Donne – Dorothy shots Marilyn

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Dorothy Podber i suoi 15 minuti di notorietà se li è ritagliati proprio alla faccia di Andy Warhol l’artista americano che, con una frase decisamente pop, aveva creato una fantastica illusione e anticipato di cinquant’anni la cultura dell’immagine. Allora Dorothy era una performer ai margini dell’avanguardia, organizzava happening improvvisati a New York, aveva contribuito all’esordio di una sconosciuta Yoko Ono, viveva di espedienti e camminava incerta sul filo della legalità.
Non era insolito incontrare Dorothy a Manhattan accompagnata dal suo alano che, a seconda dell’umore della proprietaria, cambiava nome e genere. Si definiva una “cattiva ragazza”, una che adorava fare brutti scherzi alle persone. Una mattina del 1964 aveva deciso di puntare in alto, salire al quinto piano di un edificio posto sulla East 47th Street e lasciare tutti senza fiato. L’appartamento, arredato con specchi rotti e fogli di stagnola, ospitava allora la Factory di Warhol, punto di ritrovo creativo e mondano per artisti e superstar. Immaginate una Dorothy vestita da motociclista entrare con calma e focalizzarsi su un certo numero di quadri appena completati e impilati l’uno sull’altro accanto ad una parete. Fece una semplice domanda utilizzando il verbo “shoot” che, a seconda delle circostanze, può significare sparare o fotografare. Fu un attimo, Dorothy si tolse i guanti ed estrasse dalla tasca un piccolo revolver di fabbricazione tedesca e tirò un colpo contro le serigrafie accatastate. Aveva colpito Marilyn Monroe proprio in mezzo agli occhi, o meglio aveva piazzato un proiettile su quattro ritratti dell’attrice firmati dal “Michelangelo di Pittsburgh”.
Inutile dire che Dorothy fu bandita dalla Factory ma c’è stato anche chi ha ritenuto la sua azione abbia contribuito a dare maggiore valore alla serie conosciuta nel mondo dell’arte come “Shot Marilyns”.

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