La Povertà: una diseguaglianza senza tempo

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La povertà è un fenomeno diffuso e sempre più frequente nel mondo. In Italia è in continua crescita. Essa è una delle cause principali delle diseguaglianze sociali.

In termini numerici, dal momento che le percentuali indicano circa 6 milioni di persone, corrispondenti al 9,8% della popolazione, potremmo affermare che un italiano su dieci si trova in uno stato di indigenza assoluta. In questa valutazione vanno aggiunti i valori di coloro che vivono in una condizione di rischio di povertà ed emarginazione sociale: quasi 13 milioni e 391 mila individui. Inoltre secondo i dati di Banco Alimentare sono circa 14 gli italiani su 100 che non hanno la possibilità di seguire un’alimentazione equilibrata almeno ogni due giorni, in Grecia si registrano più o meno gli stessi valori circa 13,8, mentre in Francia e in Spagna i dati sono decisamente più bassi, rispettivamente 7,4 e 3,5.

Nel nostro paese la causa principale dell’incremento della povertà è la disoccupazione, che in tempo di Covid si è largamente estesa. Il fenomeno pandemico ha completamente investito e modificato i bilanci delle famiglie italiane. In particolar modo le famiglie più numerose, quelle con più figli minori a carico, le famiglie di stranieri e le famiglie con un affitto o un mutuo da pagare. Inoltre nell’eterno divario tra Nord e Mezzogiorno italiano potremmo asserire di aver assistito a una sorta di livellazione economica momentanea. Poiché il cambiamento significativo è avvenuto nel Settentrione: maggiori persone di riferimento nelle famiglie hanno perso il loro impiego, mentre il Meridione, che già versava in una condizione di povertà relativa, non ha subito particolari mutamenti. 

L’altra causa preponderante che si estende anche globalmente è il disperato consumismo degli ultimi anni che ha condotto a un inevitabile spreco alimentare. Per quanti italiani non riescono a beneficiare di un pasto completo almeno ogni due giorni, ce ne sono molti altri che sprecano cibo, buttando nei rifiuti prodotti alimentari pari a una spesa di 6 miliardi di euro l’anno. Aggiungendo a queste cifre lo spreco di filiera, dovuto a tutti quei prodotti considerati eccedenze che hanno dunque perso il loro valore di mercato. In questo modo aumenta l’indice di povertà assoluta. Nello stesso tempo però esistono delle associazioni come Banco Alimentare che fronteggiano questo dislivello, andando a recuperare e a ridistribuire tutti quei prodotti che altrimenti andrebbero dispersi. 

Le crisi economiche sono sempre state conseguenza di cambiamenti sociali radicali. L’Italia nella seconda metà degli anni ‘40, in un clima dilaniato dalla guerra, verteva in una condizione socio-economica disastrosa: gli alloggi erano sovraffollati, due famiglie su tre non possedevano né bagno né telefono e molte non godevano nemmeno dell’acqua corrente in casa. Il benessere sembrava un miraggio lontano, mentre imperversavano la disoccupazione e l’inflazione.  L’Italia dovette ripartire dall’inizio, puntando sulla rivoluzione industriale, intesa come mezzo di rinascita economica. Questo particolare avanzamento del settore industriale ebbe luogo nel Nord-Ovest, accrescendo esponenzialmente la distanza con i territori del Sud, scatenando così la progressiva migrazione interna che condusse gli italiani a fuggire dalle campagne meridionali per stanziarsi nelle città del Nord, assicurandosi così una condizione di lavoro e di vita più favorevole. L’espatrio dal Meridione fu agevolato dalla sottoccupazione, ma anche dall’inefficienza della riforma agricola del 1950 che prevedeva una ripartizione equa della terra tra i contadini e i ricchi proprietari terrieri. Oltre alla migrazione interna, bisogna ricordare anche la grande fuga verso l’America, stimando così che in 150 anni di storia sono stati circa 29 milioni gli italiani che hanno lasciato il loro paese. Nel secolo in corso la motivazione che vede gli italiani ad abbandonare la loro madrepatria è legata alla cosiddetta “fuga di cervelli”, in cui sono riuniti tutti quei giovani lavoratori altamente qualificati che emigrano in tutti quei Paesi che assicurano e tutelano maggiormente la loro condizione lavorativa. 

Il miracolo economico arrivò agli inizi degli anni ‘60, con la proliferazione di fabbriche e la produzione di grandi marchi come la Vespa. L’occupazione aumentò notevolmente nel settore industriale e nel Sud le condizioni migliorarono tramite l’installazione di industrie come la Montecatini a Brindisi e l’Eni a Gela. Aumentarono i consumi, il benessere assicurava beni secondari come gli elettrodomestici: televisori, lavatrici, e nello stesso tempo la crescita della motorizzazione favorì il boom delle automobili, costruendo una fitta rete di collegamenti stradali. I salari salirono e si adattarono ai livelli degli altri paesi europei che si consideravano più sviluppati. L’affacciarsi a una politica europea dispose le basi di quella che negli anni ‘90 verrà chiamata globalizzazione. 

I divari economici, distinti in povertà relativa e povertà assoluta, sono presenti ad ampio raggio da sempre: i più ricchi sui più poveri, il Nord sul Sud, l’Occidente sull’Oriente, il potere su chi non lo ha, andando a ritrarre perfettamente la figura di Hobbes del Leviatano: il grande mostro marino che governa sui più deboli, considerati sudditi. Questa teoria filosofica che nel mondo moderno diventa pratica a tutti gli effetti dovrebbe lasciarci riflettere sulle condizioni di miseria e povertà a cui sono sottoposti certi territori che per motivi storico-politici sono costretti a vivere in determinate condizioni di vita. L’augurio è quello di ricercare e sostenere quanto più possibile le associazioni o le iniziative benefiche che cercano di tamponare le diseguaglianze che rischiano di restare sempre attuali, senza l’intervento dello Stato, ormai svuotato dalle sue capacità produttive con lo smantellamento dell’IRI. Forse sarebbe il caso di ripensare al ruolo pubblico nell’economia del paese.

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