“L’Hitler” del XXI secolo ha un casco biondo, cotonato e risponde al nome di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione UE. La grinta e le smanie sono un po’ quelle del baffetto, rinnovate nella forma ma non nella sostanza: armarsi e fare la guerra. La parola d’ordine è “ReArm Europe” anche detta “Readiness 2030”.
E il nostro nuovo “Mussolini”, inteso per carità come trascinatore delle masse, invece chi è? Non la biondina “fascista”, Giorgia Meloni a capo del Governo italiano, ma bensì un ex-comunista e novello predicatore, Roberto Benigni, il quale ipnotizza le masse decantando la bellezza, la purezza e la giustezza dell’Unione europea, come se la UE fosse un nuovo mirabolante progetto di fratellanza, tutto da fare.
Ma l’Unione europea è una realtà concreta dal 1957 (trattati Roma) che poi nel 1993 diventa UE (trattato di Maastricht) che non nasce come una sognante unione culturale di anime affini di cui il “predicatore” fantastica in diretta tv, ma come concreto Mercato Comune Europeo – MEC, una comunità a carattere economico, che ora sta passando addirittura da Mercato Comune a Riarmo Comune. Che ci sarà di così poetico e idealista nel programmare debiti stratosferici per armare la UE e prepararsi alla guerra, forse Benigni ce lo spiegherà in un’altra puntata.
Ma facciamo un passo indietro per conoscere meglio la Presidente della Commissione UE. La belga Ursula von der Leyen, aspirante Fuhrer d’Europa (“quell’altro” invece era austriaco) nel dicembre del 2013 diventa la prima ministra della difesa donna, della Germania.
Durante tale incarico, nel 2015 sigla un accordo per l’acquisto di 138 elicotteri bellici NH90, per un costo complessivo di 8,5mld, avendo contro mezzo parlamentare e il parere di molti esperti del settore. Infatti questi costosissimi elicotteri si rivelarono un disastro, con grossi difetti tecnici che causarono non pochi problemi.
Nel luglio del 2019, alla vigilia dell’esplosione della pandemia da Sars CoV2 – Covid19, Ursula viene eletta Presidente della Commissione Europea, fortemente caldeggiata anche da Giuseppe Conte, allora Capo del governo italiano. Nello stesso anno parte anche il Green Deal, il piano di crescita dell’UE, che consiste in una serie di iniziative strategiche per la transizione ecologica, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Von der Leyen prende subito in mano la questione, imponendo una serrata tabella di marcia ai Paesi comunitari, per mettersi in regola, con una serie di nuove norme di adeguamento.
Durante la pandemia la UE impone urgenze di ogni genere, dalle mascherine in quantità industriali, poiché lo standard cambia continuamente, ai guanti monouso presto cestinati, ai vaccini per i quali si crea un caos tipico dell’eccesso di urgenza, che la Presidente trasmette agli Stati membri. Alla fine vince su tutti il vaccino Pfizer. Così nell’aprile del 2024 scoppia lo Pfizer-gate. La Procura europea indaga circa i negoziati sui vaccini, tra la von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla e la condanna. Si chiese il ritiro della sua ricandidatura ma questo round lo ha vinto lei.
Nel 2022 la Presidente, si era lanciata, trascinando tutta la UE, a difendere la causa ucraina contro Putin, a colpi non di trattative e diplomazia, per risparmiare al popolo ucraino gli orrori della guerra, ma a colpi di armamenti, minacce di bombardamenti alla Russia e finanziamenti bellici a Zelensky, leader dell’Ucraina, appoggiato anche da Biden, allora Presidente Usa.
Il 31 gennaio 2025, purtroppo per lei, si insedia alla Casa Bianca il neo-rieletto Donald Trump che, come promesso in campagna elettorale, comincia le trattative di pace definitiva con Putin, relegando Zelensky in nell’angolo ed escludendo la UE, mai stata tanto piccola e mortificata nella sua breve storia.
Arrivando all’attualità, Ursula von der Leyen, nel pieno della crisi energetica europea, con il Green Deal da portare avanti e con tutti i Paesi indebitati fino al collo, per le spese militari sostenute e il caro gas, ha creato una nuova urgenza europea il ReArm UE. In un incontro tra i Capi di governo della UE più la GB, avvenuto pochi giorni dopo quello storico tra Trump e Putin, convince tutti i leader europei della necessità di riarmare tutti i Paesi dell’Unione, per prepararsi alla difesa e se necessario alla guerra, per una spesa totale di 800mld di euro, a debito. Ma la guerra contro chi? Il popolo ucraino è stremato dal conflitto. Zelensky, maltrattato dai suoi ormai ex-alleati a stelle e strisce, è disorientato e senza mezzi ulteriori. Putin e Trump stanno portando avanti i trattati di pace tra Russia e Ucraina. La maggior parte degli Stati europei, con l’Italia in testa, non hanno la possibilità di far fronte a questo ingente indebitamento.
Il 12 marzo, col voto favorevole, il Parlamento europeo ha dato il suo sostegno al piano ReArm Europe, la risoluzione in cinque punti, proposta dalla Commissione europea, per aumentare le spese militari dei 27 Stati membri. La risoluzione è stata approvata con 419 voti a favore, 204 voti contrari e 46 astensioni.
Il punto è che date le attuali condizioni economiche degli Stati membri, la Germania è l’unica ad avere le risorse per potersi riarmare. Ed ecco che rischiamo di ritrovarci per la terza volta in 100 anni, con la Germania come Stato più armato d’Europa e ansioso di fare la guerra.
Forse questo allarmismo bellico è almeno in parte, una cortina fumogena alzata da Ursula, per distrarre tutti da altri fattacci.
L’appoggio e il finanziamento della UE all’Ucraina nel conflitto contro la Russia, cominciato nel 2014 per questioni territoriali ed etniche dell’Ucraina, culminato nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina voluta dallo “zar” Putin, ha portato conseguenze economiche disastrose all’Unione stessa: le spese folli sostenute da tutti gli Stati membri, per gli armamenti all’Ucraina; la perdita economica dovuta alla chiusura dei rapporti commerciali import-export con la Russia; l’aumento progressivo del prezzo del gas, che è culminato con l’interruzione dell’acquisto del gas russo, per passare a quello Usa, che costa quasi dieci volte di più.
Dall’altro lato c’è il costo ambientale e climatico della guerra in Ucraina, che pesa sulla coscienza ambientalista della UE e che dal 2022 ad oggi ha prodotto oltre 230 milioni di tonnellate di CO2. Si aggiunge a ciò l’impatto ambientale del consumo di acciaio e cemento, necessario per le attività militari e l’aumentata attività dell’industria dell’armeria. Infine ci sono i numerosi incendi prodotti dal conflitto, che da tre anni brucia boschi e ossigeno. (I dati sono del “Initiative on GHG Accounting of War”, strumento internazionale che segue, studia e quantifica gli effetti della guerra su clima e ambiente).
Questo disastro ecologico è a dir poco imbarazzante per la Presidente di quella UE, con la vocazione ambientalista e la severa agenda green, ora vanificata dalla guerra.
Difficile anche giustificare ai Paesi dell’Unione perché per Sanità, Istruzione o Previdenza sociale non c’erano fondi e non ci si poteva indebitare, però per la guerra ucraina prima e ora per il riarmo si può.
Infine c’è l’umiliazione di essere stati esclusi ed ignorati nelle trattative tutt’ora in corso tra Usa e Russia, per la conclusione delle ostilità in Ucraina, che hanno di fatto sancito la nullità politica della UE.
È lecito supporre che ci sia anche una questione d’affari in sospeso. La cessazione del conflitto russo-ucraino potrebbe aver mandato a monte i piani di profitto di quegli imprenditori, che contavano sull’azione della UE per portare avanti il conflitto, a vantaggio dei loro affari.
Forse proprio per uscire da questa complessa e imbarazzante impasse, la von der Leyen ha creato questa ennesima urgenza, suggestionando i popoli con una minaccia di invasione e un richiamo generale alla difesa bellica. Tutto ciò ricorda molto le parole di Goering, capo delle SS naziste: “Naturalmente la gente comune non vuole la guerra… Ma dopotutto sono i leader del Paese che determinano le politiche, ed è facile trascinare la gente dietro a tali politiche…”. La similitudine con i fatti narrati non è confortante.
Per dare più credibilità al suo nuovo piano, la Presidente UE, ha creato un’altra “simpatica” urgenza per impressionare le masse d’Europa: il kit sopravvivenza 72 ore della UE. Con uno spot spensierato, la Commissaria UE per la crisi Hadja Lahbib ha presentato, borsetta alla mano, il kit di sopravvivenza UE tipo, in caso di guerra, come fosse un nécessaire da viaggio. Si tratta invece di uno zainetto blu, con lo stemma UE, pieno di oggetti di varia natura e dubbia utilità dai fiammiferi, all’accendino, alla radio, al coltellino svizzero, alle bottigliette d’acqua, che da sole occuperebbero non uno zainetto ma una valigia intera, generando nuova apprensione e nuovi bisogni su cui arrovellarsi.
Va detto che la vittoria della proposta di riarmo UE non è di fatto vincolante per i Paesi dell’Unione e l’eventuale adesione, e le conseguenti condizioni, sono del tutto discrezionali. Insomma il ReArm o Readiness, pare qualcosa a cavallo tra una manovra evasiva, restando in termini militari, per coprire le magagne politiche ed economiche della UE e una rinnovata smania di comando supremo della Germania.
La posizione dell’Italia in tutto questo contesto è piuttosto complessa e come sempre scomoda. Il nostro Governo ha cominciato con entusiasmo a bocciare le trattative diplomatiche per scongiurare il conflitto e ad appoggiare il finanziamento ad oltranza della guerra russo-ucraina, forte delle simpatie dimostratele da Biden e Zelensky.
Meloni e von der Leyen, complici i media nazionali e internazionali, ci hanno venduto delle storielle: un Putin solo e forse anche morente; dazi che avrebbero messo in ginocchio l’economia russa, che invece in questi tre anni è addirittura cresciuta, mentre noi annaspiamo; i soldati russi ridotti a combattere con le vanghe; i russi costretti a montare pezzi di elettrodomestici sui loro armamenti, per mancanza di tecnologie. Il finale di tutto ciò è sotto gli occhi di tutti.
Mentre ci impressionavano con queste narrazioni, il Governo non ha avuto nessuna esitazione e nessun riguardo nel sottrarre fondi pubblici ai servizi essenziali del Paese, come Sanità, Istruzione e Previdenza sociale, per finanziare la guerra e mandare armi all’Ucraina. Tanto meno si è curato di calpestare l’articolo 11 della Costituzione che sancisce: “…l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa…”, fino a votare a favore del lancio di missili europei in territorio russo. In tutto questo è stato assordante il silenzio del Colle.
Il Governo non si è preoccupato di preparare misure per arginare il preannunciato aumento del gas, che ci avrebbe messo in ginocchio. Non hanno né pianificato politiche energetiche alternative, né hanno tolto almeno le famigerate accise sui carburanti, per contenerne il prezzo e ridurre l’impatto sulle famiglie.
Non ha avuto neanche molti scrupoli nel mandare a Zelensky armamenti difettosi, come i semoventi non proprio “moventi” e molti armamenti vecchi, degli anni ’60 e senza munizioni.
Ma le elezioni presidenziali statunitensi dello scorso novembre, hanno scombinato i piani e gli equilibri. Così mentre la Presidente UE lanciava il ReArm UE 2030, il centrodestra ha cominciato con i dissidi interni, proprio sugli affari esteri. I Dem non hanno saputo approfittare del momento favorevole.
Alla votazione del 12 marzo scorso per il riarmo, nella maggioranza, FdI e FI hanno votato a favore e la Lega ha votato contro. Nell’opposizione, i Dem si sono divisi tra 10 a favore e 11 “coraggiosamente” astenuti, mentre M5S e AVS hanno votato contro.
E l’opposizione? Quella l’hanno lasciata ai personaggi di spettacolo e alla piazza, che nel bel mezzo di un nuovo piano bellico ordito dalla “Fuhrer UE” von der Leyen, si riunisce per inneggiare al romantico spirito unitario europeista e alla “razza europea”.
Domenica 15 marzo, tre giorni dopo il discutibile voto europeo per il riarmo totale e l’indebitamento ancora più totale della UE, è stata organizzata una manifestazione a Roma, a piazza del Popolo, che ha riunito circa 40.000 persone che hanno visto sul palco il Sindaco di Roma Gualtieri e altri 50 sindaci con alcuni ospiti famosi. Pare che l’evento sia stato finanziato con soldi pubblici, del Comune di Roma per € 270.000.
L’intervento più interessante è stato quello del cantautore/professore, Roberto Vecchioni che, dimentico della questione guerra attualmente sul tavolo e dei relativi debiti, ha tenuto un discorso forse più degno di Goebbels, capo della propaganda nazista della razza superiore, che di un intellettuale di sinistra. Ha cominciato con: “Ma di che cosa vogliamo parlare…?! …un gruppo di Stati che hanno le stesse origini… parliamo allo stesso modo, ci guardiamo allo stesso modo, abbiamo gli stessi proverbi…”. Poi è passato a fare l’elenco di nomi celebri della storia europea, da Socrate in giù. Poi ha fatto una strana distinzione tra le parole “pace” e “pacifisti”. E ha concluso con: “… noi siamo la cultura…perché la cultura è nostra. Loro non sanno cosa sia … e abbiamo l’obbligo di fargli vedere che sappiamo anche difenderci…”. Insomma un’affermazione di superiorità di razza, estesa agli europei – che non sono mai stati né una razza né un popolo – che detengono l’esclusiva mondiale della cultura – discriminando qualche miliardo di persone in tutto il mondo – e che sono pronti alla guerra.
Non è chiaro con chi ce l’avesse con quel “loro non sanno” ma forse è lui che nell’entusiasmo si è perso qualcosa. Intanto i russi sono europei come noi e come Cina, Giappone, India, Paesi Arabi, hanno cultura da vendere. Per altro, come la storia ci insegna, la Russia non ci ha mai minacciato di invasione, anzi hanno dato un importante contributo nella WW2, per liberarci proprio da quegli “europei” che la guerra l’avevano scatenata. Piuttosto siamo stati noi italiani, col fascismo, insieme ai tedeschi, a fare la campagna di Russia, per altro disastrosa, tentando l’invasione. Ma la gente in piazza ha applaudito.
Gli ha fatto da controcanto Roberto Benigni il 19 marzo, dal “palco” di mamma Rai, in eurovisione, nella sua trasmissione “Il sogno”, rintuzzando prontamente la Meloni, che in Parlamento aveva appena sbeffeggiato il manifesto di Ventotene del 1941, e aggiungendo: “…l’Unione Europea è la più grande istituzione degli ultimi 5000 anni, realizzata sul pianeta Terra, dall’essere umano, un progetto, un ideale, una speranza, una sfida, un sogno e soprattutto è un caso unico nella storia dell’umanità…”. Anche lui ha inneggiato alla grandezza artistica e scientifica europea, come fosse l’unica razza capace di arti e scienze al mondo. Che dire?!
La miglior risposta a questi europeisti entusiasti, di “sinistra”, sono le parole di un grande uomo e politico del passato, a prescindere dal colore: “Se l’Europa prendesse la via di divenire un terzo blocco militare, la direzione della vita politica europea finirebbe per essere presa, prima o poi, da gruppi e caste reazionarie”. Enrico Berlinguer – intervista a “Critica marxista” del 1984.


