La Cultura prima vittima di guerra

Dalle radici della storia la linfa per la rinascita

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Gli eventi a cui assistiamo da più di un anno stanno segnando un punto di svolta della storia del Medio Oriente. L’attenzione sul conflitto è stata costantemente alta in tutto il mondo grazie ad analisi approfondite, anche se il più delle volte provenienti da voci isolate, e dedicate a tutti i possibili punti di vista: dalla questione umanitaria a quella di genere, dall’ambientalismo alla sanità, dalle infrastrutture fino ad arrivare allo stato dell’istruzione e della cultura (di cui oggi vorremmo parlarvi). Quando si arriverà ad un cessate il fuoco permanente bisognerà ricostruire dalle macerie anche la storia del territorio e del popolo palestinese. Com’è stato cambiato, quindi, il passato della Palestina?

A partire dal 7 ottobre, anche la lotta per la sopravvivenza dei simboli e delle istituzioni culturali arabe nelle regioni geografiche interessate dal conflitto è finita sotto i riflettori per i risvolti impensabili che ha assunto.

Quale identità per la Palestina?

I rapporti indipendenti realizzati sul tema dall’Unesco, dall’Icomos (International Council on Monuments and Sites), dalla Euro-Mediterranean Human Rights Monitor (associazione no-profit per i diritti umani in Europa e in Medio Oriente) insieme ai del Ministero della Cultura plestinese (MoC), del Ministero del Turismo e delle Antichità palestinese (MoTA) e delle autorità municipali delle città, aggiornati fino a metà del mese di ottobre 2024, affermano che la guerra condotta da Israele nell’enclave “prende esplicitamente di mira il patrimonio culturale palestinese”, distruggendo o danneggiando parzialmente “siti archeologici, edifici storici, luoghi di culto e musei” che non rappresentano obiettivi militari e che sarebbe volta a “sfollare con la forza i palestinesi e a cancellare la loro identità come popolo”. 

La cultura palestinese si trova al centro delle strategie belliche fin quasi ab origine della questione israelo-palestinese; non solo, come erroneamente si pensa, dalla nascita dell’attuale sesto governo Netanyahu avvenuta nel dicembre del 2022 (considerato come “il più a destra della storia di Israele”). Dei primi interventi mirati alla volontaria occultazione dell’identità araba che abitava precedentemente la regione geografica della Palestina furono portati avanti a partire dal 1948.   

 I mali culturali

Partiamo, però, dal presente. Da un anno a questa parte, alcune delle vittime privilegiate dei bombardamenti aerei e delle operazioni di terra sono stati i luoghi di produzione e diffusione del sapere e della vita culturale palestinese. Come noto, ad oggi più del 75% delle costruzioni della Striscia di Gaza è in macerie. Nel primo mese e mezzo di guerra sono stati colpiti, secondo i dati riportati da Al Jazeera, più di 230 beni archeologici, culturali, pubblici, storici e accademici. Ad oggi, però,sono stati accertati, stando ad una valutazione preliminare dei danni dell’Unesco (aggiornata all’11 ottobre 2024) che prende in analisi immagini satellitari di 120 siti culturali, solo in 69 casi. Solo nel momento in cui potranno svolgersi analisi più approfondite si potrà pervenire ad un conteggio esatto dei danni. Nell’elenco degli obiettivi compaiono anche costruzioni civili e testimonianti le diverse presenze storiche sul territorio: monumenti, chiese cristiano-ortodosse, cimiteri di guerra delle forze alleate britanniche della Prima Guerra Mondiale, cimiteri romano-imperiali rinvenuti da poco, cinema e palazzi governativi.    

Negli atti del processo intentato dal Governo della Repubblica del Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu sono indicati tra i danni più ingenti provocati al patrimonio storico conservato quelli di natura architettonica inflitti sul centro storico e su 146 case antiche che formavano il nucleo originale di Gaza City, la città più popolosa della Striscia; l’abbattimento totale dell’edificio dell’Archivio centrale, all’interno del quale erano custoditi migliaia di documenti della storia nazionale palestinese risalenti a più di un secolo e mezzo fa, insieme a migliaia di documenti sullo sviluppo urbano contemporaneo. La furia cieca della distruzione dell’aviazione e dei lanciamissili israeliani non ha risparmiato neanche la principale biblioteca pubblica della città, insieme a librerie, case editrici e centri culturali, biblioteche e luoghi di formazione e aggregazione. 

Non sono stati risparmiati neanche i diversi luoghi di culto sparsi su tutto il territorio, che fino all’inizio di maggio 2024 sappiamo essere più di 318. La moschea più grande e importante del capoluogo, simbolo della città, dei diversi domini succedutisi in Medio Oriente, collante religioso per oltre 1300 anni della comunità musulmana, la Moschea Al Omari, è andata distrutta l’8 dicembre del 2023 da un bombardamento israeliano. A Rafah, città a sud della striscia a confine con l’Egitto, dove è stato raso al suolo il museo cittadino, inaugurato nel dicembre del 2022 dopo un faticoso lavoro di recupero della cultura materiale plaestinese durato trent’anni; mentre, nella zona archeologica di Al-Balakhiya, a nord-ovest della Striscia, è stato distrutto l’antico porto di Gaza, nella città archeologica di Antedone (da non confondere con Antedone in Beozia), da anni iscritto nella lista preliminare del patrimonio mondiale dell’Unesco, con alle spalle quasi 3000 anni di storia.

Ignoranza bellica

Gli attacchi indiscriminati ad opere storico-artistiche di interesse e rilevanza nazionale per le sorti di un intero popolo intrapreso dalla politica militare israeliana ha assunto nel corso degli anni una dimensione sempre più strutturata e sistematica. In maniera opposta ai percorsi di consolidamento e valorizzazione dei simboli culturali come accaduto nelle nazioni europee, nella storia contemporanea palestinese il patrimonio è stato vittima di un graduale processo di dissoluzione. Numerose fonti storiche, tra cui gli storici Ilan Pappé, Edward Said e Daud Abdullah, rintracciano, alla base delle motivazioni avanzate dagli occupanti sionisti per giustificare l’appropriazione indebita di terre, la falsa credenza che non esistessero una cultura e un’identità palestinesi, che potessero portare ad un riconoscimento della presenza storica e politica precedente al loro insediamento. Di fatto, come è possibile appurare leggendo estratti di fonti storiche nell’approfondimento dedicato al tema di Kontinentalist, la volontà di espropriare i cittadini palestinesi delle terre d’origine era una strategia trasversale a molti gruppi organizzati di coloni ebrei stanziatisi in Palestina all’inizio del Novecento. I primi a farne i conti furono i circa 530 villaggi evacuati dopo la proclamazione dello stato di Israele nel maggio del 1948, che segnarono l’inizio della prima Nakba (‘tragedia’ in arabo). In quell’occasione furono migliaia le case trafugate dalle fonti storiche nei centri abbandonati dalle quasi 750 mila persone sfollate. Come riporta una delle più importanti testate israeliane, +972 Magazine, furono quasi 70 mila i libri fatti trasportare in archivi segreti dell’esercito, selezionati accuratamente da studiosi che accompagnavano le operazioni militari israeliane. Da quella occasione in poi, coinvolgere nelle operazioni militari centri di sapere e conoscenza del passato palestinese ha rappresentato una vera e propria tattica di guerra e uno strappo alla storia. Nei successivi 75 anni le autorità israeliane hanno sottoposto i siti culturali ad un severo regime di controllo. L’accesso ai luoghi di culto, come racconta Paola Caridi nel prologo del suo libro “Hamas. Dalla resistenza al regime”, è stato fortemente irregimentato e posto sotto l’esclusivo controllo delle autorità israeliane, come per i casi della Spianata delle Moschee di Gerusalemme, o come i permesso di transito dai territori della Striscia a quelli della Cisgiordania, per raggiungere mete come Al-Khalil (Hebron), luogo di sepoltura dei patriarchi di entrambe le religioni. 

Quella che sembra essere una trama di un romanzo di orwelliana memoria, accade ogni giorno sotto gli occhi del mondo puntati in Medio Oriente e, di fronte al quale, chi voleva mostrarsi agli occhi del mondo come il garante della pace e del rispetto dei diritti umani non sembra avere reale volontà e potere per intervenire. Vittima silenziosa e mai davvero conteggiata nei bollettini giornalieri che ogni giorno prorompono da una parte di mondo che appare così lontana, la Storia della vita palestinese è la prima vittima di guerra che non potrà essere commemorata.

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