“La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”, così Francesco De Gregori, nell’iconico pezzo Bufalo Bill, descriveva, con riferimento nello specifico al caso americano, l’idea di progresso: veloce, irrefrenabile, dalla strada segnata appunto, a differenza del bufalo, inerme e fallibile nella sua falcata e privo di una direzione precisa. L’idea di un avanzamento tecnico scientifico costante permea l’umanità almeno dal diciannovesimo secolo, quando il calderone di ideologie e conoscenze che già da due secoli cuoceva vivacemente giunse a cottura. Da allora, dalla locomotiva, dalla nascita di industrie, di una più ampia economia di mercato e in generale dall’ingresso in un periodo storico definibile come era della tecnica, l’umanità non si è più guardata indietro, vivendo un salto tecnologico miracoloso capace di portare a innovazioni di portata esponenziale. La corsa non si è arrestata da allora, anche quando sembrava in procinto di fermarsi o rallentare, è rimasta comunque contenuta sotto la coperta del neo-paradigma globale. Ogni sforzo possibile è oggi richiesto agli attori in campo per portare avanti la feroce competizione che è alla base del sistema socioeconomico odierno, paragonabile, usando le parole del filosofo ed economista francese Serge Latouche, ad: “Un gigante che non è in grado di stare in equilibrio se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia tutto ciò che incontra sul suo percorso”. La corsa all’intelligenza artificiale rientra perfettamente in questo tipo di ottica, la necessità di progresso e crescita a tutti i costi per alimentare una bolla economica di mercato capace di fornire sempre nuovi stimoli. Molte opinioni liberiste si trincerano, come sempre, dietro alla logica dell’autoregolazione di tecnica e mercato, dietro ad una presunta oggettività infrenabile dell’avanzamento scientifico; la verità è che la scienza, l’avanzamento della ricerca, non sono autogenerativi e autofinanziati. La scienza segue il tracciato che l’economia e la politica (sempre più indistinguibili) forniscono in nome di un interesse sistemico di accumulazione di capitale e potere. La corsa allo spazio, che ha caratterizzato una parte fondamentale della guerra fredda, non rappresentava soltanto il genuino interesse verso una ricerca scientifica che superasse i confini della terra, ma anche e soprattutto una dimostrazione di potenza ed uno studio della tecnologia necessaria per il lancio potenziale di missili intercontinentali.
Quello dell’IA è tra i fronti di sfida contemporanei più rilevanti e popolari che vede investiti ogni anno fondi crescenti da parte delle grandi potenze. Nel 2023, gli Stati Uniti hanno prodotto 61 modelli di apprendimento automatico e 109 modelli di fondazione, noti come Large X Models (LxM). La Cina si è posizionata al secondo posto con 15 modelli di apprendimento automatico e 20 LxM. Gli investimenti privati negli Stati Uniti nel settore dell’IA hanno raggiunto i 25,2 miliardi di dollari nel 2023, quasi 9 volte superiori rispetto al 2022 e circa 30 volte rispetto al 2019. Inverso è invece il discorso riguardante i brevetti, secondo l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (OMPI) infatti, tra il 2014 e il 2023 la Cina ha depositato oltre 38.000 brevetti relativi all’IA generativa (GenAI), superando di gran lunga gli Stati Uniti, che nello stesso periodo hanno registrato 6.276 depositi. Nell’ultimo anno l’intelligenza artificiale ha compiuto dei passi da gigante, riuscendo ad entrare improvvisamente e prepotentemente nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone. Un sondaggio condotto in 32 Paesi ha rilevato che il 67% delle persone dichiara di avere una buona conoscenza dell’IA. Questa percentuale sale al 72% tra la Generazione Z e al 71% tra i Millennials, mentre scende al 58% tra i Baby Boomers. Ad agosto 2024, OpenAI ha riportato che il suo chatbot, Chatgpt, conta più di 200 milioni di utenti attivi settimanali, raddoppiando i 100 milioni registrati nel novembre precedente. Insomma, ci troviamo di fronte all’ennesimo cambiamento epocale degli ultimi secoli e, come da tradizione recente, l’innovazione diventa anche prodotto di massa ampiamente commercializzato. La popolarità legata all’IA trova spiegazione facile nella comodità di utilizzo di quest’ultima in moltissimi aspetti della quotidianità: perché fare una ricerca su internet (che già a sua volta era un mezzo di semplificazione rispetto alle ricerche su carta), quando è possibile chiedere ad un chatbot ottenendo una risposta più specifica? L’interfaccia intuitiva di questi nuovi mezzi di trasmissione delle informazioni è molto semplice da utilizzare e lo sforzo richiesto all’utente è ulteriormente ridotto. La direzione mediale della corsa è chiara: fornire ai consumatori costantemente nuovi prodotti capaci di alimentare la loro crescente passività. Passività che forma e genera consumatori perfetti, pronti ad aspettare il nuovo cibo che il mercato ha intenzione di fornirgli. Esistono degli indubbi benefici portati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, soprattutto in ambito sanitario e amministrativo, sono tuttavia pregi sufficienti a giustificare una corsa violenta ed energivora all’innovazione costante? L’adozione crescente dell’intelligenza artificiale comporta consumi energetici altissimi, basti pensare che il solo addestramento di un singolo modello può emettere fino a 300 tonnellate di CO₂.
L’interazione con chatbot basati su IA può consumare fino a 10 volte più energia rispetto a una ricerca web tradizionale (2,9 Wh contro 0,3 Wh). Piuttosto che chiedersi come coniugare la necessità dello sviluppo e la necessità di un benessere ecologico bisognerebbe forse recuperare il freno, comprendere che lo sviluppo a tutti i costi ha portato e continua a portare ad un mondo in bilico, con diseguaglianze sociali spaventose e un contesto ambientale tragico; il gigante continua a correre schiacciando tutto ciò che si pone dinanzi al suo cammino e sembra che l’unico modo in cui si possa fermare sia la fine di terreno sotto i suoi piedi. L’intelligenza artificiale impigrisce molti consumatori, è capace di sostituire lavori svolti da esseri umani permettendo ulteriormente ai datori di lavoro di imporre le condizioni a loro gradite, e consuma un insostenibile quantitativo di energia. Serge Latouche, in un contesto globale in cui in ambito economico gli studiosi teorizzavano cautamente (per non dire vigliaccamente) il concetto pulisci-coscienza di sviluppo sostenibile, teorizzò l’idea di decrescita felice, che prevedeva sagge allocazioni di beni e risorse e un cambio radicale del paradigma della religione autodistruttiva della crescita. È uno sforzo utopistico quello di credere che un nuovo modello basato sulla decrescita e sul benessere reale delle persone possa in qualche modo prendere piede in futuro, ma almeno cominciamo a chiederci cosa sia giusto o meno, senza dare per scontato che a tutti i costi l’innovazione vada perseguita fino in fondo. Più che chiedersi: “Come possiamo sostenere lo sviluppo dell’IA?” dovremmo domandarci: “Ha davvero senso andare avanti?”.


