Francesco di Pietro, in arte Stunk, è una delle voci del sud Italia che ha affidato la propria carriera professionale all’arte e alla musica. Cantante, sassofonista, rapper, e (da poco) anche producer. Ha dato il via alla sua carriera nel 2023 all’interno della sua cornice regionale d’origine, il Molise, e conta all’albo quattro singoli pubblicati, un freestyle versione YouTube e una gavetta sempre più corposa. Con un poetica allegra, ma allo stesso tempo intimistica e accompagnata da un sound che fonde insieme rap, jazz e indie, sta attirando da un po’ i riflettori locali e nazionali su di sé. Giano.blog lo ha incontrato mentre annuncia l’uscita di un nuovo singolo…
Se potessi parlare liberamente di te per 5 minuti, come ti presenteresti?
“Ho Iniziato a fare musica col sassofono alle scuole medie grazie all’indirizzo musicale incluso nella mia sezione. Fu il mio professore a convincermi a continuare col conservatorio. Secondo lui, ero bravo e sarei potuto andare avanti. Ho iniziato a dodici anni ed è stato un percorso lungo. Conclusa la triennale, ho seguito anche il biennio specialistico in sassofono classico. Con il primo lockdown ho iniziato ad ascoltare tanti generi e a scrivere i primi testi. Volevo scoprire la musica fatta in studio, e ho trovato i primi contatti grazie mio fratello che viveva a Milano. La mia prima collaborazione è stata con un ragazzo di Milano che seguivo, Roberto Jolle. Gli scrissi per proporgli una collabo’ e sono andato per la prima volta in studio, dove è nato il brano Spiegazioni. Da quel giorno ho pensato di mettermi in proprio, perché avevo capito che quella era la mia strada. Adesso sono seguito da un produttore, Sneccio, che lavora ad alti livelli ed è stato il primo a credere in me, proponendomi di seguire un percorso condiviso. Insieme co-produciamo i brani, mi aiuta a curare le bozze e abbiamo trovato una bella intesa, anche umanamente. E’ entrato appieno nel mio mondo”.
Nei tuoi pezzi si avverte molto la presenza della tua regione d’origine, il Molise, attraverso riferimenti alla lingua. Nel tuo ultimo singolo, Quando ti va, lo omaggi cantando “Parlo spesso dialetto, è più figurativo”. La parlata locale influenza la tua scrittura?
“Un sacco. Sono sempre stato affascinato dal dialetto. Oltre ad essere una lingua a parte, è anche molto crudo e vero. E’ rimasta a lungo la lingua che utilizzavano i nostri contadini, o chi non conosceva bene l’italiano. Provo ad infilarlo in tutti modi. Mio padre ha dei libri di detti in dialetto a casa, che mi piace leggere e dai quali traggo spunto per le mie canzoni. E’ vero che è più figurativo: i concetti ti arrivano prima, al contrario dell’italiano forbito e generalmente usato. Mi piace inserirlo nella musica e sto pensando di parlare in dialetto nelle canzoni, anche se non ho ancora trovato la giusta quadra per farlo nel modo in cui voglio. Capita anche che prenda spunto da esso per trasformarlo in italiano. C’è un po’ di me anche nel dialetto (e viceversa)”.
Pensi che l’uso del dialetto possa essere una strategia comunicativa vincente?
“Sì. Rimane pur sempre una peculiarità. Il Molise è visto come una terra di nessuno, e anche per noi è, in fondo, è diventato un meme, anche se, a volte, ci fa girare. E’ una regione che nessuno conosce, nominata più per scherzo, ma che, se conosciuta, risulterebbe bellissima da visitare. Mi piacerebbe che di me si dicesse che sono anche molisano. Per me, sarebbe importante essere affiancato al nome del Molise come un suo simbolo”.
Il tuo ultimo video è una live session registrata in un luogo che più molisano di così si muore, Le fonticelle di Frosolone (Is). E’ stato anche la piattaforma di lancio della tua carriera nell’estate del 2023. Quanto sei legato a quel posto?
“La prima volta che sono andato a Le Fonticelle è stata una scoperta. Anche se a poca distanza dal paese, non sembra di trovarsi vicino ad un centro abitato, perché è immerso in una radura dispersa nel nulla, senza rumori di alcun tipo. E’ un posto magico. I ragazzi e le ragazze che si sono presi cura di quel luogo abitano lì vicino e hanno lavorato per renderlo accogliente. Prima era una discarica a cielo aperto, mentre, adesso, ospita dei festival e delle esposizioni di arte contemporanea. Lì mi sono esibito per la prima volta nell’estate del 2023, quando ho aperto il concerto a Gnut, cantautore e chitarrista noto, che è riuscito a creare un’atmosfera intima valorizzando la serenità che lì si respira. Dopo che l’ho conosciuto, me ne sono innamorato e sto cercando di farlo conoscere a tutti”
Senti di star ricevendo abbastanza supporto da parte delle realtà sociali e dalla tua gente?
“Un sacco. Soprattutto dai ragazzi. Non è scontato e mi ha stupito molto. L’ultimo 6 dicembre ho fatto un live al Monkey Club di Campobasso, e c’era un sacco di gente. Vedevo che le persone erano venute per me ed è stata una bella sensazione avere un riscontro e l’apprezzamento delle persone. Qui, in un modo o nell’altro, ci conosciamo tutti ed è bello vedere che c’è qualcuno che apprezza la tua musica”.
In quell’occasione hai eseguito tre brani inediti: Per l’ansia, Blu (Don’t worry, be happy) e Mille indicazioni. Partendo dal primo dell’elenco, perché hai sentito il bisogno di trattare un argomento come quello dell’ansia?
“Per l’ansia è un pezzo che ho scritto appena trasferito a Milano. Non avevo una dimensione sociale e universitaria, lezioni da seguire o persone con cui condividere quello che facevo. Ero un po’ allo sbaraglio. Ero nuovo in città e con me c’era solo mio fratello. Lì ho sentito molto il peso dell’ansia “sociale”, che mi accompagna da sempre. Solo dopo ho capito che era inutile combatterla, dato che ha sempre fatto parte di me. Perché non dedicarle un pezzo, allora? Fino a quel momento non le avevo mai parlato, e le cose sono andate meglio, devo dire. Le ho detto quello che avevo in testa e quello che pensavo di lei. Scrivere è stato terapeutico. A volte, quando scrivo faccio un gioco con me stesso: provo a mettere nero su bianco tutto quello che ho testa senza filtri, fino a quando non sento di aver tirato tutto fuori. E’ una cosa che consiglierei a tutti, non solo a chi canta. Essere sinceri con sé stessi e cercare di non porsi dei limiti aiuta a capire molto sulla propria vita. Dire le cose in modo diverso non mi ha sempre fatto stare bene”.
In Mille indicazioni canti “Non firmo con la Sony, firmo con la Feltrinelli”, premiando un riferimento al mondo della conoscenza rispetto ad un modello più consumistico. Credi che avere un buon bagaglio culturale sia indispensabile oggi per poter spiccare nella musica?
“ Alle scuole superiori avevo professori intensi, che bocciavano senza mezzi termini. Ho dovuto studiare a forza per alcune materie, ma mi è servito per assorbire una continua fame di conoscenza. Resto sempre con gli occhi e le orecchie aperte per conoscere più parole possibili, per evitare di ritrovarmi a parlare sempre delle stesse cose. Ricordo che alle superiori ci assegnavano da leggere un libro al mese e che la vivevo come una rottura infinita. Crescendo ho cambiato idea e ho capito che è importante”.
Abbiamo parlato dell’ansia, adesso parliamo di una sua possibile deriva, la rabbia. Sempre per Mille indicazioni racconti di averlo scritto mentre eri arrabbiato. Perché è un pezzo arrabbiato?
“Lo è perché certe volte provo la sensazione di dare tanto alle persone, ma di ricevere poco indietro, soprattutto a livello umano. A volte mi chiedo come sia possibile che ritorni indietro zero, anche in termini di gentilezza, anche dopo aver saputo ascoltare gli altri in silenzio o essere passato sopra a tanti dispiaceri. Ci dovrà pur essere qualcosa che ti premia, in qualche modo. Dopo aver incassato tanto dalla vita e non aver ricevuto niente in cambio, mi ritrovavo ad essere incazzato. Faccio di tutto per essere sempre corretto verso tutti”.
Nel videoclip di Basta così lanci un’atmosfera molto happy, anche un po’ meme. L’autoironia sembra essere uno dei tuoi punti di forza. Com’è nata l’idea di registrare in un fruttivendolo?
“L’idea è nata dalla copertina del singolo, dove c’è una signora con un melone in mano. La cosa divertente è che gli attori sono degli amici di mio padre, che nella vita reale hanno anche dei ruoli lavorativi importanti, anche se partecipano al video con mosse ed espressioni buffe. L’autoironia è un’arma potentissima anche nella scrittura, lì la sfrutto molto. Non prendersi troppo sul serio rende tutto molto più reale e semplice, che credo sia anche un po’ lo scopo della musica in generale, quello di intrattenere. Tra l’altro le riprese del video hanno una storia rocambolesca: il primo fruttivendolo con cui eravamo d’accordo, quel giorno aveva finito la frutta e ne avrei voluta di più nel video. Abbiamo dovuto cambiare in corso d’opera chiedendo di poter girare qualcosa sul momento ad un altro fruttivendolo, amico delle comparse. A fine riprese mi ha regalato anche una busta di frutta. Bella per Gianni il fruttivendolo”.
Domanda da un milione di dollari. Come vorresti che fosse la scena artistico-musicale del Molise e come credi che sia allo stato attuale?
“Di preciso non saprei. In generale, proverei a creare più stimoli e ad educare il pubblico molisano ad ascoltare la musica emergente. E’ una cosa che qui si sta provando a fare con gli eventi degli A volte ritornano, dove si esibiscono artisti molisani e emergenti nazionali. Per adesso, noto che il pubblico non è ancora abituato ad una cosa del genere. Anche in un piccola realtà come questa di Campobasso, si preferisce andare in discoteca e ascoltare la musica più commerciale. Consiglierei di andare ai concerti, oltre che nelle discoteche”.
Nell’ultimo periodo c’è stata una novità importante per la tua carriera: il tuo sassofono si trova in un pezzo della nuova leva del rap italiano Lorenzza in collaborazione con Nayt. Com’è nata questa collaborazione?
“E’ una storia che fa molto ridere. Tutto nasce dalla scuola di produzione musicale che ho frequentato a Milano dall’anno scorso, dove ho avuto la possibilità di essere affiancato da producer importanti come BRAIL, il produttore di Lorenzza. Una sera, mi ha chiamato per chiedermi di registrare un campione col sassofono. Io ero in un bar, nel bel mezzo di un appuntamento con una ragazza e sono scappato in bagno per rispondere al telefono. Mi chiede di arrivare da lui nel giro di un quarto d’ora. Vado via, scusandomi con la ragazza con cui ero e correndo a gambe levate a casa per prendere il sassofono. In studio ho trovato anche Bias (il produttore di Madame, NdR). Ho registrato sul buco della seconda strofa e non sapevo che avrebbe accolto la voce di Nayt. Solo tempo dopo ho iniziato a sentire i primi rumors, ma la certezza l’ho avuta solo il giorno dell’uscita del progetto. E’ stato crazy”.
Quando un live a Roma?
“Quando mi chiamano. Sono già stato a Roma per l’evento degli Spaghetti unplugged all’Alcazar di Trastevere. Anche lì è andata molto bene. Il pubblico romano è molto caloroso”.
Cosa ci aspetta dai prossimi mesi?“Posso dire in anteprima che quest’anno uscirà un progetto, curato e co-prodotto anche da Sneccio. Sarà anticipato da dei singoli nella prima parte dell’anno. Il primo dei quali l’ho annunciato oggi sui miei canali. Il primo singolo uscirà venerdì 10 gennaio ne ho annunciato l’uscita proprio oggi. Si intitolerà “Post-it” e parla dell’inizio di una storia d’amore, delle emozioni e delle speranze che una cosa bella si porta dietro, ma anche di tutti i dubbi e le incertezze che ne conseguono”.


