelli utilizzava la fotografia per esplorare la realtà, ma anche l’interiorità umana: reale e surrealesi confondono spesso per regalare un silenzio quasi assordante e riflessivo, sullo sfondo di una pacata ma consolatoria malinconia.

Alla base del suo lavoro, il rapporto con la poesia: a sua visione profonda e poetica della fotografia lo indusse a individuare nelle poesie, specialmente di Cesare Pavese ed  Edgar Lee Masters, una fonte inesauribile di ispirazione.

A segnare l’intera opera giacomelliana fu l’incontro, nel 1966, con l’artista Alberto Burri, al quale fu legato da profonda amicizia. Ispirandosi alla poetica del più grande esponentedell’arte informale – celebre per i suoi sacchi, strappi e combustioni –, Giacomelli creò centinaia di opere pittoriche. L’Informale lo affascinò a tal punto da influire sulla sua produzione fotografica, la quale nacque e si sviluppò secondo direttive concettuali e metodologiche vicine alla corrente artistica di metà ‘900. Prima fra tutte, il considerare ogni fotografia, non come un prodotto finito secondo criteri di perfezione formale, ma parte di un tutto, dell’intero corpus fotografico. Un tutto in continuo divenire che prende senso e forma proprio dalle interrelazioni degli elementi che lo compongono. Giacomelli, infatti, revisionava continuamente le serie fotografiche mettendole in comunicazione tra loro, sia iconograficamente sia con interventi sugli scatti. Un altro aspetto che lega l’opera giacomelliana all’ottica informale è la presenza della materia quale protagonista dell’indagine fotografica, una materia sempre viva e brulicante.

Anche la perdita della madre, nel 1986, influì sulla produzione di Giacomelli rendendo la sua ricerca sempre più introspettiva e limitata al territorio marchigiano, dove fotografava il paesaggio come luogo in cui ritrovare se stesso. Ne derivarono immagini intimistiche e autobiografiche di grande spessore, nelle quali si percepisce una totale fusione tra vita e arte, dalle quali emerge un Giacomelli inventore di immagini di grande sensibilità. Metamorfosi della terraStorie di terra (o La terra che muore), Paesaggi dall’alto e Presa di coscienza sulla naturasono solo alcune delle serie nate dall’osservazione dei campi e delle colline, specialmente quelle intorno a Senigallia. Attivo fino alla fine, il maestro non smise mai di esplorare nuovi territori creativi conferendo alla sua produzione un alto grado evocativo e astrattizzante, che la rende unica, iconica e inconfondibile.

Mario Giacomelli fu un uomo di grande finezza intellettuale, capace di affascinare lo spettatore con il suo sguardo meravigliato sui più umili affari del quotidiano e con la sua capacità alchimista di tramutare la materia della realtà. La sua morte ha lasciato un vuoto nel mondo dell’arte, ma il suo làscito continua a ispirare generazioni di fotografi e artisti. Ciò che ci ha trasmesso è la visione di un mondo rurale che non c’è più, un’attenzione al paesaggio considerato un pensiero, piuttosto che un luogo; concetti espressi in immagini che diventano poesia.

Per il 2025, nell’ambito delle celebrazioni del centenario dalla nascita, l’Archivio Mario Giacomelli ha dato avvio a una serie di grandi mostre, che documentano l’intera produzione del fotografo e ne aggiornano l’interpretazione critica. Il calendario espositivo, iniziato lo scorso anno a Senigallia, prosegue quest’anno con due importanti rassegne a Roma e a Milano, aperte fino a settembre. La prima, al Palazzo delle Esposizioni, sarà inaugurata il 17 aprile e ad essa seguirà la retrospettiva a Palazzo Reale, visitabile dal 24 maggio.

Tuttavia, omaggio all’opera di Giacomelli è stato fatto già a maggio dello scorso anno a Parma, – prima ancora dell’apertura della mostra senigallese a dicembre 2024 –, nell’ambito della rassegna allestita presso l’Abbazia di Valserena, sede del CSAC, curata da M. Zazzero e P. Barbaro: Planimetrie naturali: Ghirri, Giacomelli, Guerzoni, Archivio. Al centro della mostra,dedicata a tre fra i più importanti maestri della fotografia del XX sec., la presentazione di un campione di opere rintracciate negli archivi, accomunate dalla rappresentazione del territorio, della planimetria, della mappa, intesi come materia trasformata dal tempo.

Accanto all’opera di Franco Guerzoni, La parete dimenticata, e ad alcuni negativi su lastra di vetro recuperati dai Fondi Villani e Publifoto, erano esposti gli esiti delle ricerche fotografiche sul paesaggio condotte da Mario Giacomelli e Luigi Ghirri. Due ricerche opposte e speculari, a tratti coincidenti, realizzate dai due autori – fra i più rilevanti del CSAC – tra il 1970 e il 1976. Del primo si potevano osservare le cosiddette “geometrie della terra”, immagini in cui la descrizione naturalistica cede il posto all’esplorazione di nuove prospettive, punti di vista e modalità espressive. Qui il realismo è combinato con un approccio informale e astratto, che segnò una svolta nella fotografia paesaggistica italiana, influenzando altri fotografi della stessa generazione, come Nino Migliori.

Vedute dall’alto, porzioni planari di paesaggio marchigiano, riprese aeree di pianure europee; tutte segnate dal secco contrasto fra bianco e nero, che rileva graficamente le linee delle strade e delle arature, i campi coltivati e poi cancellati da frane o abbandoni, fino  al nero delle stoppie bruciate – a volte su sue indicazioni. Egli, infatti, chiedeva ai contadini di tracciare con i trattori precisi segni sulla terra, così da agire direttamente sul paesaggio che avrebbe poi ripreso, al fine di accentuare quei segni in fase di stampa. Ne derivavano immagini simili a incisioni, fortemente contrastate ed estranianti, fuori dal tempo, in cui il territorio si riconosce a fatica. Un paesaggio antropomorfizzato le cui forme evocano a tratti figure, come quella materna, diventando ritratti umani.

Una vera e propria ricognizione interiore, quella esposta al CSAC, fatta di immagini capaci di documentare il processo ideativo e creativo dell’artista: partire dalla realtà per cercare nelle forme un senso nuovo, con l’intento di instaurare uno stretto contatto con il reale attraverso la fotografia.

Mario Giacomelli iniziò nel 1975 a lasciare sue opere alla sezione Fotografia dell’istituto parmense che, come già accennato, conserva quella parte di produzione compresa tra il 1954 e il 1992. Ospitato all’interno della cosiddetta “Certosa di Parma” – un’abbazia cistercense del XIII secolo completamente ristrutturata –, il CSAC si configura come un unicum nel panorama culturale nazionale, poiché riunisce al suo interno l’archivio, il museo e il centro di ricerca dell’ateneo cittadino. L’immenso patrimonio qui conservato, datato dall’800 ad oggi, è legato a tutte le forme della cultura visiva e progettuale: dipinti, disegni, sculture, stampe, fotografie, film, manifesti cinematografici, progetti architettonici e molto altro; il tutto organizzato in 5 Sezioni (Arte, Media, Progetto, Fotografia e Spettacolo).

L’istituto, attualmente diretto dalla prof.ssa Cristina Casero (docente di Storia della Fotografia e Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Parma), è impegnato nella raccolta, tutela, conservazione, catalogazione e valorizzazione del proprio patrimonio promuovendone fruizione e accessibilità ad un pubblico sempre più ampio e diversificato. Una realtà straordinariamente ricca ma ancora troppo poco nota, scrigno di tesori nascosti, che meriterebbe di essere divulgata e valorizzata oltre i confini regionali, consentendo a visitatori e studiosi provenienti da tutto il mondo di godere il patrimonio nella splendida cornice dello storico complesso abbaziale.

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