Uno dei grandi dilemmi del dopoguerra in Italia è stato come risolvere il problema abitativo. La ricostruzione del dopoguerra ha prodotto un dilemma importante, ossia come venire incontro alle necessità produttive delle grandi industrie nelle città con una crescita demografica in doppia cifra.
Le grandi metropoli, in Italia, non esistevano effettivamente, e quindi interi quartieri nacquero in breve tempo, più simili a baraccopoli che a veri e propri avamposti periferici, tanto che spesso gli allacci alle reti fognarie, che sarebbero dovuti essere condizione vitale, arrivarono in un secondo momento.
Eppure l’edilizia popolare non ha mai preso piede in modo particolare, perdendo quella spinta che aveva portato nei decenni iniziali del Novecento ad una grandissima produzione di quartieri interi. Esempio importante è il Delle Vittorie di Roma, dove moltissimi palazzi portano ancora oggi le insegne di società e associazioni che li costruirono per i loro dipendenti.
Dall’altro lato, lo Stato ha tergiversato forse troppo, arrivando tardi e lasciando ai privati il compito di produrre edilizia sempre meno popolare e quartieri indirizzati al residenziale. Verso la fine degli anni ’60, tuttavia, qualcosa cambiò, e si iniziò ad investire enormi cifre nella costruzione di zone dove calmierare i prezzi in modo migliore. Roma, Milano, Torino, Napoli, persino Genova e Mestre, principali città in cui l’aumento della popolazione era ormai incontrollabile, videro partire i primi progetti, che andavano però incontro ad una nuova tendenza particolare, quella di quartieri autonomi, costruiti con l’intento di renderli completamente indipendenti, con negozi e luoghi di aggregazione che avrebbero sopperito alla distanza dai centri delle città. Lo si può vedere bene con Genova Prà, o con le famose Vele di Scampia, oppure il Corviale di Roma. Proprio quest’ultimo, ad oggi, è famoso per vari film che lo hanno scelto come sfondo e per aver cambiato il meteo di Roma con la sua imponente struttura lunga un chilometro, oltre che per aver dato un porto sicuro alla malavita romana.
Stesso destino, in questo caso, ha riservato la sorte alle Vele, considerate all’epoca della loro costruzione un vero fiore all’occhiello dell’edilizia popolare. Le premesse c’erano tutte, tuttavia il terremoto dell’Irpinia e la mole di sfollati che si venne a creare trovarono in quelle enormi costruzioni, non ancora finite, l’unico posto dove andare per avere un tetto sulla testa. Numerose le occupazioni, poche le risposte da parte dello Stato, con una ricostruzione che andò a rilento, e quella sensazione di abbandono che hanno spianato la strada ad una Camorra violenta e affamata di nuovi posti dove insediarsi. A proposito di abbandono da parte delle istituzioni, il Commissariato di Scampia venne aperto negli anni ’80, e questo può spiegare benissimo perché il processo di estirpazione della malavita nel quartiere stia ancora oggi procedendo a rilento, con un vantaggio di tredici anni a favore dei clan per tessere la propria tela di uomini e donne in grado di generare una potente organizzazione. E mentre alcune vele sono state abbattute nel corso degli anni, la riqualificazione è partita da pochi anni, con finalmente una linea di metropolitana che arriva fino al centro di Napoli. Lo stesso si può dire per il Corviale, ora centro nevralgico di un quartiere tra i più popolosi di Roma, quest’ultimo nato da una serie di abusivismi talvolta, oggi condonati, per dare una misura della scarsità di interventi per migliorare la situazione abitativa romana da parte di Stato e Regione.
Talvolta, il vero dubbio che attanaglia le cariche dello stato è legato a che cosa fare di questi enormi complessi, i quali hanno spesso raggiunto i cinquant’anni di vita. La scelta più ovvia, infatti, sembra sia sempre quella di demolire per ricostruire nuove strutture, quasi a voler cancellare quelle precedenti ed il malessere che ne ha vissuto le strade, i ballatoi e le case.
Questo ovviamente porta ad allungare i tempi per fornire unità abitative, non risolvendo quella grande disparità tra domanda ed offerta di case nei grandi centri che stiamo vedendo, soprattutto dal post covid, momento in cui sono venute fuori le più importanti crisi, tra affitti sempre più cari e il proliferare di case per soggiorni brevi importanti per il turismo che tiene vive queste città.
E allora l’esempio virtuoso potrebbe essere Mestre, se davvero si pensasse di salvare il complesso conosciuto come “La Nave”. Centodue appartamenti che l’Ater gestisce sin dalla costruzione di questo enorme edificio, che oggi è al centro di un dibattito tra più parti sul suo destino. La struttura, infatti, non versa in condizioni eccellenti, e sebbene vi sia un grande problema abitativo da risolvere in città, molti appartamenti sono al momento vuoti, dato che, dopo la morte degli inquilini, l’Ater ha gestito gli appartamenti semplicemente ritirando le chiavi e lasciandoli vuoti e preda dell’incuria. Dunque, una struttura attualmente semivuota, costruita con tecnologie oggi superate, soprattutto dal punto di vista del risparmio energetico, sembra che oggi convenga buttarla giù e ricostruirla da capo. Come già detto in precedenza, l’emergenza abitativa che colpisce i grandi centri italiani impone una risposta veloce, impossibile da verificarsi con una ricostruzione dalle fondamenta, ma questo pare sia chiaro solamente ad un ridotto numero di soggetti interessati, come l’Ordine degli Architetti di Venezia o Docomomo Italia, l’istituto per la salvaguardia degli edifici storici, i quali vorrebbero salvaguardare la Nave di Mestre per interesse storico.
Adesso occorre fare una riflessione su cosa si intende per interesse storico quando si parla di questo tipo di strutture: in qualunque città si trovi un esempio di grande unità abitativa popolare, le leggende e gli eventi che si raccontano sono legati a storie di famiglie ai margini della società, di problemi di tossicodipendenza o di grandissima povertà, che hanno reso famose per i motivi sbagliati queste zone e le loro strutture. Parlare di interesse storico per salvare queste strutture equivale per molti a pensare alle scene viste, ad esempio, in Gomorra, sui ballatoi delle Vele teatro di sparatorie o scambi di droga, scene forse esageratamente cruente, tuttavia parte integrante di quei luoghi nell’immaginario collettivo. L’interesse storico di cui parla chi difende queste strutture sono decenni di vita che le famiglie all’interno della Nave di Mestre hanno passato emarginati, circondati dai più grandi e pesanti problemi di una società che troppo spesso si dimentica degli ultimi e li abbandona ad un destino crudele.
In Italia siamo soliti considerare le motivazioni sbagliate per difendere un interesse, come in questo caso: vogliamo salvare un edificio frutto del sogno di un’edilizia popolare innovativa, che ha generato un ghetto malgrado le migliori intenzioni possibili; il motivo per cui conservare questa struttura però non è, o almeno non solo, la risoluzione del tedioso problema della forte domanda di abitazioni a basso costo, bensì l’interesse storico. Sarebbe da chiedere che ne pensa dell’interesse storico a chi, sopravvivendo con stipendi al limite della povertà, è costretto a pagare cifre astronomiche ogni mese per affittare un appartamento seguendo le leggi del libero mercato immobiliare. Probabilmente la risposta risiederebbe in una risata amara, la stessa che verrebbe generata dalle dichiarazioni dell’Ater, che intende demolire e ricostruire intere strutture.
Numeri alla mano, ci si dovrebbe adesso chiedere come possiamo dare fiducia sulla ricostruzione di edifici allo scopo popolare: in Italia, infatti, le unità abitative a prezzi calmierati si attestano attorno al 4%; in Francia, le stesse contano per il 16%. Il problema non è però da vedere in una richiesta inferiore nel nostro paese, bensì in un immobilismo che da decenni ha congelato nuove costruzioni, mentre Parigi continua a portare avanti questa politica, come dimostrato alle ultime olimpiadi con la riqualificazione di un arrondissement ai margini della società. Il villaggio Olimpico infatti sarà adesso destinato all’edilizia popolare, andando a fornire un po’ di respiro al mercato immobiliare della Ville Lumière.
Anche a livello politico vi sono stati degli errori, come l’abolizione del canone equo in favore del libero mercato del 1998, voluto dal Governo di sinistra di D’Alema, ma il peggioramento più grande è avvenuto con il Decreto Legislativo 112 del 1998, che appoggiandosi sul principio della sussidiarietà ha decentrato l’edilizia popolare, trasferendo alle Regioni e ad enti creati ad hoc il potere in materia. Disgraziatamente, il Governo si scordò di trasferire, insieme alle competenze, le risorse economiche per fare fronte a questo ruolo, mettendo praticamente una pietra sopra a nuove unità abitative destinate a famiglie a basso reddito. Gli enti incaricati di gestire questo problema hanno inoltre preso la forma di Enti Pubblici Economici, i quali devono fare i conti con i proventi delle loro attività per garantirsi fondi. Un sistema del genere può davvero basarsi sui ricavi degli affitti calmierati, in un mercato dove i costi salgono insieme a quelli del mercato privato? La risposta è ovviamente negativa e sorprende sapere che il Governo che ha previsto queste misure non ci abbia pensato. Inoltre, queste riforme sono venute dalla Sinistra, quella che in teoria avrebbe dovuto difendere gli ultimi, secondo i loro slogan e la loro storia, ma già in altri articoli abbiamo visto come queste forze politiche in Italia soffrano di amnesie molto più spesso di quanto si creda.
Alla fine della fiera, chi osserva il dibattito si chiede cosa ne sarà del grande sogno di un settore immobiliare alla portata di tutti, nel paese dove l’interesse comune non esiste o non viene tutelato, e dove le grandi opere diventano ginnastica dialettica per decenni prima del certo “nulla di fatto”.
Mentre i giornali parlano dello Stadio di Milano, che non si sa se vedrà la luce dove oggi sorge San Siro o chissà dove altro, mentre quello della Roma cambia ogni sei mesi collocazione all’interno della Capitale da ormai vent’anni. Per fortuna – si fa per dire – che il Ministro Salvini continua a difendere l’Opera Magna per eccellenza, il Ponte sullo Stretto di Messina. Peccato che i miliardi di Euro che si spenderanno lo renderanno una cattedrale in un deserto di povertà, ma il Ministro ci chiede di non preoccuparci, perché sarà fatto, e sarà così tecnologico da resistere ad ogni evento catastrofico possibile: come lui stesso ha detto nella scorsa settimana, addirittura, sarebbe in grado di resistere a terremoti come quello che ha raso al suolo Messina nel 1908. Tutto bene, no? Eppure, il Ministro è riuscito a fare l’unica gaffe che non avrebbe dovuto mai fare, dicendo che in questo remoto caso, il Ponte resisterebbe, mentre Messina cadrebbe nuovamente come un secolo fa. E allora, signor Ministro, perché non pensare prima a salvaguardare le persone che vivono sulla terraferma, prima di costruire un ponte? Magari proprio andando a recuperare un po’ di ritardo nell’edilizia popolare, garantendo il diritto universale ad avere un tetto sulla propria testa. Se poi fosse possibile, sarebbe opportuno che questo tetto fosse sicuro almeno quanto un ponte, che siamo stanchi di piangere morti ogni volta che un terremoto anche modesto colpisce questo paese.


