È l’alba del 12 febbraio 1994 a Oslo. La città è presa dai giochi olimpici, l’occasione perfetta per un furto: tutte le forze dell’ordine sono impegnate per l’apertura dei giochi di Lillehammer. Due uomini si fermano davanti alla Galleria Nazionale di Oslo e appoggiano una scala contro il muro. Uno dei due rompe il vetro di una finestra che lo separa da uno dei più importanti e iconici capolavori della storia dell’arte: una delle quattro versioni dell’Urlo di Edvard Munch, il pittore espressionista norvegese. Il quadro era stato esposto al piano terra per una mostra allestita proprio per i giochi. In meno di un minuto, uno dei simboli della Norvegia si trova nella macchina dei rapinatori, che si dileguano senza lasciare tracce. Al posto dell’Urlo, una cartolina: “Grazie per la scarsa sorveglianza”.
La Galleria si affida a Scotland Yard. Un detective, fingendosi mercante d’arte, riesce a incastrare i furfanti. Tra questi, Pål Enger, ex calciatore, che finisce in prigione per 6 anni. La storia termina qui, penserete. Ma come si dice, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nel 2004 Enger riesce di nuovo nell’impresa: ruba un’altra versione dell’Urlo. Due anni dopo, il secondo arresto.
I due furti sicuramente hanno contribuito a rendere la tela di Munch una delle opere più famose del mondo, al pari della Gioconda.
Non sarà un caso infatti, che proprio la Gioconda, la tela più celebre del mondo, sia stata vittima di un furto? La mattina del 22 agosto 1911 il pittore francese Louis Béroud si reca al Louvre, chiuso al pubblico come ogni lunedì, per svolgere il suo lavoro da copista. Ha intenzione di ritrarre la Monna Lisa, ma giunto davanti alla parete si accorge che il quadro non c’è. Il muro è vuoto e il dipinto sparito. Sorgono i primi sospetti, persino Apollinaire e Picasso vengono incriminati per aver sempre palesato la voglia di svuotare i musei riempiendoli con le loro opere. Invece le mani che hanno compiuto il misfatto non sono quelle di un artista, bensì di un imbianchino: Vincenzo Peruggia. Lavorava al Louvre, era stato lui a montare la teca che proteggeva il quadro. Nel 1911, ruba la tela dal Louvre semplicemente smontando la teca e staccandola dal chiodo a cui era appesa. La nasconde sotto il suo cappotto ed esce indisturbato. Un (presunto) intento patriottico di riportarla in Italia il suo; credeva erroneamente che Napoleone l’avesse rubata. Fu arrestato due anni dopo a Firenze, nel tentativo di venderla ad un antiquario locale.
Restiamo sul suolo italico, ma spostandoci a sud. Palermo, 19 ottobre 1969. È notte fonda quando un gruppo di ladri entra nell’Oratorio di San Lorenzo. La chiesa custodisce sopra uno dei suoi altari un capolavoro di Caravaggio da 369 anni: la Natività. Entrano indisturbati (come la maggior parte dei ladri di opere d’arte, a quanto pare), tagliano la tela e fuggono via su un camioncino della frutta. Sopra l’altare, il solo telaio da cui pendono residui di tela recisa. Iniziano le indagini, ma della tela non si trova traccia. Si seguono varie piste, si effettuano interrogazioni a mafiosi, e le storie più disparate sulla fine del quadro iniziano a uscire fuori: scendiletto di Totò Riina, stendardo nelle riunioni di Cosa Nostra, smantellato e venduto a pezzi, rosicchiato dai topi, incendiato o distrutto nel terremoto dell’Irpinia. È ormai assodato che fu un furto su commissione, un affare di mafia che ha fatto entrare il dipinto nella Top Ten Art Crimes stilata dall’FBI. Le indagini si sono protratte per cinquant’anni. Al giorno d’oggi si conoscono gli autori del crimine, le dinamiche, il primo nascondiglio, l’ormai deceduto antiquario trafficante di opere d’arte proveniente dal Canton Ticino che avrebbe acquistato la tela, portandola fuori dall’Italia già nel 1970. Forse l’opera si trova in Svizzera? Il mistero rimane irrisolto, ma la ricerca continua. Nel frattempo una copia della Natività realizzata da Factum Arte di Madrid, uno dei più grandi specialisti in riproduzioni di opere d’arte, decora l’altare dell’Oratorio di San Lorenzo, con la speranza che l’originale possa un giorno tornare.
La storia dell’arte è piena di opere che celano misteri ancora da svelare, trascorsi intriganti, furti e indagini, colpi di scena e trame degne di un giallo. E sicuramente un capolavoro non è tale solo per la sua estetica, ma anche per quello che ha da raccontare. Storie passate che ancora adesso affascinano, e storie che aspettano ancora di essere raccontate.
Quale sarà la prossima?

